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Full text of "Amabile di continentia: romanzo morale del secolo XV, a cura"

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STANFORD 

UNIVERSITY 

LIBRARIES 



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-•>r -- 



COLLEZIONE 



DI 



OPERE INEDITE O RARE 



DEI PRIMI TRE SEGOLI DELLA LINGUA 



PORBLICATA PER CURA 



DELLA R. COMMISSIONE PE'TESTI DI LINGUA 



NELLE PROVINCIE DELL'EMILIA 



Sev/evv SaqcS' 



AMABILE DI CONTINENTIA 



ROMANZO MORALE 



DEL SECOLO XV 



A CUR\ DI 



AUGUSTO CESARI 




BOLOGNA 

ROMAGNOLI-DALL' ACQUA 

1896 







Proprietà Letteraria 



Bologna 1896. Tipografia Alfonso Garagnani e Figli 
già Fava e Garagoaui 



GIOSUÈ CARDUCCI 



UN DISCEPOLO 



IL ROMANZO BEI SETTE SAVI 



IN ITALIA 



M 



1. 



Il Romanzo dei Sette Savi in Oriente 



Se bene non siasi ancora ritrovata nella an- 
tica letteratura sanscrita la forma primitiva di que- 
sto libro, pure nessuno ormai più dubita delP ori- 
gine indiana di esso, novelliere insieme e romanzo, che 
con diverse intitolazioni corse per tutto T Oriente, 
passando poi nel medio evo all' Europa, dove è 
meglio conosciuto come Romanzo o Libro dei Sette 
Savi, e sempre vivendo vita varia, tenace e rigo- 
gliosa in tutte le lingue e letterature. 

L' origine di questo libro è fatta palese oltre 
che dal nome onde è noto in Oliente, Sindibàd 
(che suppone secondo alcuni un sanscrito Siddhapati, 
4c signore dei puri o dei perfetti », o, secóndo altri, 
un sanscrito Siddhapala « guardiano dei perfetti »), 
dalla struttura sua e dall' intreccio delle novelle; al- 
cune delle quali mostran più d'una traccia delle cre- 
' denze religiose dell'India, ed altre ricorrono anche nel 



— vili — 

Panctatantra, libro indiano senza dubbio e antichis- 
simo. Poi che fu posto in chiaro dai dotti che il Kalìla 
e Dimna e le Mille e una notte non sono che tra- 
duzioni imitazioni dal sanscrito, e solo poco mo- 
dificate nella composizione generale e nei partico- 
lari, la conformità di struttura fra il Libro dei 
Sette Savi e coleste opere, non fece che vie pia 
accertarne V origine indiana ; indiana e buddista 
come dimostrò il Benfey esaminando dottamente la 
contenenza di questo novelliere (1). E questa opi- 
nione confortano e avvalorano testimonianze sto- 
riche. Lo storico arabo Masùdi (m. 956 d. C.) 
dice nella sua Enciclopedia storica, parlando di 
Kurus re indiano: « Nel suo regno vìsse Sondbad 
autore del libro / sette visiri ^ il maestro e il 
ragazzo e la moglie del re. Questo è il libro 
che si chiama Kitàb-es Sondbad. » Il più antico 
poi degli storici arabi di letteratura , Muhammed 
Ibnel Nedim el-Werrak (m. 987 d. C), nel ìsuo 
Fihrist , trattando dei novellieri scrive : « Un 
altro libro è quello del saggio Sendbad, in due e- 



(1) Il Benfey oltre che nella prefazione al Panctatantra^ 
nella quale illustra, come si suol dire, buon numero di rac- 
conti dello versioni orientali, e occidentali, contribuì a dira- 
dare d' assai V oscurità che avvolge 1' origine del Sindibàd in 
un lavoro speciale molto importante: Etne Bernerkungen 
uber das indische originai der zum Kreise der Sieben 
Weisen Meister gehorigen Schriflen^ in Mdìanges asiatiques 
iirès du Bulìettiìi his. philoL de V Acad. imp. des Sciences 
de St Petersbourg, T. Ili (1858). — V. anche Orient und 
Occident III, ìli. 



— IX — 



dizioni; una grande e T altra piccola. Variano le 
opinioni sulla sua origine come su quella di Kalìla 
e Dimna\ il più verosimile è che venga dall'India »; 
e in un altro luogo : « altri libri degli indiani sono 
il libro di Sendabad, grande, il libro di Sendabad, pic- 
colo ». Anche l' Assemanni nella. Biblioteca Orientale 
ce ne porge altra testimonianza di Ismael Sciahin- 
schiah autore d' una cronaca araba : « Eius autem 
temporibus (di ChusJ floruit Sendebadus sapiens, au- 
ctor libri de septem consiliaris et magistro et do- 
ctore (sic) et matre regis, qui liber Sendobadi ap- 
pellatur» (1). Infine un autore persiano d'una compo- 
sizione poetica del nostro libro, Nakhshebi, dice nella 
introduzione che un savio gli parlò del libro molto 
singolare, già tradotto e rifatto da altri in persiano 
sopra vari libri indiani, consigliandolo a rifarlo, e 
che egli segui il consiglio dell' amico. 

Ma se è provata 1' origine del libro, riman 
sempre incerta l'età in cui visse l'autore: solo 
pare da asserire che sia anteriore al decimo se- 
colo; e tuttavia è dubbio se Sondobàd o Sindibàd 
o Sendabad sia il nome dell' autore o del più savio 
tra i personaggi. 

E come mai l' opera originaria potè andar 
perduta? Il Benfey dall' essere la maggior parte 



(1) Le prime due testimonianze arreca il Brockhaus nella 
tsua dissertazione tradotta da E. Teza e premessa air ed. del 
Libro dei Sette Savi di Roma, fatta da A. D'Ancona (Pisa, 
Nistri, 1864); l'ultima è citata dal D'Ancona nella introdu- 
zione al medesimo Libro dei Sette Savi. 






delle novelle del Sindibàd passate in altri libri 
indiani, e mas^me nel Panctatantra e nel Qvka'- 
saptatt, argomenta che questo fatto spieghi esso 
la perdita dell' originale indiano. 

Vero no, certo è che il Kttàb~es~Stndbdd si 
diffuse ben presto fra le nazioni asiatiche. Ma le 
modificazioni varie che sofferse nel passare dal- 
l' un popolo all' altro rendono ancora troppo dif- 
ficile fermare sicuramente le relazioni che interce- 
dono fra i testi orientali ora noti, i quali proven- 
gono, da quel testo che Masùdi cita già nel decimo 
secolo ; senza che alcuno per altro rappresenti l'o- 
riginale in tutto e per tutto. 

Ma fra le alterazioni, le giunte, le soppressioni, 
che presentano i vari testi , importava conoscere 
quali elementi siano originali e quali no; quale in 
poche parole fosse la forma del romanzo indiano ; 
e a questo Domenico Comparetti riusci confron- 
tando le versioni orientali del libro oggi conosciuto, 
si che seppe acutamente rintracciare e ricomporre 
di tra le varie e diverse composizioni la forma e 
la. contenenza del racconto nel libro di Sindibàd; 
in questo modo : 

€ C era nell' India un re di nome Kùrush ; 
era potente, savio, giusto e amato dai suoi popoli; 
essendo già inoltrato in età non aveva dalle sue 
mogli avuto figliuoli, e il pensiero di non lasciare 
erede lo rendeva triste. Una notte una delle sue 
mogli vedendolo triste gli chiese il perchè: ei glielo 
disse, ed essa consigliò la preghiera. Cosi fece, ed 
ebbe un figlio. Nato il figlio, aduna il re gli astro- 



k 



— XI — 



loghi perchè ne cavino 1' oroscopo ; trovano che il 
principe è minacciato da una disgràzia a venti anni. 
A sette anni il principe è affidato ai maestri; ai 
tredici anni non aveva imparato nulla. Il re aduna i 
savj per consiglio: questi trovano che il miglior 
maestro è Sindibàd. Studia il principe altri sei anni 
e mezzo sotto Sindibàd, ma inutilmente; a dicìa- 
nove e mezzo non aveva imparato nulla. 

Il re aduna nuovamente i savj per consìglio. 
Sindibàd oflFre d' insegnare in sei mesi, pena la. vita 
e le sostanze se manchi ; solo chiede al re che pro- 
metta di < non fare agli altri quello che non vor- 
rebbe fosse fatto a lui ». Dopo una disputa fra Sin- 
dibàd e i savj che non credono alla possibilità della 
sua promessa, P offerta è accettata, e posto il patto 
in iscritto, col giorno e V ora del ritorno del prin- 
cipe. Sindibàd prende il principe seco, fa costruire, 
un palazzo, e segna tutto lo scibile sulle pareti ; si 
richiude col principe, segregandolo da tutti. 

Prima che spiri il termine fissato, il principe 
ha appreso tutto. Il re chiede notizie; Sindibàd ri- 
sponde che il principe è pronto, e che domani lo 
ricondurrà. Prima di ricondurlo, Sindibàd interroga 
le stelle, e vede che il principe corre rischio di 
morte se parlerà prima di sette giorni. Sindibàd 
si nasconde. Il principe va a corte; gran festa; 
corte plenaria; il principe rimane muto; cercano 
Sindibàd, e non lo trovano. Chi attribuisce il si- 
lenzio del principe air effetto di una bevanda da- 
tagli da Sindibàd perchè presto imparasse, chi a ti- 
midezza. Una delle donne del re dice che da gio- 



— XII — 

vinetto era solito confidarsi con lei; propone di 
condurlo nella propria stanza, e d^ indurlo a parlare. 

La donna non riesce a far parlare il principe. 
Allora gli dice che il padre è vecchio, che ormai 
tocca a lui regnare. Gli propone di uccidere il pa- 
dre di comune accordo, e di sposarsi poi. A questa 
proposta il principe va in collera, dimentica il 
proposito di non parlare, e le dice: « Fra sette 
giorni potrò darti la risposta che meriti >. La donna 
vedendosi compromessa, vuol procurare la morte 
del principe prima che passino i sette giorni. Si 
straccia le vesti e grida, accusando quel preteso 
muto di aver voluto farle violenza. Il re condanna 
il figlio a morte. Udendo ciò, i suoi sette viziri si 
radunano, e deliberano d' intercedere. 

Un vizir si presenta al re, e con due racconti 
fa sospendere l'esecuzione per quel giorno; T in- 
domani va la donna dal re, e con un racconto fa 
confermare la condanna; ma un secondo vizir la 
fa sospendere nuovamente con due racconti, e cosi 
di seguito fino al settimo giorno, nel qual la donna, 
vedendosi ormai vicina ad essere scoperta, fa co- 
struire un rogo, e ci si mette sopra per farsi bru- 
ciare; ma il re, saputa la cosa, la fa salvare, e 
ordina che il figlio sia ucciso; nuovamente però il 
settimo vizir con due racconti fa sospendere P ese- 
cuzione, e cosi arriva l* ottavo giorno, in cui il 
principe parla. In uno dei giorni anteriori al set- 
timo la donna oltre al racconto, minaccia di tra- 
figgersi con un pugnale se non le venga fatta giu- 
stizia» in un altro minaccia di avvelenarsi. 



— XUI — 

I sette viziri adunque hanno due racconti cia- 
scuno ; la donna un racconto al giorno, dal secondo 
al sesto, e la sola minaccia di uccidersi nel settimo. 

I racconti così narrati dai viziri e dalla donna 
SODO, per ordine, i seguenti : 

l.^giorno. 1.^ Vizir-La traccia del leone; 

» » La donna e il papagallo. 
2.^ giorno Donna - Il gualchierajo ed il figlio. 

» 2.*^ Vizir - I pani ; 

» » La doppia infedeltà. 

3.*^ » Donna - La lamia. 

» 3.^ Vizir -La goccia di miele; 

» » II droghiere. 

4.® » Donna - Il sesso cambiato. 

» 4.*^ Vizir - Il bagnajuolo ; 

» » La mezzana e la cugina. 

5.° » Donna - La scimmia e il cinghiale. 

» 5.^ Vizir - Il cane e il serpe ; 

» » Il panno bruciato. 

6.^ » Donna -Il ladro ed il leone. 

y> 6.^ Vizir - I due piccioni ; 

» » L' elefante di miele. 

7.^ » Donna . . . (non ha racconto) 

» 7.^ Vizir - 1 tre desiderj ; 

» » L'intendente d'astuzie femminili. 

L' ottavo giorno di buon' ora il principe manda 
una donna a chiamare il primo dei viziri. Gli rac- 
conta tutto, ringrazia lui e i compagni, promette 
ricompensa, e lo prega di andare dal padre ad 



— XIV — 

annunziargli eh' ei parla. Saputo ciò, il re manda 
a chiamare il* principe. Il re siede in trono; corte 
plenaria ; sr presenta il principe, fa omaggio, e in- 
terrogato dal re, racconta la minaccia delle stelle 
e r insidia della donna ; chiede che sian fatti venir 
tutti i savii ; con questi viene anche Sindibàd. Chiede 
il re a Sindibàd il perchè della sua assenza; que- 
sti lo spiega. Intanto, dice il re, poteva darsi 
che io facessi uccidere mio figlio, e se V avessi 
fatto, di chi sarebbe stata la colpa, mia, di qio 
figlio, della donna o di Sindibàd? Ciascuno di questi 
casi trova un sostenitore. Sindibàd osserva che nes- 
suno ha colto nel segno; il re interroga il principe, 
il quale risponde col racconto Gli ospiti avvelenati, 
e chiedo di chi fu la colpa, della fante, del serpe, 
deir uccello, o del padrone di casa ? Sostenute queste 
quattro opinioni da quattro savj, Sindibàd trova 
che nessuno ha colto nel segno; il principe risolve 
il problema dicendo che in questi casi la colpa è 
del destino. 

Tutti ammirano la sapienza del principe ; Sin- 
dibàd dice che non ha altro da insegnargli, e che 
ninno è più sapiente di lui. Il principe però osserva 
ch'ei conosce tre persone che ne sanno più di lui, e 
narra tre racconti: 1.^ // bimbo di tre anni; 2.^ 
Il bimbo di cinque anni; 3.^ // vecchio cieco. 

Chiede il re come mai il principe non imparò 

prima quel che riusci ad imparare poi. Risposta 

del principe. Ordina il re clie venga la donna, que- 

. sta confessa tutto. Interroga la corte che cosa debba 

farsi di lei. Taluni propongono varie mutilazioni. 




— XV — 

altri la morte. Allora la donna racconta La volpe. 
Il re rimette al principe il decidere. Questi esclude 
la morte, e sostituisce una pena men grave. Segue 
un dialogo fra il re, Sindibàd e il principe, nel quale 
sono esposti molti principj di morale. In questo 
dialogo è intercalato un racconto di Sindibàd col 
quale risponde al re che chiede a chi sia dovuta 
la sapienza di suo figlio. 

Il re incorona pubblicamente il suo figliuolo, 
cedendogli il trono, e si ritira nella solitudine a 
servire Dio » (1). 

Il Brokhaus riconobbe nella ottava notte del 
persiano TuU-nàmeh di Nakhshebi ( quattordi- 
cesimo secolo) , traduzione di un libro caro agli 
indiani, il Qukasaptati — serie ,di settanta novelle 
onde Quka, il buon papagallo, trattenne la bella 
Prabhàvati che non fosse infedele al marito lontano — 
il ciclo di novelle corrispondente al Libro dei Sette 
Savi, E questa redazione il dotto tedesco ritenne 
per la più antica e vicina all'originale indiano, (2) 
perchè vi appare più chiaro e men turbato da altre 
giunte, secondo egli pensa, il suo vero fine, che è 
di premunire contro le frodi delle donne; nel fatto 
in questa composizione la tessitura è più semplice 
e più rapido scorre il fatto : la donna tenta solo di 

(1) CoMPARETTi, Ricerche intorno al libro di Sindibdd 
in memorie del Reale Istituto Lombardo^ voi. II, S. 3, p. 5 
e seg. 

(2) Op. clt. , p. LII, LUI. 



— XVI — 

accendere il principe al suo amore , né gli pro- 
pone d'uccidere il re; solo i viziri novellano, né 
la ragazza loro contrappone pur un racconto a far 
diffidente il . re (1). Ma V opinione del Brokhaus 
respinsero il Goedeke(2) e il Comparetti. Quest'ul- 
timo ricercando la forma più possibilmente genuina 
del libro, che io ho ripetuta, sostiene che Nakhshebi 
non conobbe direttamente o indirettamente altro 
testo del Sindibàd che quello da cui provengono 
le altre versioni, e che trovando alcuni racconti in 
comune fra il Sindibàd e V antico Tutì'-nàmeh 
che egli rifaceva, li riunì nella ottava notte, dando 
loro per cornice il racconto fondamentale del 
Sindibàd (3). Anche dimostra il Comparetti che 
i secondi racconti dei viziri, che trovansi nelle 
versioni conosciute ed appartengono all' originale 
da cui queste provengono, furono aggiunti da un 
persiano, il quale li aveva tolti da un' antica ver- 
sione persiana del Qukàsaptati, ciò è dall'antico 
Tùtì-ndmeh. Così si spiega ciò che nel decimo 
secolo Muhammed el Werrah vuol dire parlando 
di un libro di Sindibàd più piccolo e di uno più 
grande. 

Ziyà ud-din, detto Nakhshebi dal luogo di na- 
scita, nacque verso là fine del decimoterzo secolo e 



(1) Cfr. il Compendio del Brokhaus, tradotto dal Teza 
eh' è avanti H Libro di S. S. a cura del D'Ancona, già cit. 

(2) Liber de septem sapientibus^ in Orient und Occir- 
dent. III. 

(3) Op. cit. 23 e seg. 



— XVII — 

morì nel 1330 d. C. Scrisse per consiglio di un sa- 
piente amico, come s'è già visto, il TùtUnàmeh, cioè 
il Libro del papagallo. Poiché del libro di Nakhshebi 
si ba un recente raffazzonamento di un Muhammed 
Qàdiri, cosi a lungo si è creduto che esso fosse 
r opera genuina di Nakhshebi. Il Kosegarten fu il 
primo ad accorgersi dell' errore e ritrovò poi ad 
Amburgo il libro stesso di Nakhshebi. 

Muhammed Qàdiri è del decimosettimo secolo; 
abbreviò nella forma e nella materia il libro di Nakh- 
shebi e omise il racconto della ottava notte, rife- 
rendone solo qua e là alcune delle novelle ('1). 

Il libro di Nakhshebi ha intento morale e vi si 
scorgono molte ed evidenti tracce dell' origine in- 
diana: sono nomi di città e di Brahmini, usi e co- 
stumi, concetti e superstizioni. 

Alcune antiche versioni persiane del libro di 
Sindibàd sono andate perdute; il Pizzi ricorda quella 
di Qanàvarzi, che per ordine di Nùh della casa dei 
Samanidi avrebbe tradotto questo libro in una rozza 
e ispida prosa; e quella in versi, ricordata da 
Davlet-Shàh, dovuta al poeta Azraqi, morto nel 
1129 d. C. 

Altro testo persiano è il Sindibàd-nàmehj la 
contenenza del quale foce conoscere il Falconer nel 
1841, del decimoquarto secolo. L' autore di questo 
poema ebbe dinanzi un testo persiano in prosa tra- 
dotto dall' arabo e in quest' opera alcuni vollero ri- 

(1) Cfr. , Pizzi, Storia Delia Poesìa Pet^siana, Torino,, 
1894, voi. II, cap. VII. 



\ , 



— XVIII — 

conoscere il Sindibàd di Azraqi; ma realmente sono 
due testi differenti , V ultimo de' quali , non ci è 
aQcora pervenuto per nessun manoscritto (1). 

Il persiano Zahìri di Samarcanda, del dodice- 
simo secolo, vedendo, secondo egli dice, che la 
vecchia traduzione del libro di Sindibàd fatta da 
Qanàvarzi era andata in dimenticanza per lo stile 
goffo e rozzo, pensò di rifarla. 

Dagli arabi fu poi trasformata, nel secolo decimo 
quinto a tale varietà che ne uscirono due compo- 
sizioni, le quali hanno in comune solo la metà dei 
racconti, pur essendo intitolate tutte e due Storta 
del Re, della favorita^ del figlio e dei sette vizir (2), 
e unite alle Mille e una notti (3). Tale dagli arabi 
r ebbero i turchi nel decimoquinto secolo con le 
Quaranta mattinate e le quaranta serate (4). 

(1) Anali/ ttcal account of the Sindibdd-'ndmeh or hook 
of Sindibàd, a pers, ms, poem in the library of the East-- 
India-Company in Asiatic jour, 1841, XXXV-XXXVI; cfr. 
anche il D' Ancona nella sua prefazione al Libro dei S. S, 
cit., é il Brockhaus nella dissertazione citata, p. XIU e LII; 
e liANDAU, Die Quellen des Dekameron, p; 33. 

(2) L' una fu pubblicata dall' Habicht a Breslavia nel 
1825; r altra dallo Scott a Edimburgo nel 1800. 

(3) Differentissima da tutto queste composizioni è un'al- 
tra araba / dieci visir, in cui i visiri, invidiosi della sapienza 
del principe che viene sconosciuto alla corte del padre, aven- 
dolo trovato per caso nell' appartamento delle donne, d' ac- 
cordo con la regina, V accusano al re, che ne ordina la morte, 
cui il figliolo sfugge raccontando novelle per dieci giorni, fin 
che è riconosciuto. Fu pubblicata dal Knoes a Gottinga nel 
1807. 

(4) Furon tradotte dal Behmner a Lipsia nel 1815. 






— XIX — 

Ma già avanti s' era innestato su '1 tronco di 
gloriose culture, la greca e F ebraica. 

Synttpas k il titolo della redazione greca la 
quale, come è accertato per le ricerche del Com- 
par.etti, è di tutte le versioni quella che in più 
gran parte s' è attenuta air originale , e però era ' 
molto interessante determinarne V età; ciò che il 
Comparetti fece. Cosi dal secolo decimo primo fi- 
niente, in cui Michele Andrcopulo lo mise in greco, 
il SynttpaSy che rappresenta un più antico testo 
siriaco, che alla sua volta rappresenta un più an- 
tico testo del persiano Musa, (che probabilmente, 
scrisse in arabo), conduce a que'tempi ne'quali presso 
scrittori arabi troviamo la prima volta menzionato un 
Libro di Sindihàd. IlRoediger trovò nel fatto un testo 

* sirìaco del Sindibàd, di cui pubblicò nel 1868 un 
saggio nella seconda edizione della sua Chresto-- 
mathia Syriaca; per quanto si può giudicare da 
un saggio non è precisamente il testo che tradusse 
TAndreopulo, ma un commento di quello (1). E un' o- 

* pera siriaca fu trovata e pubblicata ultimamente 
con la traduzione in tedesco, sotto il titolo di Sindbau 
i sette savi maestri (2); e in essa possiamo ricono- 
scere se non la fonte immediata del SyntipaSy una 



(1) Comparetti, op. cit. ; il Syntipas fu pubblicato dal 
Boissouade (De Syntipa et Cyri fiìio, Anpreopuli narratio, 
Parisiìs, i828) e dall' Eberhard a Lipsia nel 1872 (nelle 
Fabulae Ròmanenses grece conscnptae). 

(2) L' ed. è condotta di sur un cod. berlinese dal Baethgen: 
Sindbau oder die Sieben Weisen Meister^ Leipzig, 1879. 



XX — 



versione che gli si accosta in maniera da far pensare 
a una fonte comune persiana. 

Altra redazione orientale che s' accorda in gran 
parte co '1 Synttpas è una antica traduzione spa- 
gnuola d'un testo arabo; ciò è il Libro de los 
engannos et assayamentos de làs mugeres, de arar- 
Vigo en castellano trasladado por el Infante Don 
Fadrique fìjo de Don Ferrando et de dona Beatris; 
intitolazione che rese possibile all' illustre editore 
del testo, il Comparetti, di fermarne la composi- 
zione alla metà .del .decimoterzo secolo (1). 

Di questo libro abbiamo anche una redazione 
ebraica nel Mischie Sendebar o Parabole di Sen^ . 
debar^ che da alcuni si riferisce al decimosecondo 
secolo, da altri al decimoterzo (2). 

Tra le composizioni orientali son conosciute 
ancora due armene, una per la versione russa di 
David Ssrebriakow e per notizie del Lerck che la 
comunicò ip riassunto (3); una seconda per studi 
di F. Mailer, e una russa messa a luce da Th. 
Bulgakov (4). 



(1) Pubblicato da D. Comparetti nell'op. cit. Ricerche 
intorno al Libro di Sindabdd, 

(2) Stampato la prima volta in Costantinopoli nel 1517, 
poi a Venezia nel 1544 e nel 1655 e da ultimo da Paulus 
Cassel a Berlino nel 1888. Tanto il testo greco quanto questo 
ebraico furon tradotti dal Sengelmann (Ralle, 1842) e dal 
Camoly (Parigi, 1849). 

(3) Cfr. Lerck in Orient und Occidetit, II, 369. 

(4) Petersburg, 1878. 




— XXI — ' 

I ■ 

Né la tradizione popolare del Libro dei Sette 
Savi è morta presso i popoli orientali: il Teza in 
una dotta lettera al D'Ancona discorse già della 
tradizione dei sette savi ancor viva oggi nei po- 
poli magiari (1); e un tedesco, M. Murko, più tardi, 
indagò la diffusione che il celebre romanzo ebbe 
presso i popoli slavi. Si giova a questo fine di co- 
piosissimo materiale a penna e a stampa, instituendo 
raffronti e pubblicando tradotte le versioni che più 
si scostano dagli originali. I risultati più importanti 
dello studio sono: 

I Boemi furono i primi a conoscere il libro già 
nel deciraoquarto secolo per i Gesta Romanorum. 
Essi stamparono la Bistm^ia septem sapientum, 
tradotta nella lor lingua , fin dagli inizi del 
secolo sedicesimo e possedettero una commedia dei 
Sette Savi. 

Anche i polacchi tradusser due volte la Hi^ 
stoì^ia. Solo in tempi più recenti si ebbero in Boe- 
mia e in Polonia traduzioni che risalgono a libri po- 
polari tedeschi. 

I russi ricevettero quest'opera dai polacchi; 
i bulgari e i serbi pervennero soltanto verso il 
principio del nostro secolo a posseder traduzioni 
del Synttpas di sur un originale greco moderno. — 
Il Murko giunge con le sue ricerche alla conclu- 
sione notevole che le traduzioni in polacco, in russo 
ed in armeno ci scoprono un testo latino della Hi- 

{}) La Tradizione dei Sette Savi nelle novelline ma^ 
giare, Bologna, 1864. 

ERASTO II 



— XXII — 

storia septem sapienttum anteriore alla più antica 
redazione finora conosciuta (1). 

Da questa compendiosa esposizione storica è 
facile ^vedere che fu grande la fortuna che nel 
fantastico Oriente trovò lo strano e curioso libro ; 
né, come si vedrà , men grande fortuna trovò nei 
paesi occidentali. 

(1) Die Oeschtchte von den Sieben Wetsen den Slaven, 
Vien, 1890, dai Sitzungsberichte dell' Imp. Acc. di Vienna, 
classe stor. fil. 



NOTA 

Per le versioni orientali in genere , oltre i lavori 
speciali citati a pie di pagina : cfr. i lavori : Comparetti, 
Ricerche intorno al Libro di Sindibdd, Milano, 1870 
{Memorie del R. Istituto lomb,, 11, S. 3.*); — D'An- 
cona, Introduzione al Libro dei Sette Savi di Roma, 
Pisa, Nistri, 1864; nella medesima pubblicazione: Bro- 
KAUS, / Sette Savi nel Tùtl Namah, traduzione e giunte 
di E. Teza; — Pizzi, Storia della Poesia Persiana, 
Torino, 1894, v. II, cap. VII; — Landau, Die quellen 
des Dekameron, Stuttgart, 1884, § 6, 7, 8; — Dacier, 
Notice d' un manoscrit grec de Bibl. du Roi, in 
Memoir de la litt. tirés de registres de VAcadémie 
des inscriptions et lettres. Tome XLI, e per la biblio- 
grafia — Krumbacher , Geschichte der Byzantinischen 
Litteratur, Mùnchen, 1891, p. 470 e seg. 




IL 



n Romanzo dei Sette Savi in Oooidente, 



Questo libro che, come fu detto, è inferiore 
alla Bibbia soltanto nella quantità di traduzioni in 
lingue diverse; che già da dieci secoli fu messo 
in iscrittura e doveva essere molto tempo innanzi 
nella tradizione orale , e appena ne fu determi- 
nata la forma , tutti i principali popoli asiatici 
volsero nelle loro lingue; questo libro, pervenuto 
per vie non sicuramente conosciute all'Europa oc- 
cidentale al più tardi nel secolo decimo secondo, 
8Ì diflFuse amplissimamente in tutti i paesi e fra 
tutte le nascenti letterature , e massime nella 
francese, che allora fioriva nel vecchio e nel nuovo 
latino. 

Ora, come potè avvenire il passaggio della leg- 
genda dei sette savi dall' Oriente all' Occidente ? Ciò 
è dire: quali relazioni passano fra i testi orientali 
€ gli occidentali? 

Alcuni dotti tentarono a dirittura di provare e 
affermarono che le composizioni europee procedevan 
direttamente dall' una o dall' altra orientale. 



— XXIV — 

Il Dacier volle riconoscere nel Syntipas greco 
la fonte .di un testo latino , V Historia Septem 
Sapientuniy che a sua volta fu ritenuta per molto 
tempo fonte di tutte le composizioni europee (1); A. 
Loiseleur Deslongchamps sostenne invece che V o- 
riginale cui ebbe la mente T autore delV Hùtoria fu 
il Sendabar ebraico (2), ed etbe poi valido segui- 
tatore in tale opinione Marco Landau (3); il D'An- 
cona in fine pensò o che si fosse smarrito un testo 
anteriore a quello di Don Giovanni (T autore del- 
V Historia Septem Sapientiim)^ o che Don Giovanni 
accozzasse il suo racconto « con libera scelta^ 
da vari libri, . i più d' origine orientale, od anche 
contenenti favole greche , romane e brettoni, ser- 
bandosi tuttavia, anche nel trascrivere e tradurre^ 
una certa libertà di composizione » (4J. Dei tre il 
più sagace era di certo il D' Ancona. 

Ma io penso che questo non sia ancora il 
luogo per discutere la questione. Invece sarà neces- 
sario conoscere ora le prime composizioni dell' Eu- 
ropa; nella quale la tradizione dei sette savi fa 
primieramente fermata in latino; e non poche nel 
fatto sono le composizioni latine e numerosi i mano- 
scritti e pur le stampe di alcune di esse; mano- 
scritti e stampe note sotto nomi Riversi. 

(1) In Mem, Acc. Inscrtpt, voi. XLI, cit. 

(2) Loiseleur, Essai sur les fables tndietmes et sur 
leur t'ntroduction en Europe, suivi du Roman des sept 
sages de Rome en prose (par Le Roux de Lincy) Paris 1838. 

(3) Die Quellen des Dekameron, p. 46 e seg. 

(4) Introduzione più volte cit. p. XVIII, XXIII. 



— XXV — 

Un testo assai diflfuso è V Historia Septem 
Saptentum, stampato nei primi tempi dell' arte ti- 
pografica; il quale, perchè era scritto in latino e 
stampato fin dal secolo decimoquinto, attirò partico- 
larmente l'attenzione dei dotti che prima s'occuparono 
di tali studi, e fu risguardato come la fonte delle 
altre versioni europee moderne. Tale era l'opinione 
del Loiseleur Déslongchamps seguita poi per molto 
tempo ancora e da molti. Lo stesso critico credè 
e fece credere che 1' Historia fosse 1' opera di un 
monaco Giovanni D' Altaselva. 

Ma nel 1865 il Montaiglon, nella prefazione 
alla stampa del DoIophatoSy poema in francese 
antico che 1' autore Herbers , trovatore del re- 
gno di Filippo Augusto, aveva dichiarato di aver 
tratto dal libro di don Giovanni, stabilì che il Doto- 
phatos doveva essere la traduzione non dell' opera 
latina intitolata Historia Septem Sapientum^ ma 
d' un originale latino composto negli ultimi anni del 
secolo decimo secondo da un monaco dell' abbadia di 
Haute Seille nella diocesi di Toul, chiamato Dans 
Jehans (Don Giovanni). Il critico francese s'ap- 
poggiava in parte alle dichiarazioni del traduttore 
che scriveva negli inizii del secolo decimoterzo, e 
d'altra parte alla dedica dell' opera di Giovanni al 
vescovo di Metz Bertrando, clie tenne 1' officio dal 
1179 al 1212; dedica la quale fu pubblicata da 
D. Martène nella Amplissima Collèctio di sur un 
manoscritto dell' abbadia d' Orval nella diocesi di 
Trèves, e nella quale il monaco chiamava il suo 
romanzo Opusctcìum de rege vel Septem Saptentum. 



— XXVI — 

Più tardi Adolfo Mussafia scoperse in un. ma- 
noscritto del secolo decimoquinto dell' Imperiale Bi- 
blioteca di Vienna una copia, sfortunatamente imper- 
fetta, del romanzo latino del monaco Giovanni e ne 
pubblicò un'estesa notizia nei Rendiconti deW Accade-- 
mia delle Scienze di quella città, inserendo nella noti*- 
zia frammenti del testo in confronto della tradu- 
zione francese, per cui fu dimostrata T identità delle 
due opere (1). Quella di Don Giovanni è intitolata: 
Historia pulcherrima oc delectabilis Lucimi qui 
fuit discipulus Virgilii magni philosophi, utilis 
prò humilitate, patientia, castitate et silentio ser^ 
vandis. 

Ancora più tardi, nel 1868, il Mussafia die 
notizia di altri due manoscritti incompiuti , V uno 
con r intitolazione Dolcmuchi historia fabulosa tem-- 
poris Augusti, e V altro Chronica Lucinii, che 
altro non sono, come egli dimostrò, che redazioni 
latine del Dolopathos poco differenti V una dal- 
l' altra (2). 

Un altro tedesco, Hermann Oesterley, pensò 
di ricercare il manoscritto d' Orval. Le sue ricer- 
che furon da prima sfortunate, poi ebbero miglior 
successo, giacché potè ritrovare nella Biblioteca 
dell' Atheneum di Luxembourg il manoscritto da 
cui il Martène aveva tolto la dedica del monaca 



(1) Classe Phil. Hist XLVIII, 1865. Ueber die Quelle 
des altfranzòsischen Dolopathos, 

(2) Rendicónti dell' Acc. Imp. di Vienna, 1868. Beitràge 
zur Litteratur der Sieben Weisen Meister, 



— XXVII — 

Giovanni al vescovo di Metz (1). Cosi le congetture 
del Montaiglon ebbero piena conferma. 

Ma se si riusci a dimostrare sbagliata V opi- 
nione del Loiseleur intorno V autore dell' Htstorta, 
non mi pare altrettanto facile il confutare T altra 
sua opinione : se V Hìstoria Septem Sapientum sia 
stata la fonte delle versioni occidentali. 

Gaston Paris, prendendo a esame un gruppo della 
versione francese , — importantissimo per noi per- 
chè derivò tre composizioni all' Italia, — e al quale 
il testo latino più rassomiglia, intende a dimostrare 
che Y Hìstoria è la traduzione e non V originale del 
francese e che in generale il traduttore seguì assai 
fedelmente il suo modello, ma che aggiunse un nuovo 
racconto, ne fuse due in uno e cambiò la morale 
a un terzo. L' originale francese sarebbe una reda- 
zione fatta conoscere dal Leroux de Lincy e con- 
trassegnata dal Paris con la lettera A. Certo uno 
de' tratti più caratteristici dell' Hìstoria è in ciò che 
insiste più dell'originale francese su la morale di cia- 
scun racconto e ne presenta volentieri le applicazioni 
sotto forma allegorica, e in questo ricorda i Gesta 

(1) JoAJ^'is DE Alta Silva, Doìopathos sive de rege et 
Septem Sapientibiis, herausgegoben von H. Oesterly, Stra- 
sbourg, 1873. Questa pubblicazione interessò vivamente la 
critica molte riviste proposero correzioni ; lo Studemund 
confrontò Y ed. dell' Oesterly con i mss. e potè confermare le 
congetture di precedenti critici {Zeitschrifi fur Deusches Al- 
terthum, N. F., VI, 2, p. 221-250). Anche V Eberhard cor- 
regge felicemente gran numero di passi (cfr. Eberhardi in 
Joanm's de Alfa Silva libro qui inscribitur Doìopathos e- 
mendationum spicilegium, Magdebourg, 1875). 



— XXVIII — 

Romanorurriy singolai*e raccolta dovè storie d' ogni 
guisa sDn corredate da una più o meno mistica mo- 
rah'satto. Al Paris sembra da porre il tempo della 
composizione d* essa verso il 1330; avendo poi a fon- 
damento una redazione francese , il testo latino sa- 
rebbe stato scritto in Francia; la prima edizione pare 
del 1472. Egli afferma anche che il testo francese, 
Ystotre des Sept Sages de Rome, stampata a Ginevra 
nel 1492, è una traduzione dal latino (1). Dal qual 
fatto si dovrebbe indurre, osserva il Landau, che 
r originale francese sarebbe stato tradotto in latino 
è poi, per stamparlo, ancora in francese ; ciò che 
non è affatto verosimile (2). A me invece non 
pare inverosimile questo fatto , poiché non è da 
vero necessario imaginare che il testo latino fosse 
ritradotto in francese per stamparlo ; ma appare 
più tosto, per il mio fine, non necessario insi- 
stere su la questione; né mi pare tuttavia neces- 
sario parlare di tutti i testi latini manoscritti del 
nostro libro, dei quali non si conoscono ancora sicu- 
ramente le relazioni: e però mi limiterò a riman- 
dare chi voglia al lavoro illustrativo di Giorgio Bu- 
chner, U Hìsto7^ia Septem Sapientum secondo il 
manoscritto di Imspricck delV anno 1342 , nel 
quale si dà la più recente e compiuta enumerazione 
di sedici manoscritti e di nove stampe (3), e alla 

(1) Preface a Deìix redactions du Roman desi Sept 
Sages, Paris, 1876, p. XXVIII e seg. 

(2) Die Quellen des Dekameron, p. 51. 

(3) Die Hist nach der Innsbrucker Handschrift ecc., 
1889. 




XXIX — 

memoria dì M. Murko Contributi alla otaria del 
testo della Historia Septem Sapientum (1). 

Ora mi pare che più giovi discorrere dell' Hi" 
storia Luciniij del suo autore e del modo da lui 
tenuto a comporla. 

Nel romanzo del nostro monaco il fatto ha luogo 
al tempo d'Augusto e la moglie che questi dà 
a Dolopathos ( donde il nome al romanzo ) è 
figlia di Agrippa. Della sua condizione e della 
sua coltura di monaco dà prova Don Giovanni 
co '1 citare Sant' Agostino, e nella «chiusa a cui 
diede forza religiosa ; lo stile sente la scuola 
come tutto V insieme dell' opera ; il testo è scor- 
retto , ma ricco degli ornamenti della retorica 
d'allora. É evidente che Don Giovanni scrisse il suo 
romanzo con pretensioni letterarie e di novità ; egli 
nel fatto fa assai numerose citazioni, sopra tutto 
della Bibbia e dei poeti, quali Giovenale, Orazio, 
Ovidio e Virgilio. 

< Si lasciano scorgere, dice il Carducci, le 
pretensioni letterarie nel nome mal grecizzato del 
vecchio padre (Dolopathos := che soffre inganni); 
nell' aver fatto Virgilio parte principale della fa- 
vola e introdotta fra le novelle, un po' travisata, 
r avventura di Ulisse fra i Ciclopi. Novità è l' in- 
tendimento ascetico aggiunto all' Historia^ che viene 
sino nel titolo qualificata utilis prò humilitate^ pa- 
tientia ecc., e il sostituire alle orientali le tradi- 

(1) Beitràge zur textgeschichte der ffhtoria ecc. in 
Zeitschrift far Vergleichende Litteratur fjeschichte^ N. F. , 
Berlin, 1892. 



— XXX — 

zioni d' Occidente, segnatamente quella del cavaliere 
del Cigno (Goffredo di Buglione^) nativo della Lo- 
rena, dove r autore abitava » (1). Io per altro non 
saprei affermare che il sostituire a racconti orien- 
tali altri europei fosse nel monaco intenzione a 
novità più tosto bisogno. Certo è che se bene 
quest' opera sia palesamento d' un uomo di scuola, 
per natura, concetto e tendenza, osserva il Compa- 
rati, è opera del tutto romantica, e quindi quanto 
r autore ha aggiunto di suo ai dati del racconto 
orientale essendo invenzione sua, invano si cer- 
cherebbe in quesf opera un rigore storico conse- 
guente (2). 

Il Paris pensa che le fonti dell' intreccio del 
romanzo e delle novelle intercalate non siano scritte, 
ma orali. Si avrebbe una prova che Giovanni non 
attinse direttamente a una fonte orientale in ciò, 
che ha nel suo testo due novelle (Gaza e Puteus) 
che non si trovano nelle composizioni orientali, e 
che una terza {Canis)^ comune a tutte le varietà, 
assomiglia più nel Dolopathos latino, o se vogliam 
chiamarlo altrimenti neir Htstorta Lucinii^ al rac- 
conto deir Historia Septem Saptentum che a quello 
dei racconti orientali. Ma se il racconto quale ha 
voluto narrare il monaco d'Altaselva, assomiglia 
air Htstorta Septem Saptentum e alle altre com- 
posizióni occidentali, per varie caratteristiche se ne 



(1) i7 Libro dei Sette Savi in Italia, in Perveranza, 
22 genn. 1867. 

(2) Virgilio nel Medio Evo, p. 308. 




— XXXI 

distacca e sta a sé. La principale diflferenza che 
interessa è questa: naentre in tutti gli altri testi 
d' Occidente V educazione del giovane principe 
protagonista è confidata ai sette savi , Don Gio- 
vanni ne affida T educazione a Virgilio conforman- 
dosi in ciò ai racconti orientali, a capo de' quali 
è il Libro di Sindihàd , in cui V officio di 
maestro è dato a Sindibàd , come al sapientissimo 
dei sapienti, e i sette savi appaiono solo pru- 
denti consiglieri. Cosi che il Comparetti fu tratto 
a osservare: « Pare che il monaco di Hauteseille 
avesse dinanzi un testo, o forse più probabilmente 
avesse udita una narrazione di quella favola, più 
fedele alla forma che aveva in Oriente ; mantenendo 
V unità del savio precettore e riducendo severa- 
mente il racconto secondo la natura delle composi- 
zioni romantiche e le idee del pubblico a cui era 
destinato, sostituì Virgilio nel posto che in Oriente 
davasi a Sindibàd in quella narrazione. Nel far 
questo egli fu guidato o ispirato dalle sue idee di 
chierico non avendo di Virgilio una conoscenza 
puramente popolesca come accade ad altri autori 
di composizioni romantiche; ma mostrando di co- 
noscerlo e citando anche qualche verso di lui nel 
corso del suo romanzo » (1). 

Il Comparetti e il Paris non ripongono giu- 
stamente la ragione della mancanza delle novelle 
della matrigna nel Bolopathos di Don Giovanni a 
difetto di memoria di chi raccontò la storia a questi, 

(1) Virgilio nel Medio Evo, p. 308. 



I * 



— XXXII — 



perchè la memoria poteva aver tradito il monaco 
stesso, e perchè in una forma orientale del romanzo, 
nel TùtUndmeh, i savi raccontano una novella 
per ciascuno, né la ragazza oppone che inviti a 
farle giustizia; e né pure è vero che in tutte le 
versioni occidentali ogni savio ne racconti una 
sola : si vedrà che nella Storia di Stefano, compo- 
sizione poetica italiana, ogni savio ne dice due; ma 
è anche giusto osservare che questa versione rimata 
fu pubblicata dopo le osservazioni del Paris e del 
Comparetti. j 

Ora questo Dolopathos latino si fonda sul- 
r Historia Septem Sapientum, o avevano entrambi 
una stessa fonte? A dir vero non si può rispon- 
dere a questa domanda in modo preciso. Il Paris 
e il Comparetti, come s' è visto , propendono ra- 
gionevolissimamente a credere che Don Giovanni 
non avesse alcuna fonte diretta e attingesse invece 
alla tradizione orale (1). Ma il Landau inclina a 
credere che il Dolopathos non abbia avuto altra 
fonte che 1' Historia Septem Sapientum. 

Egli, mentre concede che V autore dell' Hi^ 
storia septem sapientum attingesse alla tradizione 
popolare , ciò non ammette per il monaco d'Alta 
Selva, ammette solo pe '1 racconto principale. 



(1) L' Osterley nella prefazione al Dolopathos che trovò 
a Luxembourg e di cui si die notizia in una nota precedente, 
asserisce egli pure che Don Giovanni non attinse ad alcuna 
fonte letteraria, ma raccolse le sue novelle dalla bocca del 
popolo. 



— xxxni — 

Ma s' è visto che V HiHoria fu scritta un secolo 
dopo il Dolopathos ; e d' altra parte che certi rac- 
conti siau comuni ai due testi può tanto signi- 
ficare che questo proceda da quello , come quello 
da questo. Né scusano la supposizione che il Do- 
lopathos fosse composto quando già V Historia era 
divulgata largamente e s* era conquistato il suo 
pubblico di lettori fedeli , la poca diflfusione del 
Dolopathos latino e francese e la scarsità dei ma- 
noscritti che li conservano. E invero non aveva 
la Historia un' attrattiva mancante al Dolopathos 
nei racconti della matrigna? 

Per le stesse ragioni che riguardano il modo 
ond' è composta, V Historia Septem Sapientum non 
può derivare dal Dolopathos, anzi ho già detto che 
procede da una redazione francese. In latino , 
oltre che nei manoscritti e nelle stampe che por- 
tano i titoli Historia de calumnia novercali^ Historia 
Septem Sapientum Romae, Historia Lucinii, Dolopu^ 
chi historia fabulosa^ Chronica Lucinii, si trova in 
altri libri : nel Liber de scala celi di un domenicano 
chiamato Joannes Parvus, sotto l'articolo fe^nina, è 
conservata una redazione compendiosa, fatta nel se- 
colo decimo quarto , d' un libro intitolato Liber de 
Septem Sapientibus (1); in molti manoscritti dei 
Gesta Romanorum, singolarissima raccolta di e- 
sempì, è conservata un' altra composizione del ro- 



(1) Fu stampata in Ulma nel 1476 e dal Goedeke in 
Orient und Occident, nel 1865. 



— XXXIV — r 

manzo dei sette savi (1). Si credè per molto tempo 
che fosse un semplice estratto della nota Historia 
Septem JSaptentum; ma il Murko esaminandola 
con più diligenza potè convincersi che ha impor- 
tanza assai maggiore d' un estratto. A confrontare 
le singole novelle non si trova nel fatto alcuna 
differenza rilevante, ma che la composizione ha molta 
somiglianza con la versìo italica^ e ciò a noi im- 
porta assai (2). 

Una redazione del nostro romanzo in un la- 
tino assai cattivo, conservata in un manoscritto 
viennese del quindicesimo secolo, è forse, secondo 
il Mussafia, la fonte delle composizioni italiane; di 
quelle composizioni che egli, il Mussafia, comprese 
appunto sotto la intitolazione generica di versio e- 
taltca. Ma più a lungo ne riparlerò nel capitolo 
seguente. Qui basti dire ancora che la Historia 
ebbe molti traduttori in lingue diverse, e che la più 
antica pare sia la tedesca; vien dopo l'olandese; 
la francese fu stampata la prima volta a Ginevra 
nel 1492. Apparvero poi successivamente versioni 
in inglese, in spagnuolo, in gallese, in islandese, 
in svedese, in danese, in polacco, in russo e in un- 
gherese: versioni fatte direttamente o indiretta- 
mente dal testo latino. La versione armena del 
secolo decimo settimo , di cui fu menzione nel 



(1) L' estratto dei Gesta Romanorum , non fu stampato 
dall' Oesterlev nella sua edizione. Cfr. V ed. del Grasse, 1842. 
' (2) MuRKo, Beiiràge zur Textgeschichte der Historia 
septem sapientum cit. 



— XXXV — 

primo capitolo , procede dal latino o dal francese 
e servì ella stessa d' originale a una traduzione 
russa moderna ; per che V una e 1' altra rientrano 
nelle composizioni occidentali (1). 

Cosi si forma una vera letteratura popolare 
leggendaria su la storia dei sette savi , e più 
basso una tradizione orale così vigorosa, che fra 
certe genti dura tuttavia. Io non discorrerò delle 
composizioni occidentali, come di quelle che non 
interessano direttamente V argomento, poiché è mio 
fine esaminare soltanto le italiane; ma a ciò gioverà 
appunto notare con brevità, come più attenenti alle 
nostre, le composizioni francesi. 

Le quali si dividono a prima vista in due 
gruppi: in versi e in prosa. Seguendo il Paris io 
dividerò ancora in gruppi minori o famiglie, a se- 
conda delle relazioni intercedenti fra loro, tutte 
q^ueste versioni. 

Il poema del secolo decimosecondo. Li roman 
des Sept SageSy pubblicato a Tubinga dal Keller (1836) 
è conservato intero in un solo manoscritto ed è con- 
trassegnato dal Paris con la lettera /f, monco in un 
ms. di Chartres, C, e fu alterato e rimaneggiato 
in una versione prosastica, /), {dérimee) edita dal 
Paris ; i tre testi presentano varianti d' una sola 
e medesima redazione che si denomina V. 

(1) Cfr. l' articolo del Lerck, Ueòer eine armentsche 
Bearbeitung der sìeben toet'sen meisier in Orient und occident 
t. II, 309. Fu tradotto in russo nel 1847, il traduttore igno- 
rava che questo libro, secondo una versione polacca fatta su* 
latino, era già nella sua lingua. 



— XXXVI — 

Un altro gruppo, L (che ha a fondamento il 
testo pubblicato nel 1838 dal Leroux de Lincy di 
sur il cod. 19166 della Bibl. nazionale di Parigi), ben 
differente da T, offre somiglianze evidenti, strettis- 
sime, co*l testo contenuto nella Scala celi, S; 
onde L e S appaiono della medesima famiglia. Il 
gruppo A , rappresentato da una redazione della 
quale il Le Roux, in appendice air altro testo di cui 
sopra, die qualche variante della prima parte e tutta 
intera la seconda di sur il cod. 2137 della nazionale 
di Parigi , è nella sua prima parte testualmente 
conforme a L e nella seconda intimamente d' ac- 
cordo con V; — tre manoscritti offrono una com- 
binazione dei due testi del Le Roux, ciò è di L e 
di -4, combinazione però ristretta alle ultime pa- 
gine; altri tre manoscritti formano una classe a 
parte per ciò, che danno al romanzo il titolo di 
Ystoire de la male (o faussé) marrastre ; si chia- 
ma M e si avvicina strettamente alla famiglia A 
in quei passi che son loro comuni; e come ^ è il 
prodotto d' una combinazione che non ha potuto 
farsi due volte, cosi certamente quest' ultimo grup- 
po deriva da A; ma a M mancano sei racconti 
di -4, e pare al Paris di spiegare il fatto ammet- 
tendo che il compilatore di M lavorasse su d' un 
testo assai mutilo e che lo compiesse alla meglio. 

Dalla redazione in prosa del gruppo A pare 
che procedano altre meno interessanti e meno com- 
piute ; sono Marques de Rome, Laurm, CassidoruSj 
Pèliarmenus, Kanor; redatte tutte nel secolo de- 



V 



— XXXVII — 

cimoterzo. Altre redazioni non sono che combina- 
zioni secondarie di diversi gruppi. 

Un'ultima forma, ma diflferentissima, di questo 
romanzo è il Dolopathos, poema pubblicato da Ch. 
Brunet e A. Montaiglon (Paris, 1856), che Herbers, 
trovatore del decimoterzo secolo, dichiarò aver ca- 
vato dal libro di Dans Jean, e del quale parlai già 
in principio del capitolo. 

Il gruppo A ha una grande importanza per la 
sua diffusione in Francia e fuori ed è la fonte di 
alcune redazioni italiane; ma non ha nessun valore 
per lo studio delle origini del romanzo dei sette 
savi, poiché non è che una combinazione di L e 
di V; meno importanti quindi . sono i testi che ne 
derivano fra i quali , il Paris pone V Historia 
Septem Sapientum. 

Anche in provenzale fu probabilmente una re- 
dazione del celebre libro. Il Bartsch (1) ne cita un 
manoscritto; e lo Chabaneaux (2) ricorda la menzione 
che del romanzo fanno le Leys d* Amors e ammette 
la probabile esistenza d' una versione provenzale. 

Ora quale la fonte di tutte queste composizioni 
che alla lor volta sono immediate o mediate fonti di 
quasi tutte le occidentali? Troppo palese: già che il 
Dolopathos latino non possa rappresentare che una 
versione orale, e il poema francese Li Roman des 
Sept SageSf che ha carattere spiccatamente popolare 
ed è fonte di molteplici combinazioni, non metta 

(1) Orundriss zur Oeschtchte der ProvenzaHschen Li-^ 
teratur, p. 22; (provenzale? domanda il Restori). 

(2) Revue des lang, ram. X, 105. 

ERA STO m 



— XXXVIII — 



capo a niuna redazione, e non possa esser che il 
frutto della tradizione orale. E poiché queste due 
sono delle composizioni europee più antiche, mi pare 
anche di poter ritenere che il Libro di Sindibdd 
passò d' Oriente in Occidente per via di tradizione 
orale: ne è una prova pur il fatto che pochissimi 
racconti contenuti nelle redazioni orientali son passati 
nelle occidentali. Che poi altri racconti popolari 
d' origine indiana sian pervenuti in Europa per via 
orale si vede a punto in ciò, che essi sono il più 
delle volte mancanti alle grandi raccolte d'oriente. 
I dotti che pensano d'origine orientale le novelle, 
le ritengono introdotte in Europa da pellegrini, da 
crociati, da ebrei, da bizantini, da emissari, o pure 
dagli arabi che dominarono la Spagna, o dai tar- 
tari che ebbero lunga stanza in Russia. Io penso 
che i crociati e i pellegrini fossero i portatori 
della nostra leggenda in Occidente. Essi che vi- 
vevano in rapporti intimi con i greci e con le 
popolazioni maomettane dovettero certo racco- 
gliere oralmente molte novelle; molti di quei rac- 
conti d' origine buddistica , avevano un carattere 
morale e ascetico, onde furon facilmente volti a 
morale cristiana; molti altri co'l pretesto di un fine 
morale, raccontavano avventure piccanti, e allora 
s' ebbe riguardo all' avventura trascurando in ge- 
nerale la moralità essenziale del fatto. E se acco- 
glievan novelle che forse potean ritrovare anche nella 
loro patria, tanto più avidamente devono essi aver 
accolte le storie che formavano il nostro libro, il 
quale si racomandava anche per la cornice che 



— XXXIX — 

doveva poi rimanere, nella sua essenza, più dura- 
tura e immutata. 

È pur noto come il romanzo fiorisse lietamente 
nel periodo bizantino , e II Libro dei Sette Savi 
era ben atto a sedurre gli spiriti occidentali con 
la bizzarria de' suoi racconti. L' Italia del mezzo- 
giorno, in que' tempi ancora a metà greca, fu il 
tramite, pensa Gaston Paris, per cui i romanzi pas- 
sarono in Europa; anzi egli dice proprio che il 
nostro « re^ut dans 1' empire byzantin une forme 
tonte nouvelle qui s' est perdue , mais qui parait 
avoir passe par V Italie et ètre la source des di- 
verses versions occidentales » (1). 

E neir opinione che esso fosse portato in Italia 
non manoscritto , ma dalla fervida memoria di 
qualche avido ricercatore di novelle, reduce pelle- 
grino crociato o mercante, mi conforta sempre 
r autorità del Paris ; al quale par che il romanzo 
indiano di Sindibàd fosse trasmesso nel medio evo 
alle nazioni dell' Europa occidentale non per deri- 
vazione diretta da una delle tante forme che aveva 
ricevuto in Oriente, ma per narrazioni orali che 
misero poi capo al romanzo francese dei sette 
savi e air Historia Septem Sapientum € Le Sin- 
dibàd , egli scrisse , avant de devenir le Roman 
des Sept SageSy a certainement été T obiet, soit 
dans r empire grec , soit en Occident d' un longue 
transmission orale » (2). E ancor più mi conforta 

(1) La Littérature Fran^aise au moyen age, Paris, 
1888, p. 82. 

(2) Le lai de V epérviere in Romania, voi. VII, p. 13. 



— XL — 

nella mia opinione il fatto che, se le varie reda- 
zioni orientali discordano tra loro in ciò eh' è di- 
sposizione, quantità e argomento delle novelle, la 
discordia si fa ancor più notevole dal confrontare 
i testi occidentali con gli orientali ; ma quest' ul- 
time versioni T una più o meno differente dal- 
l' altra , hanno tanto di comune e di caratteristico 
che le distingue dalle numerose occidentali , che 
è impossibile stabilire da quale derivi la compo- 
sizion latina donde originaron tutte o quasi le 
europee. 

Entrata cosi la leggenda in Occidente, monaci 
e trovatori accolgono e diffondono in latino e in 
francese le arti e le vergogne della regina indiana e 
le diffondono per tutti i paesi e per tutte le lette- 
rature d' Europa. 



NOTA 

Per le versioni occidentali in genere, cfr. : 
G. Paris, Preface a Deux redaciions du Roman 
des Sept Sages de Rome (Paris, 1876); — lo stesso. La 
litterature frangaise au moyen age (Paris, 1888) p. 109 
e passim ; — Restori, Letteratura provenzale ( Milano, 
1891) p. 132; — Landau, Die Quellen des Dehameron, 
§ 9, 10; MuRKO, — Beitràge zur Textgeschichte der 
Historia Septem Sapientum in Zeitschrift far Verglei- 
chende Litt. geschichte, N; F., 1892. — Pe ì Dolopathos 
la recensione del Paris in Romania (comptes rendus)^ 
II , p. 481 e seg. 

Per la bibliografia generale, cfr. Krumbacher, Oe^ 
schichte der Bizaniinischen Litt., p. 470 e seg. 



III. 



Il Romanzo dei Sette Savi in Italia. 

Nei capitoli precedenti intesi a ricercare il 
meglio di tra gli scritti altrui intorno il Romanzo 
dei Sette Savi nelle composizioni orientali e occi- 
dentali e a coordinare la materia in una notizia più 
precisa , sicura e compendiosa che per me si po- 
tesse — e non era né dilettevole né facile — per 
esaminare, lumeggiate le più antiche , le composi- 
zioni italiane: questo è il mio assunto. E anche in 
tal parte del mio lavoro sarò costretto a dir cose 
non sempre nuove; né su le vicende del famoso 
romanzo in Italia mi sarà dato forse dire l' ul- 
tima parola ; ma tutta la materia agitata negli ultimi 
quarant' anni raccoglierò sotto brevità e sceglierò 
con la scorta di nuovi fatti e alla stregua di nuove 
induzioni. 

Ora prima di imprendere 1' esame delle com- 
posizioni italiane, giovi dare a conoscere l'orditura 
del romanzo dei sette savi, quale, generalmente, 
corse per la nostra penisola e per tutto l'Occidente. 



— XLII — 



€ Il figlio d' un gran re o imperatore, nutrito 
lontan dalla reggia in ogni maniera di sapienza 
e virtù, è minacciato dagli astri del pericolo di 
morte per sette giorni imminente, in quella a punto 
che il padre lo richiama a sé per conoscere quanto 
e come abbia dai maestri imparato. Ma gli astri an- 
cora rivelano a lui che potrà campare dal pericolo se 
per sette continui giorni ei non profferisca parola. 
Va dunque, dopo aver impetrato da' savi che cia- 
scuno di essi alla sua volta, per ciascuno dei sette 
giorni, troverà modo di rimuovere il pericolo; al 
resto provvederà di per sé. Venuto a palazzo, la 
matrigna è presa di lui, bellissimo della persona; 
ma non potendo ella averne le voglie sue, rivoltato 
in odio grandissimo il grande amore, lo accusa al 
vecchio marito che le abbia voluto far forza; e 
questi lo condanna a morte. Allora i sette maestri^ 
presentandosi uno per ciascuno air imperatore con 
utf allocuzione che consiste e finisce sempre in un 
esempio o racconto d' alcuna femminile malizia, lo 
persuadono giorno per giorno a rivocare la sentenza. 
Se non che sopravviene pur sempre la donna nel 
giorno appresso a levare il marito dalla benigna 
intenzione con altro esempio o novella rivolta a 
mettergli in sospetto i filosofi consiglieri e il fi- 
gliolo. Per tal modo passano i primi sette gior- 
ni , ne' quali si raccontano quattordici novelle ^ 
sette dai filosofi e sette dalla donna. Cessata al- 
l' ottavo giorno la necessità del silenzio, il principe 
viene al conspetto del padre e gli tiene un'allocu- 
zione, che pur termina in novella, con la quale chia- 



— XLIII — 

risce sé innocente e crudel matrigna e perfida mo- 
glie la donna > (1). 

E ora esaminiamo le composizioni italiane, le 
quali sono in parte versioni dal latino e dal fran- 
cese, e in parte ricompilazioni e rifacimenti. 

Il senso classico degli italiani del medio evo non 
poteva pensare su '1 serio a rifare i romanzi d'av- 
ventura, i quali riserbò ad altri tempi più oziosi e 
signorili: allora si tradussero alla peggio o alla 
meglio perchè servissero a' disoccupati e alle donne. 

Invece « ricollegare pazientemente l' antico co '1 
nuovo, la imitazione allargare, accomodare la scienza 
a tale che pur rimanesse popolana e sopratutto 
guardar sempre al popolo ... ; furono i caratteri 
della prima letteratura d* Italia» (2); quindi i vol- 
garizzamenti di leggende d' ogni guisa, bizantine e 
orientali. 

E dei volgarizzamenti, che tanto nel trecento 
conferirono a dirozzare la favella e scaltrirla agli 
stili diversi, i più sono opera di toscani. E in 
traduzioni comparisce il libro dei sette savi in 
Italia; quel libro, di cui le versioni italiche , come 
tutte le europee, a punto anche quando si affer- 
mano e sono traduzioni, differiscono e tra loro e 
dalle latine e francesi. Nel fatto « si sa co'me la 
interpolazione anche in opere ben altre dal romanzo 

(1) Traggo questo sunto dair articolo di G. Carducci: Il 
Libro dei Sette Savi di Roma nella Civiltà italiana, an. I, 
n. 2, p. 27. 

(2) Carducci, Opere, I, Dello svolgimento della lette- 
ratura nazionale, pag. 88. 



— xuv — 

dei sette savi fosse comune, variamente molteplice 
e quasi necessaria nella cattolicità letteraria di 
queir età, nella quale, come nella religiosa, solo la 
liturgia della forma attestava diversità di origine 
e di genio fra i popoli differenti. 

Del resto, a seguitare possibilmente le tracce 
di coteste varietà, che voglion dir molto anche nei 
nomi (quel del vecchio padre ora è Bibor re d' India; 
ora Ciro re di Persia; qui Vespasiano, là Diocle- 
ziano Ponciano imperatori; altrove Dolopathos re 
di Sicilia; e fra i savii s'incontra ora Lokmann, 
ora Aristotile, Ippocrate, Apollonio, ora Catone e 
Virgilio, ora Merlino) che voglion dire poi moltis- 
simo nelle novelle, le quali son più soggette agli 
influssi delle credenze religiose, delle istituzioni, 
dei costumi; a segnare le trasformazioni del mito 
orientale e le misture del classicismo con l'elemento 
celtico e germanico; a far questo ci sarebbe da 
cavarne un bel libro di morale storica (1) ». 

Ma anche dei primi secoli di nostra lingua, 
troviamo composizioni dialettali di questo libro ad 
attestare quanto fosse diffusa nel popolo la leggenda 
e di quanto affetto tenace essa la mantenesse; ad 
attestare della ricchezza della letteratura dialettale, 
segnatamente veneta, per cui lo spirito italico dava 
già segni della sua tendenza alP unificazione lette- 
raria. 



(i) Carducci, artìcolo cit., in Perseveranza^ 22 gennaio 
1867. 



— XLV — 

Le composizioni italiane possiam divider in 
due gruppi principali; il primo e più numeroso chia- 
merò co '1 Mussafia versto italica ; il secondo , 
versione francese italica. 

La versio italica è rappresentata dalle reda- 
zioni che procedono da un testo latino scritto mani- 
festamente da un italiano, e da rifacimenti o com- 
pilazioni di testi volgari non aventi relazione im- 
mediata con redazioni francesi; e sono: 

L^ Il testo latino scoperto dal Mussafia in un co- 
dice viennese e pubblicato nel 1868 — (1); 

2.^ La novella antica pubblicata in rifacimento 
dall'Arciprete Della Lucia a Venezia nel 1832; 
ripubblicata corretta, come dice l'editore Ro- 
magnoli, a Bologna nel 1862, sotto il titolo 
Storia d" una crudel matrigna , ma in realtà 
senza la scorta del codice che aveva servito 
al Della Lucia, che si credeva perduto, e che 
fu ritrovato e pubblicato dal Roediger, sotto il 
titolo Libro dei Sette Savi di Roma^ a Firenze 
nel 1886, ed è in dialetto veneziano — (m); 

3.^ Il Libro dei Sette Savi di Roma, pubblicato 
nel 1865 a Bologna dal Cappelli — (e); 

4.^ La versione rimata, La storia di Stefano, pub- 
blicata deir 80 dal Rajna — (v) ; 

5.® U Amabile di Continentia^ ora per la prima 
volta pubblicato — (e^); 

6.^ / compassionevoli avvenimenti d^ Erasto^ la no- 
tissima redazione stampata la prima volta del 
1542 e per cui i Sette Savi duraron vivi nelle 
memorie sino al nostro secolo — (e^; 



.V V 



», .* 



.7^ 



. j 



— XLVI — 

1.^ Il poema Erasto di Mario Teluccini. 

La versione francese italica è costituita dalle 
redazioni provenienti per via di traduzioni dal fran- 
cese. Sono: 

l.*' Il Libro dei Sette Savi di Roma^ pubblicato 
dal D' Ancona a Pisa nel 1864 — (a) ; 

2.^ Una versione in prosa dei Sette Savi ( Eine 
Italianischen Prosaversion der Sieben Weisen\ 
di sur un cod. di Londra pubblicata da Her- 
mann Varnhagen a Berlino nel 1881 — (v); 

3.^ Storia favolosa di Stefano^ testo dialettale ve- 
neto inedito, conservato nel cod. mise. 255, l, 
della Biblioteca Comunale di Padova, del quale 
si dà ora per la prima volta notizia — (s). 

Fra tutte, dieci composizioni, di cui oggi io ho 
conoscenza e di cui posso imprendere l' esame, co- 
minciando dalla versione francese italica. 



IV. 



La versione francese italica. 

Esamino prima la versione francese italica per 
una ragione che apparirà manifesta alla line della 
trattazione. 

Primo rappresentante di essa versione è II libro 
dei sette savi di Roma pubblicato da Alessandro 
D' Ancona a Pisa nel 1864 nella Collezione di an- 
tiche scritture inedite o rare (1). Precedeva il testo 
una dotta introduzione nella quale il D' Ancona 
riassumeva le notizie più accertate intorno T ori- 
gine del libro e menzionava le versioni che di esso 
si conoscevano nelle antiche e nuove letterature; 
seguivano preziose notizie e osservazioni su le no- 
velle , d' ognuna delle quali era tracciata la storia 
bibliografica con erudizione molta e varia. 

Se bene la ristampa de La Novella antica del 
Della Lucia, fatta nel 1862 a Bologna dal Roma- 
gnoli e sotto il titolo di Storia d" una crudel ma- 
trigna (2) avesse provocati articoli e polemiche di G. 



(1) Fratelli Nistri, 

(2) Dispensa XIV della Scelta dì curiosità letterarie. 



— XLVIII — 

Bustelli e Pietro Fanfani nel giornale il Borghini del 
1863 e di Giosuè Carducci nella Rivista Italiana 
del medesimo anno, pure si può dire che con la 
pubblicazione del D' Ancona cominciasse efifettiva- 
mente in Italia il fervore degli studi per la leg- 
genda dei sette savi, che da poco è quietato. Nel 
fatto il prof. Emilio Teza tradusse e illustrò allora 
dottamente per 1' edizione stessa del D' Ancona la 
dissertazione del Brockhaus, già più volte citata, 
su / sette savi nel Tuti-namach ; nello stesso 
anno sempre il Teza pubblicò a Bologna un opu- 
scolo interessantissimo, in forma di lettera, su La tra- 
dizione dei sette savi presso i popoli magiari pur 
da me già citato. Nel 1865 il Cappelli pubblicò del 
libro una nuova redazione, aggiungendo notizie più 
Qhe non avesse potuto innanzi il Carducci nella 
Rivista Italiana^ intorno un Erasto a penna. In 
quell'anno anche Domenico Comparetti pubblicava a 
Pisa le sue Osservazioni intorno al Libro dei Sette 
Savi di Roma. In questo mezzo il Mussafia aveva sco- 
perto il testo latino di Don Giovanni. Nel 1870 com- 
parivano ancora del Comparetti le Ricerche intomo al 
libro di Sindibdd; e nel 1880 il Rajna metteva alla 
luce la versione poetica del nostro libro, che illustrava 
nella Romania; e quel suo studio rimane tuttavia 
il più importante lavoro per la genealogia delle 
versioni italiche. Subito dopo un tedesco, il signor 
Varnhagen, dava fuori un testo, stimato perduto, 
di Oxford; un altro cod. che pur si credeva per- 
duto ritrovava il Roedìger e pubblicava dell' '83 a 
Firenze; ciò è il testo che aveva servito. al Della 



— XLIX — 

Lucia. Alcuni anni sono anche Adolfo Albertazzi 
nel suo libro Romanzieri e romanzi del cinque-- 
cento e del seicento discorse deir Biposto a stampa, 
romanzo morale del cinquecento. 

Cosi a poco a poco vennero a cadere o ad ac- 
quistare valore conghietture, vennero chiarendosi 
fatti, sparendo vecchi dubbi e nascendone nuovi. 

Ma torniamo al testo del D'Ancona ; il quale lo 
tolse da un cod. laurenziano; ma poiché quel testo 
presentava alcune lacune, la stampa fu compiuta co '1 
mezzo d'un codice palatino di Firenze che contiene 
la stessa lezione con poche varianti (1). E valgan 
due esempi : nel testo laurenziano il libro comincia 
con le seguenti parole: « Al tempo de' Sette Savi 
di Roma, e che lo 'nperadore molto per la loro sa- 
pienza e gran vertù si reggieva ecc. » ; e nel co- 
dice palatino : « Al tempo de' Sette Savi di Roma 
e chello 'nperadore molto per la loro sapienza 
e virtù si reggieva ecc. » ; — il laurenziano 
così finisce : € e fatto che fu il fuoco , vi missono 
dentro la falsa donna, dove ella morì com' ella 
era degnia. E così vanno a mala fine coloro che 
tradigione procacciano »; e in tal guisa il palatino: 
4c e fatto che fu il fuocho vi misono dentro la falsa 
donna, dove ella morì, chome eli' era degnia; e 
chosi vanno al mal fine coloro che a tradigione 
procacciano ». Altre varianti, talora soltanto di 
grafia, si possono vedere nella appendice al testo 



(l) Il palat. è un cod. cartaceo del sec. XV, segn. 680; 
(cfr. Ind. cai., voi. Ili, fase. 3, 239). 



. « 



..V 



a stampa, dove anche, è bene avvertirlo, trovansi 
i brani mancanti al cod. laurenziano. 

I racconti di questo testo sono quindici; il 
primo è narrato dalla regina, il secondo dal primo 
savio, e cosi gli altri successivamente e vicendevol- 
mente dalla matrigna e dai savi ; 1' ultimo è detto 
dal giovane principe. Il padre del quale è impe- 
ratore di Roma; ma né di questo, né della regina, né 
del principe si fanno i nomi ; invece sappiamo come 
si chiamano i savi. 

II D'Ancona prova che il testo é una tradu- 
zione dal francese, e pensa che se ne debba porre 
il tempo della composizione alla fine del due- 
cento (1). E quello invero il tempo in cui in 
Italia, poi che s' era letto V antico ojtanico, se ne 
volgevano in volgare le produzioni più curiose e 
piacenti; e considerazioni lessicali e sintattiche po- 
trebbero confermare nell'opinione che il testo é 
di queir età. 

Che derivi dal francese si congettura facil- 
mente dal dettato che si sente pretta traduzione 
dal francese antico ; e non solo vi sono frasi e co- 
strutti che sanno di francese, ma le parole e le 
frasi sono ridotte in italiano co '1 dar loro la ter- 

(1) Il D'Ancona sotto la intitolazione II Libro etc, pose 
ancora le parole « testo del buon secolo della lingua »; nella 
introduzionei(p. XXVIII) lo dice de' « primi tempi della nostra 
lingua >; ma soltanto nello studio Del novellino e delle sue 
fonti (in Studi di crii, e star, lett. , Bologna , 1880, p. 228, 
n. 1), dice chiaramente che il nostro libro è « da porsi alla 
fine del dugento ». 



— LI — 

minazione più vicina e più conforme alla nostra 
lingua: il che è anche segno deir antichità della 
scrittura. 

Il D'Ancona poi è arrivato a determinare che 
il suo testo è traduzione di uno pochissimo dissi- 
mile dal Roman des Sept Sages de Rome in prosa 
fatto conoscere dal Le Roux de Lincy. E confron- 
tando il testo italiano co'l francese si dovrà am- 
mettere a punto che cotesta redazione, o altra del 
gruppo Aj V anonimo volgarizzatore italiano ebbe 
sott' occhio. Così potè il D' Ancona giovarsi del 
testo francese a dichiarare o illustrare certi passi 
oscuri affatto errati del volgarizzamento. 

Questa la tavola delle novelle contenute nel 
testo italiano: 



Baucilas 



Ausiles 



Lentulus 



Matrigna 



Innachindas 



Catone 



G tesse 



Marco 



)> 



Arbor 

Canis 

Aper 

Medicus 

Gaza 

Putens 

Senescalcus 

Tentamina 

Vergilius 

Avis 

Saptentes 

Vidua 

Roma 

Inclusa 

Vattcintum 



— LU — 



Le stesse novelle e identica la disposizione di 
esse nel testo francese ; dove V imperatore è chia- 
mato Diocleziano e ben poco varia anche il nome 
de' savi (1). 

Il Fanfani nel Borghini (anno I, 520), trova 
che questa narrazione edita dal D'Ancona « procede 
cosi franca e spedita e colorita così bene, è così ita- 
liana quasi sempre nei costrutti etc. . . » , che non 
dubita di metterla innanzi a quasi tutte le versioni 
dal francese. Non mi pare si possa dividere tale 
opinione per le ragioni già dette prima; e mi pare 
di non pensare male , poiché altri la disse « di 
lingua non purissima (2) » . Volendo potrei mostrare 
con esempi che il traduttore fu cosi servile al suo 
testo che non poteva da vero uscirgli di mano cosa 
pura, bella, italiana, né quindi da proporre a testo 
di lingua. Certo il volgarizzatore appare toscano. 

Altra traduzione dal francese è quel testo scoperto 
già e trascritto di sur un cod. di Oxford del secolo 
decimoquarto dal colonnello Mortara, che morendo 
lo lasciò all' abate Manuzzi insieme a pazienti studi 



(1) n secondo savio nel testo italiano è Ausiles, nel fran- 
cese è Augustes ; ed è a credere che o Tuna o 1* altra delle due 
forme — probabilmente Auxiles — non sia che corruzione grafica 
dell'altra; da Augustes a mano a mano, Auxiles, che tro- 
viamo per altro in altre redazioni italiane; anche Innichindas 
del testo italiano non dev' essere che corruzione grafica di 
Malcuidars francese, che fu mutato in Malchidras e Malchidas 
in altre redazioni in volgare. 

(2) Carducci, art. cit. in Perseveranza, 



— LUI — 

SU le origini e le vicende del libro. Il Manuzzi la- 
sciò vedere il testo al Fanfani, il quale ne pub- 
blicò a saggio la sesta novella nel Borghini (1863, 
p. 515) ; anche il D'Ancona T ebbe ad esaminare ; 
e ne estrasse la tavola delle novelle, e scrisse che 
€ evidentemente appartiene alla fine del XIII o ai 
primi del XIV secolo > (1). Il Manuzzi, a testimo- 
nianza del D'Ancona, voleva dar fuori il libro, ma 
poi non ne fece niente; né il cod. si ritrovava; infine 
un tedesco , Hermann Varnhagen , lo ritrovò a 
Londra nel Museo Britannico (n. 27429) e lo 
pubblicò a Berlino dell' '81 in edizione troppo di- 
plomatica e troppo tedesca; sì che faticosissima 
ne riesce la lettura (2). 

Le narrazioni sono quattordici, sette per l'im- 
peratrice e sette per i savi: ho detto quattordici 
e ho detto male perchè nel fatto son tredici, man- 
cando per guasto del cod. 1' undecima. 

L' imperatore (di Roma), l' imperatrice e il prin- 
cipe sono senza nome; tutti i savi invece hanno il 
loro. Dopo la novella quattordicesima, narrata dal 
savio Arcius (che par corruzione grafica di Marcus), 
il principe accusa di seduzione la matrigna che 
nega , e un duello tra due cavalieri decide della 
sorte della donna la quale è arsa viva. 



(1) Introd. cit., p. XXVIII. 

(2) Eine Italienische Prosaversion der Sieben Weisen 
nach eioer londoner handschrift zum ersten male herausge- 
geben von Hermann Varnhagen. Berlin , Weidmannsche 
Buchhandlnng, 1881. 

ERASTO iv 



— LIV — 

Ecco la tavola delle novelle: 

Matrigna . Arbor (senza principio) 

Bencillas Canis y> 

» . . Aper 

Auxles Medicus 

» . . Gaza 

Litalus Mercator (1) 

» . . Senescalcus 

Malchidras Tentamtna 

» . . Vergilius 

Caio Avis 

» . . Sapzentes (manca) 

? Vidua 

» . . Roma 

Arcius (2) Inclusa 

Appare da questa tavola quanto danneggiato 
sia pervenuto il testo edito dal Varnhagen ; non ap- 
parisce però la lacuna al principio del libro, il 
quale è mancante sino al punto dove il vecchio 
imperatore s' innamora della donna che gli oflfrono. 
Ancora qualche pagina manca dal punto in cui il 
principe s' accorge, per la osservazione delle stelle. 



(1) Questa e la novella pubblicata dal Fanfani nel Bor- 
ghini (I, 515), sono identiche. 

(2) Sono alcune differenze lievissime nel nome de* savi 
fra la tavola procurata dal D*Anconà e il testo a stampa; 
dove abbiamo Bencillas invece di Baucillas, Àrcius per Arcus. 
Manca pure nella tavola D'Ancona il nome del sesto savio; 
ma non è segno che indichi la mancanza della novella XI.^ 




— LV — 

che v' è scampo al pericolo che lo minaccia, fin 
dove comincia la prima novella. 

Altre lacune, dove poco, dove più importanti, 
sono da lamentare in tutto questo testo. Cosi manca 
tutta la novella undecima, di cui però il testo la- 
scia capire V argomento. L' imperatore, dopo V e- 
sempio di Avi's revoca la sentenza ; ma V impera- 
trice gli dice: « dico così che, se voi non farete 
di questi vostri Savi, si come Erode de' suoi, voi 
sarete in tutto distructo » ; e da queste parole s' in- 
tende che la novella da lei raccontata doveva es- 
sere Sapientes] e invero anche nel testo D'Ancona 
si parla d' Erode. 

Alla terza novella ho conservato nella tavola 
il titolo ormai entrato nelle abitudini; ma effettiva- 
mente essa non tratta di un cignale, si bene d'un si- 
gnore che è ammazzato nell' identico modo che il 
cignale nelle altre versioni. La sostituzione inge- 
nera forse più comicità? 

Questa redazione è tradotta dal francese come 
provano certi equivoci in cui è caduto il volga- 
rizzatore ; è traduzione compendiosa d' una ver- 
sione del gruppo A. Le differenze tra la redazione 
italiana e la francese sono tre : la prima ha il rac- 
conto Mercator dove la seconda ha Puteus; manca 
Vaticinzum nella prima; il duello in fine del libro 
italiano manca al francese. Ma Vatictnium manca 
anche al gruppo francese L, che ha comune con 
la composizione italiana il duello. Quindi pare che 
il traduttore avesse d'avanti un testo del gruppo A 



— LVI — 

non pure, ma anche aflGine ad L; e co'l primo 
gruppo ha in comune tutto fuor che Mercator so- 
stituito a Puteus ; co U secondo la mancanza di Va- 
ttcinium e il duello. 

Tuttavia questa versione è molto aflGine a quella 
del D'Ancona, e non pure per ciò che riguarda la 
qualità e la disposizione delle novelle, ma per i par- 
ticolari e per i nomi di persone e di luogo ; e vera- 
mente in Medicus il malato è il figlio d'un re di Un- 
gheria per tutti e due i testi come anche per Les Sept 
Sages pubblicato dal Paris e per la traduzione fran- 
cese della Historia ; — in Sapientes si narra di sette 
savi del re Erode nei due testi. Ma più curiosa a 
notare è la corrispondenza tra le due redazioni in 
Senescalcus ; il re Sodomito regna su la Puglia 
neir una e nell'altra ; e se si trattasse di nome 
e di luogo francesi non ci sarebbe nulla di strano, 
ma trattandosi d' un luogo italiano come spiegare 
questa coincidenza ne' due testi? E il medesimo re 
di Puglia ricorre ancora in Virgilius ; come mai ? 
Dovremo pensare che il testo francese portasse 
proprio Puglia ? che tra i due volgarizzatori fosse 
qualche relazione? Io non so rispondere a queste 
domande. In quanto alla sostituzione di Puteus con 
Mercator io penso fosse obbligato il volgariz- 
zatore da una lacuna della sua copia francese ; 
e in vero perchè intercalare Mercator sconosciuto 
alle altre versioni, e d' altra parte senza interesse 
(se non fosse questo: che pone la scena a « Or- 
buveto »)? 



— LVII — 

Questa versione dal francese è indubbiamente 
toscana del secolo decimoterzo finiente. Ma se il 
volgarizzatore del testo D 'Ancona , se bene dello 
stesso tempo e pur toscano, appariva un po' im- 
pacciato non solo a tradurre esattamente ma ita- 
lianamente ; questo nostro volgarizzatore , se pur 
tal volta , e non di rado , intende male e rende 
peggio il suo originale, sa dare tuttavia quasi 
sempre un sapore schiettamente italiano e to- 
scano alla narrazione. Si troveranno sbagli di in- 
terpretazione; mai quasi, non che i pretti france- 
sismi, ma e gli atteggiamenti e i movimenti alla 
francese della frase e del periodo, cosi frequenti 
nel volgarizzamento edito dal D'Ancona. Anche le 
circonlocuzioni solite in quella redazione, qui non 
hanno quasi più luogo; si sente che chi traduce è 
più cólto e più sicuro del suo istrumento. Carattere 
di questa redazione in rispetto a quella del D'An- 
cona, si è che corre più rapida e men ricca di 
particolari. 

Ma non vorrei che queste parole fossero prese 
per r apologia del testo Varnhagen, dove pure non 
mancano difetti e mende. 

Tali i due testi derivanti direttamente dal 
francese e che stanno a provare quanta e qual 
fosse r importazione dei costumi delle letture e dei 
vocaboli francesi dopo lo stabilirsi degli Angioini 
in Italia e il prevaler loro nella politica fiorentina. 

La prosa d' arte, come la poesia, decadde du- 
rante il primo periodo del risorgimento della let- 



— Lvin — 

teratura classica , e una tendenza si fece sentire 
negli scrittori in dialetto di raccostare o poco o 
assai il loro linguaggio alla lingua letteraria. 

In questo periodo due anonimi voltano in dia- 
letto veneto il libro dei sette savi. Una di queste 
composizioni fa parte dei testi costituenti la ver$t07ie 
francese italica, V altra della versio italica. Ora 
darò notizia e saggio della prima, del tutto sco- 
nosciuta. 

È conservata in un codice cartaceo della Co- 
munale di Padova (1). La contenenza è la seguente : 



(1) Ringrazio il Dott. Pier Liberale Rambaldi per la 
copia delle notizie diligenti e accurate che intorno questo ms. 
e la sua contenenza, ha voluto , da me pregato, gentilmente 
fornirmi. 

Il cod. della Biblioteca comunale di Padova, è così de- 
scritto dal Dott. Rambaldi ; — C. R. M. Busta mise. 255, 1. 
Descritto nel catalogo : — Veturi Andrea , Storia favolosa 
di Stefano figlio di un imperator di Roma istruito da sette 
sapienti^ perseguitato dalla matrigna e liberato fingendosi 
muto — Scritta nel castello di Nuovo Grad, 13 di Zugno 
1460. 

Cartaceo, scritto da una sola mano. La lettera iniziale 
di ciascun capitolo, scritta calligraficamente, è in rosso; di 
striscio rosso sono pure segnati assai di frequente gli et co'quali 
principiano i periodi o altre iniziali. Tipo della scrittura co- 
mune ai ms. del Sec. XV. Misura cm. 29 X 22 e il rettan- 
golo scritto cm. 20 X 13. Carte 32 non numerate (in tre fa- 
scicoletti legati insieme con guardia di cartone) delle quali 
sono bianche la 1, 28^ e segg. ; la e. 32 è incollata alla 
guardia. 

Incipit: El fo uno inperador in Roma 

Explicit: Et jo Andrea Viturj scrisilo de mia man in 




— ux — 

— Rubrica 1.* (1) Narra dell'imperatore e del 
figlio Stefano ; del palazzo costruito per i sette savi 
e per Stefano, e della stanza ettagonale dove i savi 
si raccolgono per ammaestrare il principe. Il letta 
di Stefano era nel mezzo e girevole così che il 
giovine poteva volgersi a chi voleva dei sette savi 
che stavano intorno. 

— Rubr. 2.* Questi sono h sete savi : Benzilas 
per r astrologia, Aciles per la negromanzia, Letelus 
per la musica, Maldidas per la « rismetricha »^ 
Caio per la retorica, Pese per la dialettica, Araus 
per la grammatica (2). 

— 3.* Meravigliosamente apprendendo le arti 
« imperiali » in tre anni il giovine apprese quanta 
i sette savi insieme sapevano; pef ciò questi, cer- 
cata con mezzo artificioso la conferma del sapere 
di Stefano, si recano dall' imperatore e gli dicono 

nel chastelo de nuove gradi et conpi adi 18 di Zugnio 1460, 
8Ìando chastelan del dito chastelo, che meiser Domenedio im- 
presti vita longa, con prosperità et vadagnio, et con men pe- 

cati. : — : — : — 

Deo gracias amen : — 

(1) Le rubriche 1, 2, ecc. non hanno i numeri corrispon- 
denti nel ms., che furono da me posti per dare più facile 
modo di indicazioni. Esse si distinguono per spazii di più linee 
tra un corpo e un altro di scrittura; in tali spazii il più delle 
volte sono scritte alcune parole di maggior dimensione, e son 
quelle riportate in carattere corsivo, e poi la rubrica princi- 
pia con la lettera iniziale rossa e grande gotica e il resto 
della parola di una forma gotica tonda come quella delle 
parole su accennate scritte negli spazii divisorii. 

P. L. Rambaldi. 

(2) Tale è la grafia dei nomi in questa rubrica, un pò" 
diversa da quella delle rubriche più lontane. P. L. R. 



— LX — 

che non hanno altro da insegnare a suo figlio; e lo 
consigliano ancora di prender moglie , osservando 
come non sia decoroso a un sovrano star senza 
donna, poiché avrebbe potuto, ammogliandosi, aver 
altri figli sapienti quanto Stefano. 

— 4.* / fa respoìisiom. Risponde il re ralle- 
grandosi pe '1 figlio e dando loro V incarico che scel- 
gano la sposa. La quale essi trovarono bellissima, sa- 
via e d'alto lignaggio. L'imperatore la sposa e passa 
un anno « stagando bene >. L'imperatrice, di con- 
tinuo informata della gran sapienza di Stefano , 
n' ebbe invidia, per timore che ai figli che poteva 
avere non toccasse onore alcuno; e studiando il 
modo di perderlo trovò infine, per arte magica, che 
se una sola ora avesse Stefano parlato nei sette 
giorni prossimi, sarebbe caduto morto. 

— 5.* Come la va dallo tmperador. U impe- 
ratrice andò dallo sposo lamentandosi perchè Stefano, 
già cosi savio, rimaneva ancora lontano coi sette 
maestri, e mostrandogli il gran desiderio di vederlo. 
Per ciò r imperatore mandò valletti e donzelli ai 
savi affinchè gli riconducessero il figliolo. Ricevuta 
r ambasciata i maestri si intrattennero allegramente 
in giardino fino a sera, limpida sera che permetteva 
di vedere gli astri in maniera chiarissima. Uno dei 
savi vide per un pianeta che l' imperatrice aveva 
ordinata la morte di Stefano; fattosi triste, comu- 
nicò la scoperta agli altri e a Stefano stesso che 
riconobbe la verità dell' osservazione. Ninno sapeva 
trovare uno scampo; ma Stefano per sottile osser- 
vazione degli astri vede anche che se potesse ta- 



— LXI — 

cere sette giorni , ogni pericolo sarebbe evitato. 
Partono i sapienti co U discepolo la mattina seguente 
e il re va loro incontro co' suoi baroni. Il re saluta 
il figlio, ma questi, pur mostrando per inchini e 
pe '1 contegno reverenza e allegrezza, non risponde 
pur un motto. Intanto viene V imperatrice e chiede 
allo sposo di vedere Stefano. 

— 6.* Responsione. L'imperatore dice alla mo- 
glie che molto era addolorato perchfe il figlio non 
parlava; e l'imperatrice: — Datelo a me, che lo farò 
parlare. — E condottolo nella sua stanza cerca 
ogni modo di indurlo in peccato; ma Stefano 
resistendole, ella si pone a gridare e chiamare* 
aiuto. Traggono al rumore i baroni con 1' impe- 
ratore ; il quale udita 1' accusa , ordina che il 
figlio sia menato subito a morte. Per che i ba- 
roni, troppo dolenti, tanto fecero e dissero che il 
sovrano consentì che per quel giorno Stefano ri- 
manesse in prigione. Venuta la sera l' imperatore, 
ritiratosi nella sua stanza, trovò la moglie che si 
lamentava forte, e richiestala della causa di tanti 
lamenti, essa gli disse: « a vui se adevignierà 
come adevene a uno pino de uno suo pinelo che 
fo taiado ». 

— 7.* Parla la tmperartsse e dice la novella 
del pino (Arbor). 

€ Misier, el fo una volta in questa tera uno zi- 
tadin che aveva uno molto belo zardino, in lo qual 
si ne era uno molto belo pino, lo qual questo zitadin 
amava molto e uno zorno andando questo zitadim 
per lo zardin , trovò el pin che era molto smarido 



— LXU — 

e temete eh' el non se sechase, e dise al zardiner che 
tolese de la tera grassa e metisela al pe* del pino 
a zio eh' el reverdise. El zardiner trova de la tera 
grasa e feze chome el zitadin li aveva dito. Il che 
el zito dal pe' uno pinelo lo qual quel zitadin ve- 
dendolo ne fo molto aliegro e dise a V ortolano 
che lo studiase e non stese per ninna fadiga; e'I 
zardiner tanto el studiò , eh' el pinelo pezolo creso 
tanto che la sua zimaa zonzeva quela del grande, 
e per quella caxon lo pinello andava storto ch'el ramo 
del più grande si lo impendeva. El zitadin andando 
per el zardin e '1 vete chome el pinelo pizolo andava 
storto e '1 domandò Tortolan perchè lo pizolo pinelo 
andava storto. Respose el zardiner : « Lo ramo del 
pino grande sì lo impazia e però el va storto». 
E lo zitadin dise : « Trova una manara e taja lo pin 
grande azò eh' el non fazia dano al pizoUo ». Or 
pode' vuj veder, signor » etc. 

— 8.* Lo imperador temendo che a lui toc- 
casse come al pino, giura di far morire il figlio. Il 
mattino seguente raccolta la sua corte ordina di 
condur tosto a morte Stefano. Questi per via in- 
contra uno dei savi, Benzilas, e gli fa cenno; per 
ciò Benzilas cavalca verso palazzo, dove è male ac- 
colto dall' imperatore che gli minaccia la morte 
perchè gli ha educato il figlio non a virtù ma a 
cose vituperevoli. 

— 9.* Lo savio Benzilas parlò e disse all' im- 
peratore che ben poteva dar morte a Stefano e ai 
savi, ma che male avrebbe fatto e si sarebbe pen- 
tito, poiché la verità non avrebbe tardato a pale- 



— Lxin — 

sarsi, come era avvenuto a un contadino che avea 
ucciso un suo leviero. L' imperatore vuol sentire la 
novella, ma il savio chiede che prima si ordini che 
Stefano sia ricondotto. Il che è concesso. 

— 10.* Istoria. Novella del cane e del ser- 
pente {Canis). 

Un contadino aveva una bravissima levriera 
cui non sfuggiva alcuna selvaggina, onde il conta- 
dino ne aveva dovizia e « ne impliva tutta la tera > 
e cosi era molto amato. Un dì andò con la fami- 
glia ad una festa nella città e lasciò a casa un 
fantolino in culla e la levriera. Questa rimase in 
guardia del bambino: poco dopo entrò in casa un 
lupo; la levriera Tassali, sostenne la lotta e uc- 
cise la belva rimanendo tutta insanguinata. Tornò 
il contadino e la levriera gli corse incontro a fe- 
sta ; ma come la moglie la vide insanguinata credette 
le avesse morto il fantolino e si dolse e pianse ; onde 
il contadino trasse la spada e con un colpo uccise 
la bestia. Poi andò avanti e trovò il figlio nella 
culla e il lupo a terra morto; pianse allora egli la 
levriera e accusò la moglie e sé stesso altamente 
d* aver ucciso il suo buon cane prima di verificarne 
la colpa. 

— 11.* Respoxe lo tmperador, che temeva di 
commettere Terrore del contadino, ordinando che 
Stefano fosse condotto in prigione; il che fece molto 
allegri i baroni. Ma la sera trovò la sua « dolze 
madona > in pianti, la quale raccontò una storia. 

12.* La imperartsse dice la novella del pa- 
store e delle pere (Aper). 



— Lxnr — 

Un pastore inseguendo alcune sue pecore sban- 
date entra in uno campo ove è un grosso pomo 
che dà saporitissimi frutti. Il pastore comincia a 
mangiarne e tanti ne mangia che è costretto a se- 
dere presso r albero ; ma intanto vede il padrone 
del campo avanzarsi verso lui e per ciò si arram- 
pica suir albero e si nasconde tra i rami. Il signore 
vedendo tanti pomi per terra ne mangia anch' esso 
e, sazio, si sdraia sulP erba e comincia a dormire. 
Il contadino scende, solletica dolcemente il signore 
che è preso da profondo sonno, poi lo uccide. 

— 13.* Resposse lo imperador giurando per la 
sua testa di far uccidere il figlio. L' imperatrice lo 
loda. La mattina seguente T imperatore ordina a' 
baroni di condurre a morte il figlio. Per via Ste- 
fano s'imbatte in Ansiles e gli sMnchina; il savio 
cavalca velocemente verso palazzo. I baroni lo ac- 
colgono a grand' onore, ma il suo signore gli dice 
villania e lo minaccia di morte perchè non vuol 
fare « come fo lo signior del bruolo » e gli rim- 
provera le solite colpe. 

— 14.* Responsione. Il savio Ansiles dice che 
Dio è testimonio della buona educazione data a 
Stefano e che mal fa l'imperatrice a voler la morte 
del principe. Voglia ascoltare le ragioni del figlio , 
affinchè non gli accada come a Ippocrate. Il re 
vuol sapere il fatto, ma il savio domanda che prima 
Stefano sia richiamato. 

— 15.* Lo savio Ansiles dice la novella del 
medico (Medicus). 



— LXV 

Ippocrate aveva un nipote che studiava sotto 
di lui medicina con tanto amore che presto di- 
venne buon maestro. Certa volta il figlio del re 
d* Ungheria cadde malato e niuno lo sapeva gua- 
rire; il re allora mandò per Ippocrate; ma questi 
rispose non poter andare e mandò il nipote. Il quale 
giunto in Ungheria ben accolto , visitò tosto il 
malato e volle veder le urine e conobbe che 
erano di bastardo ; licenziò tutti e rimase con 
la regina, e sotto promessa di silenzio si fece con- 
fessare che ella aveva avuto quel figlio da un gran 
conte passato una volta per la contrada ; die allora 
al malato carne di bue e ne ottenne la guarigione. 
Il re lietissimo voleva tener con sé tanto medico e 
donarlo di baronia ; ma quegli volle tornare allo zio. 
Il quale, poi che giunse il nipote ricco di doni e 
di onore, fu preso dall'invidia e pensò di perderlo; 
per il che lo invitò in giardino per vedere se co- 
noscesse la virtù delle erbe. Il nipote andò intorno 
e trovò un' erba ; la colse e disse allo zio : « questa 
si è bona da operar anasion » ; Ippocrate gliene 
fece cercare un' altra, e quando il nipote era chi- 
nato per coglierla, gli fu addosso con un coltello 
e r uccise. « E ancora feze pezo , eh' elo i feze 
arder tuty ly membry del fante » . Poco dopo Ippo- 
crate cadde assai malato « de solazione e non se 
sape stagniar; e fese vigner uno botazo », vi fece 
far cento buchi, lo riempi d' acqua, si fé' dar una 
sua polvere e la gettò ne' buchi e tutti si stagna- 
rono. Allora disse : Io son morto che non mi posso 
stagnar con questa polvere che stagna cento buchi. 



— LXVI — 



Se mio nipote fosse vivo mi salverebbe. Ora si son 
gramo della sua morte!; ma poco mi vale il penti- 
mento. E dieci giorni dopo era morto. 

— 16.* Respoxe lo tmperador, per timore di 
commettere Terrore di « Ipocras », che Stefano rima- 
nesse in prigione. La sera ritrova V imperatrice pian- 
gente che gli dice com' essa senta che rimarrà 
presto vedova, poiché certo il figliastro ucciderà lui 
e gli torrà V impero, come capitò a un gentiluomo 
che cercava ricchezze per i figli e fu poi da que- 
sti ucciso. 

— 17.* Parla V imperarise e dice la novella 
del tesoro rubato {Gaza). Un imperatore di Roma, 
Ottaviano, dà a guardare il suo tesoro a sette savi, 
de' quali uno era il più « ordinato homo de questo 
mondo in tutte chose », P altro il più disordinato 
e € gran spendador ». Quest'ultimo ha più figli e, 
fingendo di partir per la villa, rimane nascosto il 
giorno e la notte esce a rubare; così insieme ai fi- 
glioli rompe il muro della torre per levarne il tesoro. 
Il savio buono, cui duole aver trovato il tesoro 
scemato, riferisce il fatto all' imperatore, e insieme 
stabiliscono di porre una caldaia di pece nel fos- 
sato della torre sotto al buco. I figli seguono il 
cadavere del padre ladro tirato a coda di cavallo, 
ridendo e beffandosi di lui, come tutto il popolo. 

— 18.* Respose lo tmperador nel solito modo: 
ordinando ai baroni la morte di Stefano. Il quale 
incontra il savio Letelus che i baroni accompagnano 
air imperatore e pregano di parlare per la salvezza 



— Lxvn — 

del principe. Ma l' imperatore accoglie il savio nel 
peggior modo. 

— 19.* Lo savio Letelus dice all' imperatore 
che nessuno de' savi ha colpa dei torti de' quali 
sono accusati; e che farà bene, prima di dare sen- 
tenza, udire il suono di tutte due le campane, al- 
trimenti si pentirà « siccome se impenti uno cava- 
liere che alzise uno suo chonpare per creder a 
a sua molier ». 

— 20.* E dice la novella del cavaliere e del 
mercante {Mercator). € El fo una volta uno tho- 
scano e uno cavalier » che erasi sposato con una 
bellissima donna e aveva avuto per « compare ì> il 
toscano mercante che molto amava e dal quale era 
ricambiato in affetto. La donna s' innamorò del 
mercante e un di, ricevutolo in casa mentre il ma- 
rito era assente, gli confessò il suo amore e voleva 
eh' ei godesse della sua persona ; ma il mercante 
resistette per affetto al compagno. La donna accor- 
tasi a un certo punto che il marito era rientrato 
in casa, si straccia le vesti e grida accusando il 
mercante di volerle far violenza. Accorre il cava- 
liere e furibondo uccide 1' amico. Poco tempo dopo, 
la donna ammalò e venne a morte; allora presa 
dal rimorso, confessò al marito la sua colpa. 

— 21.* Lo tnperador pensò molto sopra que- 
sto fatto e poi confessò eh' egli era nel peggior 
imbroglio. Per che , ritenendo che la morte non 
può incoglierlo tenendo Stefano ben guardato in 
prigione, ordina che vi sia rinchiuso. Ma la sera 
trova ancora la moglie in pianto che gli dice di 



— Lxvin — 

essere infelicissima perchè suo marito ascolta chi 
non r ama e non la sua donna. 

— 22.* E < dise » la novella del re Corrado 
(Senescalcus). « El fo in Puglia uno re chiamato 
Corado, et era molto grando signior et aveva in 
la persona una grande infermità » che lo tormen- 
tava terribilmente. Il medico gli ordinò di giacere 
per una notte con una donna , ma Corrado non 
voleva acconsentire perchè portava gran odio alle 
donne. Infine, crescendo il male , acconsentì e in- 
caricò il suo siniscalco di ritrovargli una femmina. 
Il siniscalco non potè trovarla perchè tutte teme- 
vano Corrado. Questi allora promise un premio di 
mille « tornesv » e anche cortesia. Il siniscalco 
pensò di guadagnar quella somma e costrinse la 
moglie a giacere co '1 re ; al quale disse che* aveva 
trovato una donna, ma che essa voleva esser ri- 
mandata a casa prima del mattino. Corrado, passa 
la notte con gran piacere e quando viene il sini- 
scalco a prender la moglie, gli dice di aspettare; 
e così più altre volte, fin che il sole entra per le 
finestre. Il siniscalco insiste e qU confessa che 
quella donna è sua moglie. Allora il re gli do- 
manda perchè non avesse scelta altra donna e il 
siniscalco risponde che per avidità del premio : 
Corrado ordina che la donna resti con lui — e 
r onora di vesti e di lauto trattamento — e che 
il siniscalco abbandoni tosto il suo stato. — Così, 
aggiunge V imperatrice, se ascolterai la parola dei 
savi, interessata per la salvezza di Stefano , tu 
morrai e io dovrò andar tapina. 



— LXIX — 

— 23.^ Intesa la novela^ T imperatore giura 
la morte del figlio. Il mattino seguente dà ordine 
ai baroni di condurre a morte Stefano. Incontrano 
Malchidas e questi va a palazzo. L' imperatore 
€ non ly rendè saluto ». Il savio impetra la solita 
grazia per Stefano. 

— 24.* Dice lo savio Malchidas la novella 
del marito vecchio e della sposa giovine ( Tentamina). 
Un vecchio sposa una bellissima e giovine donna 
per acconsentire al desiderio de' parenti. Ma que- 
sta, che non può godere alcun piacere co '1 marito, 
desidera il prete della contrada, che è un bel gio- 
vine. La madre di lei la vuol persuadere a man- 
tenersi casta, ma la figlia le mostra tutto il gran 
bisogno eh' ella ha di piaceri carnali, e la madre 
la sottopone ad alcune prove : la prima è quella del 
pino. Il marito da prima strepita forte accorgen- 
dosi che essa bruciava il suo albero favorito , ma 
poi la giovine si mette a piangere e a lagnarsi di 
averlo tolto a marito e il vecchio si rabbonisce. 
La seconda prova è l'uccisione dell'animale, che 
è una « chezuola »; il marito strepita, la moglie 
piange e il vecchio si dà pace. La terza prova è 
al convito il giorno di Natale ; e il marito la fa 
salassare. 

— 25.* Intexa la novela^ l' imperatore loda il 
vecchio, ordina che Stefano sia posto in prigione 
finché potrà scolparsi, e cosi crede eh' egli non sarà 
messo <c nel baio di chuchi ». La sera, trova al 
solito la moglie in pianto. 

ERA STO V 



■1 



— LXX — 



— 26.* Parìa la impevarise e dice la novella 
dei due fratelli {VirgiUiis). L'imperatore di Roma 
« si aveva nome imperador Graso », e Virgilio 
« per arte di negromanzia » aveva fatto un grandis- 
simo fuoco e in mezzo aveva posto « uno homo de 
bronzo, el qual tegniva uno archo in man e zitava 
una saeta e avea scrito letere in lo fronte clie 
diseva: Chy me fiere Io lo ferirò de questa saeta » . 
Il fuoco era tanto grande da minacciar incendio a 
tutta Roma; per la qual cosa « uno romano scho- 
lar che era chierico » domandò ai romani il per- 
messo di estinguerlo e ciò fece gettando alla statua 
una pietra. Lo stesso Virgilio aveva fatto edificare 
nella piazza di Roma « una cholona per sua arte, 
et era de marmoro molto granda, su la zima de 
la qual j iera una statoa artifizioxaraente posta » che 
si volgeva verso quella parte delF impero nella 
quale fosse nata una ribellione, « et avea nome lo 
Amirador ». Tutti i baroni dell'impero avevan paura 
di tale statua; il re di Puglia sopra tutti, e però 
fé' un bando che avrebbe dato mezzo il suo reame 
a chi avesse atterrata la statua. Due fratelli s'im- 
pegnarono a ciò e si fecero dare gran quantità 
d'oro, d'argento e di pietre preziose, che rinserra- 
rono in tre scrigni i quali nascosero, di notte, ne' din- 
torni di Roma. Andarono poi in una ricca osteria 
e fecero vita allegra e si mostraron larghi in 
donare al popolo; onde si sparse presto la fama 
di loro e 1' oste li richiese del come potessero 
esser cosi prodighi. I fratelli risposero che sape- 
vano indovinare ove eran nascosti i tesori. L' oste 



— LXXI — 

corse ad avvertire V imperatore, il quale volle su- 
bito vedere i fratelli e provare la verità delle loro 
parole. L'imperatore con tutti i baroni vuole assi- 
stere con pompa allo scavo degli scrigni ; e un 
giorno è scavato quello dell' argento , poi quello 
dell' oro, in fine quel delle pietre preziose. I due 
fratelli che avevano domandato la metà del tesoro, 
danno poi al popolo la loro parte. Il quarto giorno 
dicono all' imperatore che sotto alla statua vi è 
un tesoro tale da fare per sempre ricchissimi tutti 
i romani. Puntellano con travi la colonna e sca- 
vano tutto quel di; giunta la sera i fratelli dicono 
all' imperatore che non si fidano di alcun custode 
e che vogliono essi guardare il tesoro durante la 
notte. Ala quando i romani son rientrati nelle loro 
case i due fratelli danno fuoco alle travi e fuggon 
verso Puglia. La statua si rompe in mille pezzi e 
grande è la costernazione in Roma: a furore di 
popolo è preso l' imperatore, accusato d' esser la 
causa prima, per la sua avarizia, di tanta sciagura; 
e colandogli oro e' argento nella bocca , negli oc- 
chi e nelle orecchie è fatto morire. 

— 27.^ Lo imperador respoxe al solito. La 
mattina seguente il principe è tratto a morte e in- 
contra il savio Chato clie corre a palazzo, dove è 
male accolto e minacciato come gli altri. 

— 28.* Lo savio Chato vuol difendersi, ma 
r imperatore lo minaccia più fieramente. Chato gli 
dice che se non vuol ascoltar la difesa non si dirà 
più che da Roma discende ogni giustizia come da 
fontana ogni acqua ; e badi di non fare come quel 



— LXXII — 

gentiluomo che uccise il pappagallo. L' imperatore 
vuol sapere il fatto. 

— 29.* Lo savio Chato dice la novella del 
pappagallo (Avis). Il Signore, padrone del pappagallo 
viveva in Costantinopoli. La donna per simulare i 
lampi fece da una sua fantesca, soffiare ad ogni 
tratto sopra un tizzone; un'altra fantesca, a simulare 
il tuono, batteva tratto tratto con una mazza. Ma 
il pappagallo disse tosto che potè al signore la colpa 
della moglie e della cattiva notte passata causa la 
pioggia , il tuono e i lampi : il signore non badò 
a quest' ultime circostanze, tanto fu addolorato 
dalla prima notizia. La donna gli dimostra che il 
pappagallo è bugiardo ed egli lo uccide ; ma uscita 
di casa pensa sempre alla povera bestiola e non 
sa darsi pace che gli abbia detto bugia. Poi è 
colpito dal fatto che il pappagallo era bagnato : 
come poteva esser ciò, se era chiuso in una stanza? 
Torna in casa e vede i buchi nel soffitto; sale nel 
granaio e trova V acqua, il tizzone, la mazza. S'ac- 
corge allora dell'inganno; caccia la moglie di casa 
e vive poi sempre gramo per la morte del suo 
buon pappagallo. 

— 30.* Dise lo imperador alcuni ragionamenti 
su '1 fatto e ne trae conseguenze pe '1 conto suo e 
ordina la prigione a Stefano. 

— 31.* Resposse la'mperarise^ la sera, con 
la novella del savio Merlino (Sapientes). I sette savi 
erano alla corte dell' imperator Herodes e sotto al 
suo letto aveano poste sette caldaie e questo avevan 
fatto per esser loro i padroni dell' impero , poiché 



— LXXIII — 

fin che r acqua bolliva nelle caldaie ^ T imperatore 
non poteva veder lume fuori del palazzo. Merlino 
era noto come gran savio, e V imperatrice che 
si crucciava per T infermità del marito , mandò 
messi per lui. Il savio, fatta cavar una buca sotto 
al letto, mostrò al re le sette caldaie e il gran 
fuoco e gli disse: spegni questo fuoco e guarirai. 
Ma per acqua che gettassero sopra al fuoco non 
riuscivano a spegnerlo. Allora disse Merlino: Fa 
imprigionare i savi e ogni lunedi fa tagliare la 
testa a uno d' essi, cominciando dal più vecchio, e 
a volta a volta le caldaie spariranno. Così fece il so- 
vrano e fu salvo dalle infermità. Il re fece grandi feste 
poi che , uscito di palazzo con la sua cavalleria, 
vide lume. 

— 32.* Respoxe io imperador ^ colpito dalla 
novella, giurando la morte di Stefano. 

Il mattino seguente andò « in palazo forte 
folminando » e chiamò i ministri ai quali ordinò 
la pronta morte di Stefano e di chiunque lo vo- 
lesse difendere. I ministri, conducendo il principe 
a morte , incontrano il savio Pesem ; ma nessuno 
osa parlargli; per altro egli cavalca a palazzo. 
L' imperatore non ne aspetta il saluto e gli dice 
due volte: <c Vui siate el mal venuto: forsy me 
credè vuj tuor la luze chome fo tolta a lo impcrador 
Erodes da Ij sete savj? Per la mia testa io non 
ve n8 crederò de niente, perchè vuj me ave pro- 
meso de amaistrar Stefano mio fio in seno et in 
bontà, e vuj non avete fato niente »; e cosi continua 
in aspri rimproveri e minacce. 



— LXXIV — 

— 33.^ Respose lo savio Pesem che essendo 
servo dell' imperatore avrebbe dovuto incontrare la 
morte senza opporsi, ma ingiustamente; e cosi Dio 
avrebbe tormentata V anima del signore ingiusto. 
Fa le solite scuse di Stefano e aggiunge che se 
r imperatrice « lu V avese portato nove mesy nel 
suo chorpo », non sarebbe tanto crudele da voler 
ad ogni patto la sua morte. Ma badi l'imperatore 
di non morire come il visconte che fu ucciso dalla 
moglie. L' imperatore vuol sapere il fatto e il savio 
chiede sia sospesa la sentenza. 

— 34.^ Lo savio Pesem dice la novella del 
visconte ( Vidua) , che è riportata intera in fondo 
al volume a p. 135. 

— 35.^ Disse lo imperador ^ dopo aver pen- 
sato al fatto: « Per la mia testa, mio fio non mo- 
rirà fin a che elo parlerà; e poy se cognoserà de 
chi sera la cholpa; e segondo chome jo troverò farò 
la justizia ». La sera la moglie piangente gli mi- 
naccia la sorte del re Saracino. 

— 36.° Parla la imperarise e dice la novella 
del re Saracino (Roma). 

Fu un re Saracino che con grande esercito 
strinse sì Roma d' assedio che la città non si po- 
teva più sostenere e T imperatore voleva rinunziare 
la corona; onde i romani avean deciso di tentar 
la sorte con una sortita. Tre maghi proposero 
air imperatore, per mezzo d' un di loro , Ro«ian, 
eh' era Saracino ma vivea in Roma, di cacciar per 
loro arte i nemici. I romani al terzo di stabili- 
rono di dar battaglia, e in quel giorno un mago 




— LXXV — 

che 4c si nomeva Vario » indossò una lunghissima 
veste tutta vermiglia e risplendente d' ori, con due 
ali d' oro, impugnò una lunghissima spada e montò 
sur una altissima torre, dove il sole lo faceva tutto 
rilucere e parere opera d' incanto. Sì che i sara- 
cini lo credetter il Dio dei romani che indignato 
contro gli assedianti fosse venuto a sgominarli e 
fuggirono precipitosamente. I Romani per tal modo 
salvi usciron di città a inseguire il nemico che 
distrussero tutto. 

« Chusy tu, signor mjo, sera inganà da questi 
tuo' savj che con suo' inchani à schanpato Ste- 
fano suo disipoUo, el qual Analmente credendoli 
te chonsumerà: et farà te morir, e jo misera con vuj. 

— 37.* Respose lo ^mperador e disse : « Questo 
non adevignierà a nuj, né non ly crederò più niente, 
e da maitina farò morir Stefano e tuty i suo' mai- 
stri ».E chome fo la maitina del septimo zorno l'yn- 
perador comandò che Stefano fose conduto a morte 
senzia alguna indusia. De questo ne fo molty do- 
lenty tuti i suo' baroni. Alora el savio Araus se zita 
a li pie' de lo imperador, dizendo : « Signior mjo, 
pregote, non fierir (1); tu pur credi a la inperarise et 
non aspety che Stefano tuo hunicho fiolo dicha la 
sua raxone; zerto la dotrina de qualonque altro 
imperador è tarda a rispeto de la tua, sichome asai 
bene chonprendere ai potuto ne le femine le chosse 
davanty mostrate; a le quale jo ne ò una (2) : ve an- 

(1) Fieria, 

(2) Solo punteggiando in questo modo e qui sottintendendo 
le parole da aggiungere^ so trovare un senso a questo passo. 



— LXXVI — 

nonzierò de uno ingano operato de una dona chon- 
tra el suo marito; e poi Stefano e nuj tutiy sete 
suo' maistri, se'l piazerà, ne faraj morire. » L' in- 
perador aldando questo dise: 4t Io vojo che tu me 
diclìi che ingano feze quela dona al suo marito ». 
El savio Araus dise: « Dirovelo revogando la morte 
a Stefano per el dì de ozi. » E chusy feze lo inpe- 
rador che subito mandò per suo' mesy che Stefano 
fose riposto nella prixon. El savio Araus seguitando 
la sua novella: — 

— 38.^ Lo savio Araus dice quella del marito 
frustato {Puteus). Una donna per ingannare il marito 
soleva ubbriacarlo. Il marito una volta finse d'essere 
ubbriaco cosi da non potersi reggere in piedi; la donna 
lo mise a letto e poi usci di casa. Il marito la 
seguì e la vide entrare nella casa dell' amante ; 
per il che tornò e chiuse fuori la moglie. Essa torna, 
piange e getta una pietra nel pozzo munito di mu- 
ricciuolo e con la sua « vera». Il tonfo chiama 
il marito che crede la sua donna annegata , la 
quale invece lo chiude fuor di casa e lo fa frustare. 

« Adonque vedite, miser lo imperador quel che 
sano operar le femene, e però non ly de' credere 
alguno ; che zerto se farete morir vostro fi.o et nuj 
per el dir de 1' imperarixe , vuj ne sarete gramo. 
Fate sy come ve piaze » . 

— 39.^ Respoxe Io imperador e disse: « Questa 
dona fo molto malezioxa, e a mi par per le chosse dite 
e aprovate de non credere a le femene; e aspeterò 
tanto che Stefano parlerà, e per cosa che me dicha 
la imperarise non revocherò questo ». E chusy deli- 




— LXXVII — 

berato remasse e non andò da la imperarisse que- 
la nocte. 

— 40.* Venuto el zorno Stefano, fiol delo inpe- 
rador parlò a quelle guardie chel guardava e dise 
a quegly : « Io vorave parlar al seregnisimo impera- 
dor, padre meo » . Le guardie aldando parlar ne e- 
beno grandenisima alegrezia, eo masime però che fina 
a quel di i non l'avevano aldito parlare né avea par- 
lato a quegli , e chon fiduenzia andò dal sere- 
gnisimo imperador digando quelli : « Signior nostro, 
el vostro fiolo ve voi parlar. » Aldando questo lo in- 
perador exultandose chon alegrezia chomandò che 
quelo andase a luj. El quale come a la sua pre- 
senzia vene, umile et reverente mente salutò toian- 
dose de chapo el chapuzo, e postosse in zinochioni 
e dise : « Padre e signior mjo, auditeme : V è da me- 
raviliarse chome tanty homeni a petizion de una 
zerta femena inniquisema, la sapientia vazilasse, e 
perder me tuo delectisimo et unico fiol è da me- 
raveiarse de vuj. Et adevegnivave si cliome ade- 
vene a uno zerto homo, de uno suo fiol el qual 
per invidia, e questo per che el doveva onorar e 
riverirlo el fiol, luj zito el fiol in mar ». Dise lo 
imperador: « Dime, fiol mio, chome questo fu ». Re- 
sposse Stefano : « Padre e signor mio, volentiera vel 
dirò »; et dile bona voja. 

— 41 .^Parla Stefano e dice la novella del figlio 
del mercante {Vaticinum). Un mercante aveva un 
sapientissimo figlio e lo condusse seco in suo viag- 
gio per tralficare. Eran presso un' isola quando al- 
cuni uccelli cantarono; il padre chiese che dices- 




— LXXVIII — 



sero e il figliolo rispose che vaticinavano per lui 
grande onore e ventura, e che per suo padre sa- 
rebbe stata gran fortuna dargli acqua alle mani e 
alla madre tenergli la tovaglia. L' invido padre 
allora lo gittò in mare. L' onda portò il figliolo 
su la sponda dell'isola; ivi rimase senza cibo due 
di e due notti, solo, abbandonato; ma lo confortava 
a bene sperare il canto degli uccelli. Al terzo di 
passò una nave e il povero naufrago chiese aiuto ; 
il padrone ricco e misericordioso lo accolse e ri- 
focillatolo lo richiese della sua storia. Uditala, ebbe 
pietà di lui e vedendosi servito e amato come da 
un figliolo, e non avendo figli , lo accolse nella sua 
famiglia. Giunto a terra, anche la moglie fu con- 
tenta d' adottarlo, e il giovine con ogni cura stava 
a lor piacere. Or accadde che il re della città ogni 
volta che usciva di palazzo era molestato dal gran 
gracchiar di tre corvi che subito gli si ponevano 
sopra il capo ; ond' egli credendo ciò malaugurio 
pe' suoi peccati, fece bandire che in un dato di tutti 
i sapienti dovessero riunirsi nel suo palazzo e a 
chi avesse spiegato il mistero avrebbe dato Tunica 
figlia e mezzo il reame. Anche il padre adottivo 
del giovine fu invitato e il giovine volle seguirlo a 
palazzo. Nessun savio seppe dire niente su lo strano 
fatto che tormentava il re. Allora il giovine s'alzò 
e chiese se il re gli avrebbe data la figliola e 
mezzo il reame quando avesse spiegata V avventura. 
Il re ripete la promessa, e il giovine dice : Dei tre 
corvi uno è femmina e due maschi, un vecchio e 
un giovane ; il vecchio cacciò la femmina , sua 



— LXXIX — 

compagna, in tempo di carestia ; il giovane la rac- 
colse e nutrì: ora a tempo di prosperità, il vecchio 
la rivorrebbe e il giovane non gliela vuol dare. 
Essi hanno fatto voi giudice della lite e non si 
partiranno se non darete sentenza. Disse il re : Io 
do sentenza che V abbia il giovine che V accolse 
al tempo della carestia. E subito il corvo e la 
femmina volaron da una parte e il vecchio dal- 
l' altra e il re fu liberato. Il liberatore ebbe la 
figlia del re in moglie e mezzo il reame , e poi , 
morto il re , 1' ebbe intero. In questo mezzo nella 
terra dove abitavano i genitori del nuovo re infie- 
riva una gran carestia che spinse molti a fuggire 
alla città. Un di il giovane re mentre cavalcava , 
scorse suo padre e sua madre; allora mandò donzelli 
perchè seguissero i due vecchi e vedessero dove 
abitavano. Il di seguente con gran comitiva andò 
a cercarli, e senza dir loro chi egli fosse li invitò 
a pranzo; di che tutti i suoi cavalieri eran mara- 
vigliati. Giunta r ora di pranzo il re chiese acqua 
alle mani, e il padre accorse co '1 bacile , e la 
madre con la tovaglia ; ma il giovine non permise 
ciò , e servitosi de' suoi ministri sedette a mensa 
tenendosi a canto i genitori. Finito il convivio 
chiese loro il nome e poi disse : Non mi conoscete? 
Essi avevan ben notato nell'ospite una gran rasso- 
miglianza co '1 loro figliolo, ma non potevan sup- 
porlo il figlio che credevan morto; tanto più che 
r ospite era il re. Il giovine disse allora : Io son 
vostro figlio; — e al padre : Che male hai tu dal mio 
onore ? Io ti perdono se anche mi gettasti in mare. 



— LXXX — 

e voglio che tu sia d' ora innanzi il signor mio e 
de' miei beni. 

« E chusy dicho a vuj, deletisimo padre, si- 
gnior imperador, ciie è stato mal dela bontà et exul- 
tazion mia; per mj dreta e salubre mente sarete 
reto et tuto el vostro regniamo». Poy disse al in- 
perador : <c Charisimo padre et signior , fé' brusar 
vostra moglier jniqua e pesima la qual inniquisima- 
mente chon si grande mal e vilupendio se pensò la 
morte e la distruizion mia,tuty i dì perchurando chon- 
tra de mj incholpabile e innozente con le sue falsità e 
bosie ». E vedendo lo imperador el fiolo chusi savjo 
et chusy eloquente e intesa la iniquità de la moier 
cusy segaze e choperta de mala volontà, commandò 
quella fosse brusata , si che vedendo lo imperador, 
miserabilmente nel focho fo sconfìta. 

Nam lex est equa dolum re ferire dollore: dolo- 
sum in chaputy unde fuit egresiiSy habere regresum. 

La caxon perchè questo zovene in queli sety zorni 
non parla si chome avete intexo, fo perchè vete per la 
stela che s'el parlava non podeva fuzir el perichoUo 
de la sua morte. La fama sua et la sua sapienzia se 
sparse per 1' universo mondo, e tuty j omeni recho- 
reva al conseglio de la sua sapienzia. E morto lo 
imperador suo padre , subito fo creato da' romani 
imperador et imperiai grazioxo et felizisimo per la 
sapienzia sua. Et a Ij sete filosofi, ly quali l'aveva 
amaistrà conferi molty beni. Laude virgo maria i^ . 

Explicit : « Et io Andrea Vituri » etc. 



— LXXXI — 

Questa adunque la contenenza del nuovo testo 
del romanzo dei sette savi, del quale per maggior 
precisione e chiarezza darò anche la tavola delle 
novelle. 

Matrigna .... Arbor 

Benziìas Canis 

» A'per 

Ausiles Medtcus 

» Gaza 

Letelus Mercator 

» Senescalcus 

Malchidas Tentamina 

» Vergilius 

Chato Avis 

» Sapientes 

Pesem Vidua 

» Roma 

Araus Puteus 

Principe Stefano '. . . Vaticiniwn 

Il nostro testo adunque, per chi faccia i debiti 
confronti, procede conforme ai testi della famiglia 
frayicese italiana. E nel fatto da principio mostra 
somiglianze evidenti co '1 testo W Ancona e però, 
per legittima supposizione, con quello Varnhagen, 
che veramente è acefalo e monco qua e là. 
Notevolissime le rispondenze tra a e il dialettale 
in ciò: che Stefano è istruito in tre anni e i sa- 
pienti consigliano V imperatore a riprender moglie 
e sono da lui incaricati della scelta; che i due testi 



— LXXXIl — 



assegnano la ragione per cui la regina vuol per- 
dere il figliastro al fatto che, egli morendo, il figlio 
eh' ella potrebbe avere dall' imperatore sarebbe an- 
che r erede dell' impero. Il passo dove l' imperatore 
ordina il ritorno del figliolo , il leggere che un 
savio fa nelle stelle del pericolo di Stefano, la con- 
ferma di Stefano, e anche il ritrovare il modo 
per non morire, è conforme in 5 in verna — 
il quale ultimo se bene mancante in questo passo 
e in altri, è compiuto dal testo francese A e da un 
codice palatino di Firenze. 

La novella Arbor precede conforme nei tre 
testi ; a la novella Canis nel testo dialettale invece 
che di un cavaliere o di un « varvassore » parla 
di un contadino ; invece di un serpente, di un 
lupo; forse 1' originale di s era mutilo, o fors' an- 
che il ricompilatore stesso volle mutare. — Aper 
è quasi in tutto conforme a v , massime in ciò 
che non un porco o un cignale è ucciso dal 
contadino , ma il signore dell' albero di frutta. 
— Dopo , il testo dialettale segue ancora v ; 
anche Medicus ha maggiori somiglianze con v ; 
ma in s Ipocrate dopo aver ucciso il nipote 
non ne brucia i /eòre, ma i membri: ,3. spie- 
gare questa variante è troppo sottile pensare che 
si tratti qui di una sostituzione arbitraria o di una 
interpretazione di parola mutila ( — bri, p. es. ?) 
interpretazione o mutazione che alla mente del com- 
pilatore suggerì van forse più logicamente un membri 
che un libri ? In 5 e in t? la botte ha cento buchi ; 
ma il rimpianto del nipote eh' è in 5 manca in a 



— LXXXUI — 

e iù V od è invece in m. — Gaza è uguale in v 
e in 5. — Anche Mercator (che non è in a) è 
simile in t;» e in 5 ; nel nostro testo , per altro , la 
moglie confessa direttamente al marito la sua colpa. 
— Senescaìcus è quasi eguale nei tre testi. — Cosi 
Tentamina. — Vergtlius, se bene presenti alcune 
lievi varietà , è più conforme a. v. — Avts , 
che in ^ è un papagallo, mostra somiglianze mag- 
giori con V. — Sapientes è conforme, fuor che in 
certi particolari, ad a; manca a v mutilo in que- 
sto luogo. — Vidua procede quasi conforme nei tre 
testi. — Roma, presenta notevoli varietà confron- 
tata con a e coi pezzi che rimangono in v ; 
invece ha molte rassomiglianze con l' altro testo 
veneto pubblicato dal Roediger, m. Fin qui i riscon- 
tri tra le due composizioni in volgare e quella in dia- 
letto si rispondono; e segnatamente si rispondono c<? 
e V anche per la disposizione delle novelle. 

Ora Puteus manca a. v e bisogna fare i raffronti 
con a; riscontri che se palesano somiglianze, ne 
palesano maggiori se si facciano tra s e P altro 
testo dialettale ?n o quello in volgare pubblicato 
dal Cappelli e, — Anche Vattcùiium manca a ^ e 
s' accosta, molte volte alla lettera, a m e e. Dopo la 
novella Puteus i confronti anche tra i passi del 
racconto generale danno a scorgere somiglianze 
non certo fortuite tra s m e e. Fino dunque alla no- 
vella Roma la composizione veneta, ora per la 
prima volta fatta conoscere , s' attiene alle tradu- 
zioni italiane dal francese, e più specialmente al 
testo Varnhagen ; poi le abbandona. Che la Storia 



— LXXXIV — 

favolosa di Stefano sia più attinente a v che ad a 
lo mostrano, tra gli altri fatti, due principalissimi, 
a trascurare anche la disposizione e i fatti delle 
novele identiche fino a Roma inclusa: in Aper è 
ucciso ne' due testi un uomo invece che un porco ; 
la novella Mercator è sostituita a Puteus in s come 
in V. Ma poiché t; è il frutto d'una combinazione 
di -4 e di Z/ che non ha potuto farsi due volte, 
cosi appar manifesto che la composizione dialettale 
s deriva fino alla novella Roma da v. Poi l'ab- 
bandona, e ciò forse perchè il testo che aveva di- 
nanzi il compositor veneto era a quel punto monco; 
donde in lui la necessità di ricorrere ad altro testo 
per compiere la sua scrittura. Di quale famiglia? 
Della francese ? Ma egli avrebbe allora narrata la 
novella hichisa, che per ordine, anche in a, era la 
quattordicesima: invece narra Puteus che in a è 
la sesta ; poi fa narrare al principe Vaticinium 
che nella versione francese italica è narrata dalla ^ 
matrigna. Tutto ciò tradisce 1' aiuto d' un testo 
della versio italica e propriamente di uno simile 
al testo Cappelli , o anche al veneto edito dal 
^..- Roediger , o infine, se si vuole risalire anche 

più su, simile al testo latino del Mussafia; del 
qual testo potè pur disporre il nostro compilatore 
durante l' intera narrazione , come alcuni riscontri 
possono, secondo me, confermare. Per le ultime due 
novelle il fatto è senza alcun dubbio e le rispon- 
denze fra il nuovo testo dialettale e i tre della fa- 
miglia italiana, non sono pur di parole, sì di frasi 
e periodi interi ; ma i passi più rispondenti 



— LXXXV — 



sono quelli del racconto generale : gP intermezzi , 
non le novelle nelle quali la fantasia più a suo 
agio può sbizzarrirsi. Dopo T accenno al supplizio 
la StoìHa favolosa ha un' aggiunta in cui si parla 
(Iella fortuna di Stefano divenuto imperatore e della 
ricompensa di che premiò i savi; passo che manca 
air altro testo veneto del Roediger , ma eh' è 
rispondente quasi motto per motto al testo del 
Cappelli e al latino del Mussafia. 

Notevole dunque questa nuova composizione 
che rappresenta e attesta la mistura e la conta- 
minazione di due famiglie. 

Dair esame poi dei testi D' Ancona, Varnhagen 
e dialettale , appar chiaro che ciascun d' essi ha 
vincoli apertamente confessati di stretta parentela, 
se non di immediata continua e perfetta deriva- 
zione. 



ERASTO VI 



V. 



La Ver sto Italica. 

Io pur mantenendo la denominazione di versio 
italica^ entrata ormai nelle abitudini, so che cotesta 
espressione è troppo generica; poiché dopo gli studi 
del Rajna è da credere vicinissima alla verità T opi- 
nione che non ammette una vera e genuina versio 
italica, e che dei testi che la compongono fa pure 
una derivazione del francese. 

I rappresentanti della versio italica vengono 
a rannodarsi in gruppi minori a seconda di speciali 
affinità. Uno comprende gli Erasti, così strettamente 
uniti che quasi non si è pensato a distinguerli; un 
altro, d' assai più antico e notevole , abbraccia il 
testo latino ritrovato dal Mussafia e che indicherò 
con la lettera /; il testo del Cappelli — e; il testo 
del Roediger, già pubblicato co '1 titolo di Storia 
della crudel matrigna e che quindi si indica con 
la lettera m. Fra queste versioni non e' è solo i- 
dentità di materia, bensì corrispondenza quasi con- 
tinua dei periodi e delle parole : più indipendente, 



— LXXXVII — 

ma sempre affine per altro è la versione rimata 
edita dal Rajna r. 

Della vetusto italica , che ha sede nelP alta 
Italia, il Mussafia dimostrò il rappresentante più 
antico cui si possa arrivare finora, in una redazione 
latina che egli scoperse in un cod. (1332) della 
imperiale biblioteca di Vienna e pubblicò nei i?e- 
soconti della accademia delle scienze di quella 
città (1). 

La tavola delle novelle è la seguente: 



1." 



C} o 



3." 



4." 



5.° 



6.° 



7." 



savio 



» 



» 



» 



» 



7natrigìia . . . 


» 




» 




» , 




» 




■ • • • 


• • • • 



fdius imperatoris 



Canis 

Arbov 

Medicus 

Aper 

Tentamiyia 

Sapientes 

Avis 

Gaza 

Inclusa 

Roma 

Vidua 

Virgilius 

Puteus 

Vaticinium 



Caratteristica di questa versione e di quelle che 
ne sono derivate in italiano è che la serie dei 
racconti comincia con quello del primo savio e 



(1) Classe hist. pliil. voi. LVII. Beifrage Litteratur der 
Sieben Weiseti Mister; il testo è da p. 94-118. 



— LXXXVIIl — 

non della matrigna , la quale per ciò racconta 
sei novelle soltanto; e che l'imperatore e il prin- 
cipe non hanno nome. 

Il testo è molto brutto, in un latino impossi- 
bile dove pure manca la sintassi regolare. La storia 
è pensata qua e là romanzamente, anzi italicamente, 
e solo la veste esteriore è latina. Non si deve con- 
siderarla traduzione dall' italiano ; certo dovè essere 
un italiano a fare una nuova elaborazione del famoso 
ciclo di novelle dandole una forma grossolanamente 
latina; si che lo scrittore svela la sua patria, pur 
secondo il Mussafia , passo passo. Anzi il Rajna 
arriva a dire che « si può assegnare con animo 
tranquillo al territorio veneto, o almeno alla re- 
gione padana V originale latino » (1)- E così mi 
par veramente da credere. 

Cotesto dunque è il prototipo della versio italica; 
e ciò prova il Rajna con abbondanza di riscontri (2). 

La più antica delle composizioni in volgare 
italico derivante dal latino par che sia il testo 
pubblicato da Antonio Cappelli di sur un cod. mo- 
denese del secolo decimoquarto (3). Le novelle per 

(1) Una versione in ottava rima del Libro dei Sette 
Savi, in Romania, VII, 604. 

(2) Op. cit, passim. 

(3) H Libro dei Sette Savi di Roma per cura di A. 
Cappelli, Bologna, Romagnoli, 1865 (Scelta di curiosità lette- 
rarie, dispensa LXIV). Il ms. è membr. e mise, palatino, n. 
05; — è mancante della prima carta e qua e là guasto: il 
perchè dovè il Cappelli rimediare co '1 testo della Crudel 
matrigna, che è, come vedremo, assai affine. 



— LXXXIX — 

la qualità e la disposizion loro sono come nell' o- 
riginale latino ; e però tralascio la tavola. Ma 
bisogna avvertire che nella novella Aper^ invece di 
un cignale abbiamo un -porco, che il figliuolo del- 
l' imperatore si chiama Stefano^ e che le quindici 
novelle son narrate in otto giorni. 

La lingua è abbastanza pura; ma non man- 
cano del tutto le forme dialettali che trattengono, 
neir assegnare la patria a questa composizione al 
di qua degli Appennini, nella gran vallata del Po ; 
sia che V operetta fosse stata composta da un to- 
scano che vivesse in questi paesi, sia che un to- 
scano non abbia fatto se non riformare e ripulire 
un dettato originariamente diverso. 

Mi pare di poter assegnare il tempo della sua 
composizione al primo Trecento , se bene 1' editore 
ritenga di poterla porre innanzi a tutte V altre 
versioni. 

L' Italia dunque ne' primi due secoli della let- 
teratura si contenta di tradurre; e nel fatto ha poco 
d' originale. Dante e Petrarca e Boccaccio sono 
miracoli e vivono in disparte; gli altri, leviam pure 
qualche cronista o novelliere, imitano e compilano: 
<c l'originalità dei buoni, dice il Carducci, è tutta 
nello stile, che, a dir vero, non è poco ». 

Anche in dialetto per ora non si fa che tra- 
durre e compilare, e traduzione è pur un testo dia- 
lettale della ver sto italica. 

La storia esterna di questa scrittura merita 
d' esser conosciuta. 



— LXXXX — 

Nel 1832 r arciprete Giovanni Della Lucia 
pubblicava a Venezia un testo del nostro libro sotto 
la intitolazione di Novella antica; il qual testo fu ri- 
pubblicato corretto^ come scrisse l'editore Romagnoli, 
a Bologna del 1862 (Se. di cur. lett. Dispensa XIV), 
ma in verità senza la scorta del manoscritto che 
aveva servito al Della Lucia e che si credeva per- 
duto. L' editore V aveva intitolato Storia ìT una 
crudel matrigna ( che corrisponderebbe a quello 
assunto qualche volta dal romanzo di Historia ca- 
lumriiae novercalis e in Francia di Livre de la 
male o de la fausse marrastre) e sotto questo ti- 
tolo , tanto per chiarezza, io seguiterò a chiamarlo. 
Quando dunque questa scrittura ricomparve stam- 
pata dal Romagnoli, diede luogo a una discussione 
lunga intorno la sua autenticità, in (?siusa degli 
errori che vi si riscontravano. Il Bustelli credette 
si trattasse di una contraflfazione (1); il Fanfani 
sostenne che il testo era stato solo sciupato dall'ar- 
ciprete Della Lucia (2); il Carducci pur ammettendo 
che l'arciprete l'avesse qua e colà ritoccata, difese 
la trecentità della scrittura (3), e la stessa opinione 
ebbero il D' Ancona e il Mussafia. Il Rajna , più 
tardi credette veneziana la scrittura , ma ripro- 
dotta infedelmente (4). 

In fine nel 1883 Francesco Roediger ebbe la 
fortuna di ritrovare il ms. che riprodusse per le 

(1) Nel Borghini, I, 297. 

(2) Nel Borghini, I, 513. 

(3) Nella Rivista italiana, IV, 1863, p. 431. 

(4) In Romania già cit. 



— LXXXXI — 

stampe co M titolo Libro dei sette savi di Roma (1). 
Il cod. era di proprietà del sig. Orazio Landau; 
in foglio, misceli., scritto da divei'se mani; il vol- 
garizzamento è senza titolo « e come il carattere 
dimostra, sembra che rimonti a poco dopo il prin- 
cipio del sec. XV ». E palesemente un volgarizza- 
mento in dialetto veneto che il Della Lucia e il 
Romagnoli s' erano sforzati di rendere italiano. 

Ecco come il Della Lucia formò il suo te- 
sto : il libro è in dialetto veneto, e l'arcipre- 
te, non intendendo l'importanza di un documento 
letterario dialettale, volle rendere italiano quanto 
vi trovava di modi di voci e di forme dal dialetto. 
Egli che non dovea avere gran pratica paleogra- 
fica, leggendo male molti punti chiarissimi li ri- 
dusse oscuri e privi di senso; pubblicando poi, egli 
arciprete, questo novelliere in occasione di nozze 
illustri, credè sconvenienti certi modi troppo natu- 
rali (come conoscere carnalmente a cui egli tolse 
il carnahnente\ e allora omise e sostituì ; altri 
luoghi , perchè 1' originale gli parve forse mancan- 
te, accomodò a capriccio. Così ne uscì trasfigurato 
e sformato il testo che ora abbiamo nella sua sin- 
cerità. Il Roediger , nell' avvertenza premessa al 
testo, pensa assai ragionevolmente che il ras. che 
lo contiene sia 1' autografo di chi traslatò questo 
libro di latino. 



(1) N. 3 delle Operette inedite a rare pubblicate dalla 
libreria Dante in Firenze, MDCCCLXXXIII. 



— LXXXXII — 

Il fatto è che oggi il testo, affatto scevro delle 
mende onde Pavea riempiuto, per imperizia e in- 
giustificabili scrupoli il primo editore , appare in 
dialetto risolutamente veneto, non senza però forme 
toscane dovute a punto a quella tendenza degli 
scrittori dialettali d' allora di atteggiare secondo i 
modelli letterari le loro rozze composizioni; appare 
ed è produzione della letteratura dialettale della 
prima metà del secolo decimoquinto. 

Che la Crudel matrigna venisse dal latino a- 
vevan già pensato il Mussafia, il Carducci e il 
Rajna : e in vero nel testo del Roediger troviamo 
conferma a tale opinione: il traduttore ritenne per 
fino qua e colà costruzioni e voci di gusto latino 
che per poco sapere non intese, e spesse volte vi 
si leggono ancora parole latine incominciate e can- 
cellate corrette, e sempre di uno stesso carattere. 
La disposizione poi e la qualità delle novelle è uguale 
in questo e nel testo latino della versio italica ^ 
e per ciò questa versione dialettale è affine anche 
a quella del Cappelli, come dimostra pur il fatto 
che il Cappelli potè servirsi della Cruclel matrigna 
a compiere il suo testo; e la corrispondenza è anche 
più interna : che modi di dire, frasi e periodi ricor- 
rono eguali quasi ne' due testi ; molti particolari 
sono comuni: e anche in questo ultimo testo la no- 
vella Aper veramente parla di un porco, non di un 
cignale. Sono peraltro ad ogni modo due forme ben 
distinte. Bisogna crederle tradotte indipendente- 
mente da un originale latino comune: il testo edito 
dal Mussafia, o un altro molto alfine: in questo 



— Lxxxxin — 

modo i rapporti si spiegano con molta naturalezza: 
r immagine del testo latino si riflette intera nelle 
versioni del Cappelli (e) e della Oìmdel matrigna 
(m) unite, non già neir uno o nelF altro soltanto. 

Ma accade tal volta che e ed m si trovino 
d'accordo tra loro e in disaccordo co'l testo latino (/). 
In certi casi V incontro sarà da ritenere acciden- 
tale ; qualche volta e ed m hanno delle giunte , 
piccole, ad /: in questo caso, secondo il Rajna, i 
due traduttori dovean avere innanzi un testo più 
compiuto; — in altri casi nei due testi e ed m 
notansi alcune omissioni in rispetto ad /; bisogna 
dire allora che in l il passo era corrotto; un tra- 
scrittore doveva aver saltato qualche riga; fu chi 
volle rimediare alla lacuna, e, a questo fine, impia- 
stricciò una corruzione qualsiasi. 

Prima del 1880 sembrava che V Italia sola 
ormai fra le nazioni occidentali non possedesse una 
versione rimata del libro dei sette savi. Che i ri- 
matori del Quattrocento cosi numerosi si fosser 
lasciato sfuggire un argomento così caro al po- 
polo? 

Pio Rajna ne trovò una redazione in ottava 
rima in un ms. cartaceo del march. G. d' Adda. 
La scrittura del cod. è assegnata dal Rajna stesso 
tra il 1440 e il 1480. La rima fu pubblicata in- 
tera dal suo discopritore nel L'^SO (1), che la studiò 

(1) Storia di Stefano figlinolo rVim imperatore di Roma^ 
Versione in ottava rima del libro do' sette savi (Bologna , 
Romagnoli, 1880). 



— LXXXXIV — 

anche egregiamente e diffusamente nella Romania 
(voi. VII). Ma se lo studiarla dovea essere di grande 
interesse , pubblicarla intera importava da vero ? 
tanta è la mole dei versi e degli spropositi del 
poeta ! 

Sono settecentosei stanze, tutte mostruose, dice 
il Rajna stesso nella prefazione, dalla prima al- 
l' ultima. La storia è contenuta in ventitre canti, 
alcuni lunghi, altri brevissimi; ma non ò certo 
né un testo di lingua , né un documento dialet- 
tale né un esemplare di buona poesia. « Il lin- 
guaggio è un guazzabuglio di elementi letterari e 
dialettali; le ottave ci offrono bensì il solito in- 
treccio di rime, ma se le procacciano, a tacere 
degli altri arbitrii e delle infinite goffagini, pian- 
tandosi ioco et foco nel gran magazzino delle zeppe; 
i versi ci rappresentano un' aspirazione all' en- 
decassillabo, riuscita vana, pur troppo il più delle 
volte ». 

Dice il Rajna (e da questo momento quando 
lo cito intendo riferirmi al suo studio nella Roma-' 
nia) che la scrittura é copia ; ma non par sempre 
che la colpa degli spropositi sia del copista. Certo 
« dovea essere 1' autore, persona d' umile , se non 
d'infimo stato; par già lecito argomentarlo dalle 
oscenità goffe e volgari » (1). L' autore del poema 
non è toscano: dev'esser veneto, forse veneziano. 
Infatti nella novella Gaza V edificio dove si custo- 
discono le ricchezze del re é designato con un 

(1) p. 25. 



— LXXXXV — 

nome diverso da ogni altra versione: « percola- 
tia ». Il Rajna dimostra che questa parola non è 
che una alterazione di procuratoria e scorge in 
questa voce una prova poco men che sicura della 
venezianità della rima; e aggiunge una riprova: 
il nome di « gastaldi » dato dall' autore nella 
stessa novella a due otììciali o ministri del re, sta 
benissimo pur esso a Venezia, dove gastaldi eran 
chiamati olficiali al servizio delle procuratorie e 
anche del doge (1). 

Quando fu scritto questo libro che « trata de 
Stefano fiolo de un imperador de Roma »? Il suo 
editore esclude tutto il secolo decimoquarto, con una 
verosimiglianza vicina alla certezza. « E necessario 
supporre già ampiamente diffuso e quasi universale 
r uso dell' italiano come lingua della poesia, perchè 
un autoi*e cosi ignorante come il nostro osasse in- 
traprendere un' opera di tanta mole. Però anche 
dal principio del '400 inclineremmo a scostarci al- 
quanto , ed avuto riguardo all' età cui parve da 
attribuire la nostra copia , metteremmo la compo- 
sizione tra il 420 e il 470 » (2). Il testo dunque 
è una mescolanza di forme toscane e venete; pure 
non ostante la sua mostruosità , importa perchè 
rappresenta una fase letteraria che è di molto in- 
teresse per le vicende della nostra civiltà e della 
nostra lingua. E una fase che fa riscontro a quel- 



(1) p. 31-30. 

(2) p. 44. 



— LXXXXVl — 

r altra che siam soliti designare co '1 nome di 
franco italiana. 

Ma ecco intanto la tavola delle novelle della 
versione rimata; la quale consta del racconto fon- 
damentale e di ventiquattro esempi. 



Lenziles . . . 


Canis 


Matrign 
Lentulis . . . 


a . Arhor 
, . Medie US 


Ausiles . . . . 


. Aper 

Tentamina 


Malchidas . . . 


. Sapientes 
. . Avis 


>► 


. Gaza 


Catone . . . 


. . Inclusa 


»♦ . 


. Roma 


Espe Esepe .. . 


. Vidua 
. Virgilius 


Charans . . . 


. Puteus 




1 Z/a nuora 


Matrign 


a . \ll nipotino 
\ Il forziere 


Lenziles . . 


. . / 50^'rf? 


Ausiles . . . 


. . Gli amici veri e i falsi 


Lentulis . . . 


. . Scevola 


Malchidas . . 


, . La gara delle tre mogli 


Catone . . . . 


, Muzio e Cesare 


Esepe . . . . 


. U amico e il nemico 


Charaus . . . 


. Ambasciata 


Principe Stefano 


Vaticiniurn 



— LXXXXVII — 

È dunque in questo testo un numero di rac- 
conti superiore d' assai a quello delle altre redazioni 
occidentali : ad ogni savio ne toccan due in vece 
di uno; come in generale nella famiglia orientale; 
dove però i secondi racconti sono distribuiti tra i 
vari giorni in cui dura la difesa del principe, vale 
a dire che ogni savio a meglio assicurarsi la vit- 
toria dice due esempi. In vece nella Storta di 
Stefano ì secondi racconti son tutti accumulati 
neir ultimo giorno, poi che s' è annunziato all' im- 
peratore come in quel dì stesso il giovine romperà 
il silenzio ; son dunque una giunta non pur oziosa, 
ma anche assurda, e V analogia con le versioni 
occidentali è certo fortuita. 

In questa , che si può chiamare seconda parte 
della Stoica eh Stefano^ non v' ha un racconto che 
occorra nelle redazioni orientali e occidentali finora 
ricordate; solo il sesto si trova anche nel Dolopa-- 
thos. Questo gruppo di novelle dunque, oltre essere 
una giunta poco accorta e inutile , è proprio arbi- 
traria : le novelle hanno interesse individuale , non 
collettivo; però io non me ne occuperò affatto, ri- 
mandando chi voglia saperne di più al lavóro del 
Rajna (1). 

Io mi limito a dire che lo studio particola- 
reggiato di tutto ciò che la rima non ha di comune 



(1) Romania^ voi. VII. — Anche intorno alla novella 
Gaza e agli accrescimenti introdotti nel racconto, rimando allo 
studio cit. del Rajna, p. 32. 



— LXXXXVIII — 

coi soliti tipi del libro dei sette savi, dà a conoscere 
molti rapporti , non mai la fonte diretta. 

E in vero la Storia di Stefano deriva dal 
latino? Seguitiamo per un poco il ragionamento 
del Rajna, secondo il quale ci stanno davanti due 
possibilità. il testo latino e la rima (r) emanano 
indipendentemente da una fonte comune , o T un 
d' essi proviene bensì dall' altro , ma insieme s' è 
aggregata una certa quantità di elementi attinti ad 
una redazione di un gruppo diverso. Esclude il 
Rajna la derivazione di / da r; /è senza dubbio 
più antico, se bene fino ad ora lo conosciamo in 
due soli manoscritti del secolo decimoquinto (uno 
è quello del Mussafia e V altro è stato scoperto 
dal Murko a Lamberg), spetta al decimoquarto e 
non al suo cadere, il codice che ci ha conservato 
una delle sue traduzioni italiane , traduzione che 
io penso de' primi anni del Trecento. Allora o / 
ed r provengono ciascuno per conto suo da un 
medesimo ceppo, o r deriva da / e fu contaminato 
con r aiuto d' un' altra versione. Ma il Rajna non 
ammetterebbe / fonte di r; allora bisogna supporre 
che la versione rimata derivi da una fonte comune 
ad / ad un testo a / molto affine, e che fosse 
contaminato con 1' ajuto d' un' altra versione, a 
punto come avvenne dell' Erasto a stampa. 

Ho detto più sopra che questa versione è im- 
portante in quanto è da considerare quale rappre- 
sentante di una fase letteraria curiosa. 

Effettivamente durante il deciraoterzo secolo, 
e in parte nel decimosecondo, l' Italia settentrionale 



— LXXXXIX — 



fu attratta dalla Francia e la gente colta vi si sforzò 
d' esprimere i suoi pensieri e sentimenti in lingua 
d' oc e d' oli; indi , fin oltre la metà del decimo- 
quarto, scrisse in lingua d' o'il e in lingua di si; 
per ultimo abbandonò la prima e s'attenne al vol- 
gare. Il popolo in vece comincio da un francese 
spropositato, dove V elemento forestiero, non ostante 
la forza conservatrice della tradizione, fu a poco 
a poco sopraffatto dall' indigeno ; quindi ebbe una 
letteratura dialettale ; poi si dette a spropositare in 
italiano. Allora il popolo e gli uomini di scarsa 
coltura vedevano nella lingua, che potea già chia- 
marsi italiana, la vera forma della letteratura vol- 
gare, e il ritmo pareva poi essersi connaturato co '1 
linguaggio. 

< Air essersi dunque propagata e radicata an- 
che in basso l' idea che convenisse poetare in ita- 
liano, dobbiamo la Storia di Stefano e le miriadi 
de' suoi spropositi. I quali, quanti più sono e meglio 
dimostrano il fatto dell' unificazione letteraria. Si 
può ormai prevedere il giorno in cui il popolo non 
intenda più la possibilità di scrivere il suo dia- 
letto » (1). 

Ed eccoci agli Erasti. 

« Compito il ristoramento classico, scrive il 
Carducci, che era il gran fine dell' Italia, ella an- 
che nella propria letteratura potè compiere un no- 
bile ufficio e contemperare i portati diversi del 
medio evo, alla norma ideale antica. E quel che 

(1) Studio cit. in Romania. 



fecero de' romanzi oitanici il Boiardo e V Ariosto, 
fu fatto dal secolo decimoquinto e decimosesto, co- 
me d' altre cose importate , del Libro dei Sette 
Sàvi » (1). E fu fatto in due redazioni ben distinte 
e tuttavia aflSni del celebre romanzo: una che si 
stampa ora per la prima volta ; a stampa V altra 
fino dal 1542: questa per brevità indicherò quando 
venga il bisogno, con le sigle e^, quella con e^ : 
V Erasto a stampa, meno antico, uscito a luce la- 
prima volta nel 1542 e giunto fino a noi per quasi 
quaranta edizioni ; V Erasto a penna noto dal 1863 
per notizie che ne avevan date Giosuè Carducci . 
nella Rivista Italiana (2), e Antonio Cappelli nella 
sua edizione del Libro dei Sette Savi (3). 

Il Carducci nel 1863 dava notizia d'un codicetto, 
di proprietà del compianto Francesco Zambrini, molto 
incompiuto e guasto ; il quale secondo il Carducci 
stesso, doveva appartenere al secolo decimoquinto e 
pur di quel secolo parve al Carducci anche il dettato; 
ma perchè il codice mancava di quindici carte in 
principio e di altre tra mezzo e in fine, non potè in- 
stituire un confronto continuato fra la versione con- 
tenutavi e la Crudel matrigna e i Compassionevoli 
avvenimenti d^ Erasto a stampa. « Questo tuttavia, 
egli scrisse, si può affermare, che la redazione del 
secolo decimoquinto, tanto assomiglia air Erasto 



(1) Il Libro dei Sette Savi in Italia in Perseveranza, 
genn. 1867. 

(2) I, 1863, p. 452-53. 

(3) p. XII-XIV; 58-84. 




— CI — 

non solo nelP ordine e negli argomenti delle novelle 
e nei nomi dei personaggi, ma e nel colorito e nel- 
l'andar de' periodi e sin nelle formole, nelle frasi 
e nei tropi, che per grandissima parte son le stesse 
e negli stessi luoghi adoperate in ambedue le opere, 
da tener per fermo che 1' Erasto (a stampa egli 
intende) sia un' amplificazione del racconto del '400 
maestrevolmente fatta da alcun cinquecentista che 
conosceva assai 1' eleganza del novellatore ed avea 
larga vena di lingua e di stile ». Il che è in gran 
parte vero; ma di ciò, più avanti. 

Die del suo testo il Carducci un saggio con 
la novella Roma. 

Più abbondanti notizie di questa redazione potè 
dare il Cappelli, il quale ebbe a esaminare un co- 
dice di certo sig. Boni di Modena. Il ms. era ben 
conservato, e si intitolava Amabel de Contenentia : 
ne diede a saggio il principio e il fine ; e ne trasse 
la tavola delle novelle con osservazioni sufficiente- 

• 

mente diligenti, a confronto della lezione dell' E- 
vasto a stampa. Riscontrando la novella Roma si 
convinse che il suo, dovea essere esattamente con- 
forme al testo conosciuto dal Carducci. 

Dava anche un' altra notizia; ciò è che nella 
biblioteca di Parma era un codice dell' Amabel, 
trascritto dallo stesso frate Jeronimo Broylo che 
aveva esemplato il codice Boni. 

Io esaminando il cod. parmense son venuto 
facilmente nella persuasione che il testo del Car- 
ducci, quello del Cappelli e questo, sono identici 
tra loro. 

ERASTO VII 



— cu — 

Il testo da me esaminato nella R. Bibl. di 
Parma, è contenuto in un codicetto cartaceo (n.** 1391) 
e v'è premessa del Paciandi, il quale, come è noto, 
uscito di Piemonte, fu bibliotecario a Parma, la 
seguente 

4c NOTIZIA 

Questo codicetto scritto in Brescia nel 1517, 
contiene il romanzo morale intitolato ErastOy tratto 
dal latino del monaco di Alta Selva: Historia ca-- 
lumniae novercalis etcetera. Se ne hanno più edizioni 
non tutte ricordate dai nostri bibliografi, cioè di 
Mantova del 1542 per Vincenzo Ruffinello, del 1550 
per Agostino Dindoni, del 1558 dalle stampe del 
Giolitto e del 1580 per Jacopo Simbeni, tutte e tre 
in Venezia. Fu tradotto dall' italiano in francese e 
impresso nel 1565 e nel 1572. La nuova francese 
traduzione stampata nel 1749, annunzia nel fronte- 
spizio esser tratta dallo spagnolo. In questo testo 
a penna, sebbene la lingua sia d' assai rozza ed in- 
colta, vi è una certa maggiore verosimiglianza nel 
raccontamento de' casi. Veggasi la nostra disserta- 
zione De libri Eroticis antiquorum , premessa al 
romanzo latino del Rubilli. P. M. P. Bibliotecario ». 

Dove il Paciandi non s' accorse bene d'aver a 
fare con una redazione differente da quella alle 
stampe, e affermò cosa inesatta dando per titolo 
all' opera di Don Giovanni Historia calumniae etc, 
una delle varietà dei titoli assunti dal libro nostro 
nel medio evo: a chi piacesse poi vedere il passo 



— CHI — 

latino del Paciandi ricorra al Libro dei Sette Savi 
del Cappelli (p. 83). 

Il ms. è di buona mano e la trascrizione fu fatta 
un mese prima di quella di cui die notizia il Cap- 
pelli. Nel fatto, porta il seguente explicit: « Inco- 
mentiaj ascriver questo a dj .26. de octobre .1517. 
et r ò finito de scriver el dj de sancto Martino , 
a meza hora de nocte del .1517. de novembrio in 
Brexa. Fr. Hierony mus Broylus scripsit raptissime » . 
L' explicit del cod. Boni è il seguente : 

Fr. Hyer. Broyolus ss. anno MDXVII 

die XI Decembris raptiss.® 
a bore 5, die XI decembris, Brixiae. 

Il cod. modenese dunque ha Broiolus in vece 
di Broylus. 

Del resto i due testi son veramente uguali; e 
però si posson correggere alcune delle giunte e 
correzioni fatte dal Cappelli ai passi mancanti o 
alterati — ricorrenti nei saggi da lui pubblicati — 
da chi li confronti co '1 testo dell' Amabil di con-- 
tinentia che è nel cod. da me studiato. 

La novella Roma che il Carducci trasse dal 
cod. Zambrini e pubblicò nella Rivista italiana , 
è identica a quella raccontata da Afrodisia al cap. 
16.^ del ms. parmense. È dunque evidente che il 
cod. di cui il Carducci die notizia , come il se- 
condo fatto conoscere dal Cappelli e il terzo par- 
mense, non sono che copie d'una identica redazione. 

Precede il romanzo un proemio eh' è una vera 
didascalia, in cui 1' autore dà la ragione causale 



M 



— CIV — 

e finale del libro. « Considerato, egli dice, la ve- 
chieza et deformità de un saporito compendiolo da 
dare a ogni aflfanato ingegno et doctrina et suble- 
namento », gli parve che da tale vecchiezza e de- 
formità € fussi depurgato et restaurato. » E se- 
guita: € innamoratomi di quello ho preso tempo et 
comodità di lavarlo repulirlo et più vistoso, al mio 
iuditio, renderlo, et secondo il comune essere ac- 
comodarlo. » Esorta « tutti coloro che di cose 
nuove si dilectano avidamente apprehendere » la 
sua opera, « con ciò sia cosa che da quella non 
pocha consolatione et dilecto ne trarano, per esser 
contesta di varij fiori et coloramenti grati a la 
vista et non dispiacevoli al gusto. El titulo de la 
quale nel primo aspecto darà assai sublevamento a 
chi di virtù è predito et abbominendo tiene el vi- 
tio. Imperò che non senza morali considerationi da 
noi è stato intitulato Amabil Di Continentia. » Onde 
appare il fine morale propostosi dal compilatore , 
che forse vestiva abito religioso come il diffusore. 
Ma strano secolo quello, e strani sempre, diciam 
così, i preti e i frati!: poiché con davanti gli occhi 
4c le morali considerationi » , si facea lecito di ac- 
carezzare lascivamente certi passi già pericolosi di 
per sé stessi. E nel fatto il nostro autore al cap. II 
4 Come Arphrodtsta scrive et presenta ErastOy et de 
la continentia di quello » , così descrive le arti 
amorose onde 1' imperatrice si rendeva padrona 
della volontà del vecchio marito : € Compita la 
cena et venuta T hora del dormire , preso per mano 
el suo caro sposo, cominciò oltremodo a farli ca- 



— cv 



reze, le qual troppo bene sapea fare. Onde messesi 
nel lecto, quivi cominciarono e prehender lor con- 
sueto piacere. Ma lei imaginandosi in tali acti el 
suo filiastro, redopiava le poste, in tanto che de 
novo parea a T imperatore; et già facto stancho a 
cavalcare , imperò che non era , a dir el vero , 
molto potente vechio, tiratosi da parte, cominciò 
a riposarsi. Per la qual Arphrodisia sentendo altro 
caldo che de piuma , cominciò di novo a imagi- 
narsi et pensare de lo amore d' Erasto. » E val- 
gano ancora altri esempi tratti dal cap. 4.^ e 6.^ 
4c Onde insegnata dal diavolo con le consuete ma- 
litie de le donne, per meglio potere adimpire le 
sue sfrenate voglie, expectò di ritrovarsi in loco 
ove più felicemente si concordeno le campane, ciò 
è nel lecto; nel qual dimorati alquanto ne' loro abrac- 
ciamenti, in questa forma al suo marito pose a dire: » 
ecc. E ancora: «Poiché quella ajffamata lupa hebe 
conducto a lo extremo passo Timmaculato agnello, se- 
rata prima la camera, prese il giovene per una mano 
et cum l'altra gitandoseli al collo, per forza la bocha, 
li ochij et tuto il viso basando, stringendolo et abra- 
ciandolo et in su uno liticello conductolo apresso 
di sé a sedere, in tal forma cominciò a dirli, tu- 
tavia basandolo: « dì glorioso, o giorno deside- 
rato, dolcezza grande, o Erasto bello, o 'occhij 
vagi, bocha saporita,..» e basterà. Del resto 
anche nella Hìstoria septem sapientum è qualche 
cosa di simile, e proprio in questo punto la donna 
— cito dalla traduzione francese mancandomi il 
testo latino — dice: Dyoclecian mon tresbien 



— evi — 

aymé je te fais s^avoir que pour T amour 

de toy j' ai gardé ma virginité, affin que tu 1' eus- 
sez. Parie a moy hardiement , et puis dormiron 
ensemble, Advise et pense en ce que je dis ;. 
tu peux cognoistre que nul ne nous voit : dor- 
mons ensemble , et tu cognoistras bien comme 
je t' ay gardé ma virginité ...» La dame voiant 
que r enfant ainsy la deprisoit , pour le esmouvoir 
a charnalité e le incHner a son vouloir, descouvra 
son estomac et luy monstra ses mamelles. Et puys 
dit: « Voy tu cy mon corps? et tei qu'il est tout a 
ta volonté. » — Quante cose scusa il fine morale 
dei libri ! E così in tutti i casi in cui possa , 
si compiace T autore del vecchio Erasto nella sen- 
sualità tanto cara , noi sappiamo, a' suoi contem- 
poranei. 

Voglio anche riportare questo sonetto che 
chiude il libro e il codice, 



« SONETO AD LECTOREM » 

Quel che, lector, tu leggi in queste carthe, 
laude o dishonor, o falso o vero, 
Non è già scripto qui per vitupero ; 
Che ciò è palese in più de mille parte. 

Ma sol per nostra industria, inzegno et arte, 
Per recrear la mente e il gran pensiero 
Di questa mortai vita. Et cossi spero 
Ogni ocio, ogni passion, habbia a lassarte. 

Perhò qui varie istorie insieme unite 
Tu vedi : in biasmo, in laude, in versi e prosa, 
Per fugir ocio, tedio e ogni altra lite. 



— CVII — 



EI cor distingue ogni secreta cosa 
Qual Dio sol vede, et tute nostre vite, 
Et come è il merto, al fin di là si posa. 

Hor cum fronte gioiosa 
Leggi pur quel che trovi, acciò che attendi 
Dal mal guardarti e nel ben far te accendj. 

Non limpido sonetto! Dal quale non di meno 
possiam ricavare un nuovo proposito morale. 

Anche il cod. di Parma si chiamò compendio, 
come quello di Modena; ma che non sia, risulta 
chiaro , oltre che dai raffronti con V Erasto a 
stampa, dal Proemio citato, in cui V anonimo au- 
tore dice che « considerato la vechieza et de- 
formità de uno saporito compendiolo », gli parve 
che da tale vecchiezza e deformità « fussi depur- 
gato et restaurato » : dove è chiaro che l'originale 
di che si servì il compilatore era già un comperi'^ 
diolo^ che egli depurgò e restaurò dell' antica de- 
formità. Anche dice che « prese tempo et como- 
dità di lavarlo, repulirlo et più vistoso renderlo »; 
il che poteva farsi solo d' un mostricciatolo di 
scrittura che egli appunto pulì e rivesti più ab- 
bondantemente e signorilmente per accomodarlo 
€ secondo el comune essere » , cioè alla maniera 
d' un secolo colto che voleva narrazioni largamente 
svolte. E i criteri , diciamo pure così , artistici 
onde rimaneggiò e rimpolpò il suo « compendiolo » 
sono chiaramente accennati in quest' altre parole : 
« ho preso tempo et comodità di lavarlo e repu- 
lirlo et più vistoso, al mio iuditio, renderlo, et se- 



— CVIII — 

cundo el comune essere accomodarlo; non altrimenti 
che si fanno coloro che , veduto minaciar ruina 
qualche famoso edifitio, si sforzano con additamento 
di cemento, di pietre, legni et ferri et con altre 
simili cose necessarie fortificarlo detroncando qual- 
che volta da una parte et da V altra rinovandolo ; 
né finalmente desistere fino a tanto che non V a- 
bino in pristino stato reducto, anzi molto più con 
loro picture et bianchimenti vistoso reductolo, a ciò 
che per tale modo longamente possa piacere et ri- 
manere sopra la terra. » 

Se non che il suo sforzo non doveva riuscire a 
gran fortuna. La narrazione lascia, è vero, cadere la 
veste succinta di che si era vestita nei secoli primi, e, 
indulgendo al novo gusto de' tempi, indossa abiti, 
più ricchi e adorni; ma il taglio è poco sicuro e 
le guarnizioni e le gale sono a volta a volta goffe 
e pretensiose, dure e manierate : tradiscono la mano 
del sarto di paese che conosce la moda dai gentili 
uomini che passan troppo di rado e troppo in fretta 
davanti la sua bottega; che conosce il vestire dei 
principi perchè ne sente parlare o ne legge ne' libri 
ingialliti dal tempo. Se qualche volta il periodo è 
rotondo ed elegantemente italiano, più spesso è tra 
gonfio e zoppicante - non tutta, in vero, colpa del 
copista. La lingua è singolarissima: voci e modi 
dialettali si scorgono chiaramente e frequente- 
mente in questa scrittura, tra lombardi e veneti; 
ma non manca V italiano e meno ancora il la- 
tino; e di latino non pur la grafia e interi co- 
strutti, ma parole tali e quali (cum, solum^ vel) o 



— CIX — 

lievissimamente fatte italiane {scelesta^ seva^ preri^ 
mare^ senetù, rubore, cruore, inquirere, dittssimo, 
subridendo ^ dittssimOy ludificare^proquirerey caltdo); 
si che ci accorgiamo troppo spesso d'avere innanzi 
agli occhi una scrittura che tiene del pedantesco, vizio 
che colpisce quasi tutti gli scrittori di versi e di prose 
nella seconda metà del quattrocento, e che non pur fu 
dei maestri di scuola, ma di molti che volevano andare 
per la maggiore, onde poi furon satireggiati nell'arte. 

Né sempre, o pure stentatamente, riesce al no- 
stro compilatore di fondere con misura eguale il 
senso pagano e il cristiano : usa molto e con molta 
ostentazione della mitologia; e tutto che è coltura 
di scuola si fa palese anche troppo spesso in lui: 
come sentenze morali e letterarie, anzi più propria^ 
mente oratorie, secondo la retorica del tempo. 

Ciò invece che è nota viva e arguta di raccon- 
tatore di descrittore manca del tutto ; se ostenta 
qua e là una disposizion mediocre alla ricerca psi- 
cologica, pur notevole in tale novelliere, sono poche 
in fondo e poco acute le osservazioni còlte dal 
vero in questo libro; le rappresentazioni dei carat- 
teri e dei fatti sono scolorite e di maniera, e leggeri 
e rari gli accenni a ritrarre dalla natura. Né lo 
spirito del racconto fondamentale e delle novelle 
s' é pur del poco modificato passando tra le mani 
del quattrocentista: solo egli crede di più nella 
perversità delle donne e nella irresistibile potenza 
dei loro vezzi, e per questo si compiace, come già no- 
tai, descrivere questi vezzi senza troppi veli e troppa 
ipocrisia. Ciò per quel che riguarda il modo onde 
egli voleva dirozzare il compendiolo deforme. 



— ex — 

Per quanto poi riguarda la materia stessa i 
mutamenti sono assai più importanti. 

Ecco prima la tavola delle novelle, nella qual 
mantengo i titoli latini alle novelle antiche e comuni 
a tutta la famiglia italiana; delle novelle nuove e 
proprie degli Erastt, do gli argomenti togliendoli 
alla tavola del Cappelli. 



Euprosigoro 
Dimurgo 



Termo 



Oinoscopio 



Filantropo 
Agato 



Afrodisia 
Afrodisia 



Canis 
Afrodisia (matrigna) Arbor 

Medicus 
Aper 

Tentamina 
Sapienles 
Un cavaliere, per inganno 
della fantesca, credendo a- 
ver trovata la moglie in a- 
dulterio con un servitore, 
vinto dalla passione amendue 
gli uccide; poi chiarita P in- 
nocenza loro, ammazza la 
fantesca e da sé stesso per 
disperazione s' impicca. 

Gaza 
Inclusa 
Roma 
Un cittadino modenese è 
ucciso dalla moglie, la quale 
voleva pigliarsi un giovane 
di che era innamorata; ma 
scoperto il delitto essa è de- 
capitata. 



Afrodisia 
Afrodisia 



— CXI — 

Afrodisia Virgilius 

Leuco Un medico milanese, ri- 

masto privo d' un figliolo 
unico per non gli aver la 
madre lasciato dare una ci- 
polla che dal fanciullo nel 
male era per istinto di na- 
tura addimandata e dai me- 
dici permessa; veduto dopo 
a caso per prova che quella 
r avrebbe salvato, vinto dal 
dolore uccide la moglie. 
Afrodisia Un giovine adottato in 
figliolo da un signore fran- 
cese, per odio a torto con- 
cepito contro la matrigna, 
quantunque innocente, con 
false invenzioni trova modo 
di farla morire ; poi per in- 
gordigia di tosto signoreg- 
giare, fa anche di nascosto 
strangolare chi V aveva a- 
dottato. 
Erasto principe Vaticinium 

Da questa tavola si può veder subito che T^ma- 
hife di Continentia contiene una novella in più delle 
altre composizioni italiane, novella narrata da Afro- 
disia dopo quella dell' ultimo filosofo ; e che tre no- 
velle comuni a tutta la versio italica^ (Avis^ Vidua, 



— CXII — 

Puteus\ furori sostituite da altre di cui, come della 
nuova aggiunta dalla regina, si ignorano le fonti; 
così che le novelle nuove son quattro. 

Ma le vecchie novelle come conservano la loro 
disposizione, propria a questa famiglia, cosi conser- 
van (che non si può veder dalla tavola) tutta la 
loro fisonomia , perchè il novo maggiore svolgi- 
mento è tutto quasi formale. Assai più ampia- 
mente invece sono svolte le novelle nuove. 

Anche nel racconto fondamentale è introdotto 
qualche novo particolare in confronto delle altre 
più antiche composizioni del medesimo gruppo. Al- 
cuni di questi nuovi fatti danno occasione alP au- 
tore di introdurre nel libro tre lettere: una di Afro- 
disia a Erasto lontano ancora da Roma, per con- 
fessargli il suo amore e accenderlo in amore di 
sé ; un' altra, dove Afrodisia narra una novella al 
marito imperatore sfuggito in villa alle continue 
molestie della sposa e dei filosofi; una terza, scritta 
dal filosofo Leuco all' imperatore, quando egli co' 
suoi compagni è gettato in prigione ; che è, insieme 
con una gita di essi filosofi in villa a perorare in fa- 
vore dello sciagurato principe, un' altra novità del 
libro. Ancora: la settima notte l'imperatore ha un 
sogno siraboleggiante la battaglia dell' imperatrice 
contro l'innocente figliastro e il favore che all'in- 
giusta ofiesa deriva dall' inconsapevole acconsenti- 
mento di lui imperatore. Infine Afrodisia è condan- 
nata a essere arsa viva, ma s'uccide prima in pri- 
gione con un ago. 



— CXIII — 

Tanto poi nel racconto generale quanto nelle 
novelle, occorrono anche alcune terzine ; né io saprei 
dire se ciò sia reminiscenza boccaccesca o tenta- 
tivo a novità. 

Così dunque questo Erasto non riusci nò molto 
rinnovato, né molto elegante, né molto puro : vi si 
risente moltissimo la penna tra veneta e lombarda, 
dialettale; e alla forma studiata e manierata, a' fre- 
quenti latinismi , alla grossa retorica , il libro si 
manifesta dell'ultimo quattrocento. 

Che appartenga alla famiglia italiana han già 
visto altri ed è veramente certo : basta confrontare 
la tavola delle novelle e leggerne qualcuna. Il 
Cappelli pensò che Tautore deir Erasto abbia la- 
vorato su 7 Libro dei sette savi da lui pub- 
blicato , e non senza fondamento ; e nota anche 
come le due redazioni abbian comune qualche 
errore. Se non che V errore poteva già essere 
penetrato nelle copie della redazione latina , o 
invece d' errore potrebbe trattarsi di mutazione 
arbitraria. 

Il Rajna crede possibile che provenga dal latino 
direttamente , o pure a traverso d' una traduzione 
volgare diversa dalle nostre due; forse da una dop- 
pia fonte ; V una principale ed appartenente alla 
versio italica^ Taltra secondaria, di razza francese. 

Io sarei per pensare alla versione prosastica 
dialettale (e in vero la deformità del compendiolo 
e la vicinanza delle regioni dove troviamo i due 
libri e le corrispondenze interne potrebbero dare 



— CXIV — 

qualche ragione di certezza alia congettura), se non 
fosse anche facile recare di questa scrittura pezzi 
e luoghi somigliantissimi agli altri testi in prosa 
della versta italica, e se non mi paresse anche certo 
che sia poco probabile ritrovare la fonte immediata 
del nostro romanzo (1). 



(1) Reco qui in nota alcuni passi del testo Roediger e 
deir Amabile di Continentia^ tra i quali è grande somiglianza 
di frasi e parole. 

In m il luogo di studio dove i sette savi istruiscono il 
principe è delettabile e secreto^ in e* ameno e solitario; poi in 
m Stefano inparava tanto ampiamente che li philosophi 
molto se meraveiavano .... unde esso fece si bon porta- 
mento^ che .... deventò più perfetto che niun de' li suo* 
maistri; né era in lo mondo uno cussi savio come lui; e 
in e* divene perito et dodo che non solo i sapienti in sa- 
pientia li soi preceptori avanzava^ ma ancora tutti li ho- 
mini del mundo; — in m: La qual (sposa dell'imperatore) 
habiando inteso de la fama e sapientia e belleza del dito 
zovene^ avegna che fosse suo fiastro ecc.; in e*; vene non di 
mancho .... agli orechie de questa nova sposa la fama 
la sapientia et la belleza del suo filiastro, E ancora, in m: 
Et imperador inamorado^ come è usanza de li vechi, li 
quali amano molto le zovene, se sforzò de satisfarli; e in 
e* : V imperatore^ che singularmente era preso de lo amore 
de la sua giovena sposa^ condeseve a la dimanda di quella. 
Né harebe saputo fare altrimenti, poi che più facilmente 
si lascino i vechy persuadere da le giavene, E finalmente, 
m nella novella Canis ha: Adivenne che lo se feva algune 
feste over zuogi^ ove tutti li romani soleano concorrere ; e 
e^ : Adviene che in quello tempo uno gioco militare se dovea 
fare in teatro di Roma ecc ; e potrei continuare senza 
fatica. 



•^ cxv — 

A ogni modo mi persuade poco il concorso di 
una versione di stirpe francese. Forse bisogna ri- 
conoscere pur qualche cosa, un po' di spirito inno- 
vatore, al nostro quattrocentista compilatore. Dove 
le novelle dell' antiche composizioni potean parere 
poco verosimili al secolo più erudito e men cre- 
dulo, la redazione del Quattrocento, seguita da quella 
del Cinquecento, ne mette altre meglio rispondenti 
e credibili: cosi invece della gazza ragionatrice e 
spia {Avzs) leggiamo negli Erasti la novella d' un 
Leandro padovano (che in verità in é^ è sem- 
plicemente un « cavaliere » senza nome) ; e le 
novelle, o già troppo celebri , o di difficile e- 
mulazione cedono a nuovi racconti: così la ma- 
trona d' Efeso ( Vidua) fa posto alla moglie di un 
gentiluomo modenese. Né con ciò voglio dire che 
il compilatore fosse anche V inventore delle nuove 
novelle. 

Questo dunque V Amabile di Continentia^ che 
se ha poca importanza per Parte onde fu composto, 
ne ha invece di più riguardato nel suo insieme, 
riuscendo alla trasformazione più notevole della 
tradizionale materia del libro dei sette savi di fa- 
miglia italiana. E in fondo in fondo V Amabile di 
Gontinentiaj chi lo consideri non in sé ma ne' suoi 
rapporti con le altre composizioni, chi non si lasci 
infastidire dalla borra retorica , è già una rifu- 
sione artistica fatta dal senso classico italiano 
dell' opera un po' rozza del medio evo. E co- 
testa rifusione riapparirà di poi, purgata , limata , 



— CXVI — 

levigata quale il gusto squisito dei cittadini di 
Firenze e di Venezia e dei cortigiani di Mantova, 
di Ferrara , di Urbino poteva desiderarla , nei 
Compassionevoli avvenimenti d^ Erasto , che fu- 
ron r ultimo e veramente artistico rifacimento 
del romanzo per tante lingue passato al genio let- 
terario italico. 

Dalla prosa dunque dell' Amabile di Conti- 
nentiaj d' impasto tra lombardo e veneto , ma già 
con pretensione classica, si svolsero con elegantis- 
sima trasformazione I Compassionevoli avvenimenti 
d' ErastOj stampati la prima volta a Mantova nel 
1542. Il titolo reca ancora le parole: opera dotta 
e morale di greco tradotta in volgare; ma che 
r autore non traducesse dal greco è più che mani- 
festo. Il quale autore, che è anonimo, lavorava cer- 
tamente sopra r Amabile di Continentia; ed è 
anche certo che V Erasto a stampa ci rappresenta 
una deviazione sempre maggiore dai testi più an- 
tichi. I confronti istituiti da Cappelli forniscono 
già prove in abbondanza, alle quali altre possono 
aggiungersene. Così e^ si frappone come termine 
medio tra le redazioni primitive e e'^) il quale , 
è stato contaminato con un secondo testo, non 
seguito se non in cose secondarie, appartenente ad 
una famiglia di stirpe occidentale, o è stato uh 
po' mutato dal rifacitore stesso ; il che mi sembra 
assai più verosimile. 



— CXVII — 

Mi sembra più verosimile per la maggior parte 
delle novelle; per poche altre invece parrebbe più ra- 
gionevole ammettere una diversa fonte. Ma V Amabile 
di Continentia e I Compassionevoli avvenimenti d^ E^ 
rasto (1) sono, per la qualità e disposizione delle 
novelle, eguali; i mutamenti nella nuova composi- 
zione, sian formali o sostanziali, derivan quasi tutti, 
pare, da un sapiente criterio d' arte : accomodare 
più elegantemente e logicamente V ancor rozza com- 
posizione del quattrocento. E in vero in ^* è dato 
il nome a persone e a luoghi che ne mancano in 
e ^ ; molte volte la nuova composizione salta i passi 
oscuri nel modello, aggiunge, ommette, muta dove 
la verosimiglianza richiede: cosi le spesse, lunghe 
e retoriche parlate sono o tolte o abbreviate o 
messe in discorso indiretto con maggiore e migliore 
osservanza della naturalezza e del verosimile; le 
terzine son bellamente tramutate a ottave e dove 
tolte via e dove aggiunte. Anche è da notare che le 

(1) È ignoto l'autore anche di questa composizione, nò 
la prima ed. mantovana ne dà alcun indizio. Queir edizione 
lo stampatore Venturino Roffinello dedicava a Francesco Gon- 
zaga duca con lettera senza data, ma forse scritta dall'autore, 
nella quale si favoleggia su l'origine greca dell'opera, su la 
persecuzione da questa sostenuta ai tempi barbarici insieme 
con altri libri, e su 1' essersi rinchiusa coi compagni in una 
forte torre, dalla quale era uscita soltanto dopo molto tempo, 
consumata dalla prigionia e così male in arnese, che aveva 
dovuto rivestirsi all' italiana e ridursi in Mantova ; — tutte 
cose che possono anche adombrare qualche verità intorno le 
vicende del libro, ma che per noi non sono intelligibili e non 
portan lume di sorta su l'autore. 

ERA STO VII! 



— cxvm — 

novelle più ritoccate soa le vecchie, che presenta- 
vano svolgimento di fatto e particolari più invero- 
simili ; il cinquecentista leva per altro o muta par- 
ticolari oziosi anche nelle nuove. Egli poi alcuni 
dei passi lubrici leva o attenua, ma non così che 
spesso non sprizzi fuori il crudo realismo italiano del 
secolo decimosesto ; né sempre la verosimiglianza nel 
racconto è ottenuta intera; né sempre la politura 
è si perfetta che non ci accorgiamo dell' andare 
impacciato e stentato del modello ; e qualche volta 
i tocchi e i ritocchi non sono da vero né felici né 
opportuni. 

É ben vero che alcuni mutamenti sembran più 
tosto procedere da altra fonte che non dalF autore 
stesso; il quale dovè aiutarsi qua e là o di qual- 
che differente redazione del libro, o di novelle 
che già allora eran patrimonio dei novellieri e dei 
ciarlatani; ma io penso che ciò egli facesse sempre 
costretto dalla sua nuova intenzion d' arte; e si per 
questa intenzione che fu scorta al cinquecentista , 
si perché le cose nove non sono molte né di molta 
importanza, che giova notare quali siano le novelle 
più tormentate o rimutate, ricercare e cogliere fa- 
cili difficili riscontri che non scemerebbero il va- 
lore deir opera e non ne muterebbero la deriva- 
zione essenziale? Poiché spesso, chi confronti, può 
trovare parole , frasi , proposizioni e periodi corri- 
spondenti nei due testi , che danno subito a vedere 
quanto il testo de / Compassionevoli avvenimenti 
sia aderente d\V Amabile; e anche i passi derivati 
a / Compassionevoli avvenimenti da altra fonte 



— CXIX — 

che non è T Amabile di continentia , ricollegano 
o attraversano frasi comuni alle due ultime compo- 
sizioni, cosi caratteristiche, che il testo del Quat- 
trocento appare pur sempre il vero e solo modello 
al testo del Cinquecento. Il quale riuscì a perfezione 
artistica maggiore e per la partecipazione fanta- 
stica del loro autore e per più leggera e meno 
importante contaminazione d' altri libri o di memorie 
popolari. 

E se il compilatore del primo Erasto para- 
frasava e rinnovava accondiscendendo alla maniera 
onde r aveva rimutata il popolo , quella leggenda 
dieci volte secolare , e ricamava sopra un' antica 
tela novelle nuove ; T ignoto novellatore cinquecen- 
tista ne / Compassionevoli avvenimenti a pena ri- 
toccando qua e là la materia, ripuliva la forma, la 
faceva più bella e ricca e squisitamente elegante 
e signorile con la copiosa lingua vivida e frizzante, 
co'l bello stile largo e piano del miglior Cinque- 
cento (1). Cosi errò chi attribuì all'autore cinquecen- 
tista ciò che fu per gran parte opera del quattro- 
centista. La trasformazione interna del libro, della 
materia, era opera dell' autore quattrocentista; quello 
del Cinquecento, possiam bene trascurare le varianti 
e i mutamenti eh' egli v' importò di propria ele- 

(1) Accanto a questa bella lingua si nota raramente qual- 
che modo e forma dialettale; p. es. alcuni perfetti in ette: 
gride f te, preghette, entrette ed altri; ma si trovano quasi 
solo nel cap. XVI; che potrebbe significare essere stato que- 
sto capitolo men corretto, ritoccato o rifatto, ed esser Tautore 
lombardo o veneto. 



'-^ cxx ^ 

zione v' indusse d* altre fonti , non fece che ri- 
durlo a perfezione artistica di forma, eh' è pure 
assai. 

Ad alcuni critici non piacque in questo ro- 
manzo morale e profano insieme del secolo decimo- 
sesto lo stile € con pesante strascico di ricercati 
ornamenti » e « prolisso e boccaccesco »; e che il 
bello stile deìVErasto oggi non piaccia, si capisce ;^ 
male s' intende invece che si ritenga quasi inferiore 
alle rozze versioni del medio evo « quella bella e 
larga arte, quella dignità sicura, quella pompa tran- 
quilla del racconto del cinquecento » (1). 

Il qual racconto è veramente V ultima trasfor- 
mazione a cui riuscisse la leggenda dei Sette Savi 
in Italia; T ultima e più perfetta; né altro restava 
a fare. Il Teluccini ha un bel rimaneggiarne la ma- 
teria in un poema d'ottave : la sua riduzione attesta 
già la decadenza. 

E che sia V ultima perfezione cui potesse e 
dovesse V Italia condurre la scarna e rozza leggenda 
medievale, è bene una prova in ciò, che le altre 
nazioni, perchè non lo dovean più riconoscere, cosi 
trasmutato a forma signorile, per quel povero libro 
che avean già dato esse all'Italia, lo accettarono 
come un dono da lei; e a Lione nel 1564, a Pa- 
rigi un anno dopo e più tardi più volte e quindi 
ad Anversa e a Rouen, ad Amberes nel 1573, a 



(1) Carducci, articolo cit. in Perseveranza. 



— CXXI — 

Londra forse nel 1674 si pubblicava tradotto in 
francese, in spagnolo, in inglese il nostro libro (1). 
E I Compassionevoli avvenimenti (T Er osto furon 
forse la più famosa e la più conosciuta fra le tante 
forme assunte dall'antico Kitàb-^sSindbdd e certo 
fra i libri più letti del Cinquecento e non solo; 
poiché se passò per quel secolo in ventisei edizioni 
^ pe'l Seicento in otto, ed ebbe una ristampa nel 
Settecento, pervenne degno ancora di due edizioni 
al secol nostro (2). 

(1) Histoire pitoyable du prince Erastus fils de Diocle- 
tì'an empereur de Romme; Lyon 1564; Paris 1565, 1572, 
1579, 1707; Anversa 1568; Rouen 1616; — è riassunta 
nella Bìbliothèque unwerselle des romans , Milan, 1790; — 
Historm del principe Erasi o hijo del emperador Diocle" 
jsiano^ traducida de Italiano par Fedro ffurtado de la 
Vera, en Amberes 1573 in 12®; — De Maillj pubblicò nel 
1709 una nuova trad. francese dell' Erasto fatta su la ver- 
sione spagnola ; — Francis Kirman, History of prince Era- 
^tics son of the emperor Diocletian and those famous philoso^ 
phers , calìed the seven tcise masters of Rome, [Pare stam- 
pata a Londra nel 1674]. 

(2) Tutte le ed. di questo libro son dedotte dalla prima 
di Mantova del 1542. Ecco una bibliografia de / Compassione^ 
voli avvenimenti d* Erasto, che tolgo dall' opera di Adolfo 
Albertazzi: Romanzieri e romanzi del Cinquecento e del 
Seicento (Bologna, Zanichelli 1891, p. 71, 72, 73). 

1) 7 compassionevoli avvenimenti, etc. : Mantova, Ven- 
tura Rolfinelio, 154?: in-S."* 

2) Avvenimenti del Principe Erasto: Veuetia, Giolito, 
1543 in-S" (citata dall' Haym). 

3) id., Venetia, Francesco di Leno, 1542: in-8.° 

4) Erasto dopo molti secoli ritornato al fine in luce: 
Mantova, Venturino Roffinello, 1546: in-8®. 



— CXXII — 

Molte novelle di questo libro trovaron luogo 
in altre raccolte, come nelle Cento Novelle del 

5) id. Venetia, Agostino Bindoni, 1550: in-8®. 

6) Erasto dopo molti secoli etc. : Vinegia , Gio. Andrea 
Yalvassorio, 1551, in-8^ 

7) id. , Vineggia, Agostino Bindoni, 1551 : in-8^ 

8) id., Venetia, Ag. Bindoni, 1552: in-8.** 

9) id., Venetia, Gio. Andrea Valvassori, 1552: in-8®. 

10) id.; Venetia, Giolito, 1554: in-12^ 

11) id. , Vinegia, Gio. Andrea Valvassore, 1556: in-8**. 

12) Erasto et i sttoi compassionevoli avvenimenti — Vi« 
negia, Gabr. Giolito de' Ferrari, 1558: in-12®. 

13) id., Venetia, Ag. Bindoni, 1558: in-8°. 

14) id., Venetia, Giolito, 1560: in-12°. 

15) i compassionevoli avvenimenti — Venetia, Comin 
da Trino di Monferrato, 1563: in-8^ 

16) Gli stessi — Venetia, Gerolamo Cavalcalovo, 1505: 
in-8*. 

17) Erasto ed i suoi comp. avvenimenti — Vinegia,. 
Gabriele Giolito de' Ferrari, 1565: in-12®. 

18) Erasto et i sttoi comp. avvenimenti — Venetia» 
Giolito, 1566 : in 12.* 

19) id., Venetia, Daniel Zanetti, et C», 1576: in-8°. 

20) / comp. avvenimenti — Venetia, Caniillo France- 
schini, 1578: in-8.* 

21) / compassionevoli avvenimenti — Venetia, Fabio et 
Agost. Zoppini, 1583: in-8®. 

22) id., Venetia, Pietro Marinelli, 1585: in-8". 

23) I compassionevoli avvenimenti — Venetia, Zaltieri,, 
1590: in-8^ 

24) id., BonfadJno, 1593: in-8°. 

25) Vinegia, Altobello Salicato, 1596: in-8°. 

26) Venetia, Alberti, 1599: in-8«. 

27) id., Venetia, Pietro Farri, 1610: in-8°. 

28) / comp. etc. — Venetia, Cornino Gallina, 1617: in-8®.. 



— CXXIIl — 

Sansovino ; e i ciarlatani ne stamparono alcune 
spicciolate per uso di lor professione (1). 

L' Erasto di Mario Teluccini (2), un poema di 
ottave in nove canti , è riduzione in versi de / 
Compassionevoli avvenimenti d^ Erasto. 

29) id., Venetia, Lucio Spineda, 1618: in 8*. 

30) id., Venetia, Spineda, 1626: in-8^ 

31) id., Venetia, Ghirardo Imberti, 1628: in-8^ 

32) id., Venetia, Francesco Miloco, 1646: in-8^ 

33) id., Venetia, 1662: in-8." 

34) id., Venetia, Prodotti, 1686: in-8^ 

35) id. , Venetia, Domenico Lovisa, senz' anno : in-8**. 

36) Napoli, 1784, voi. 2: in-12**. 

37) Venezia, Tipi del Gondoliere, 1841: in-12^ 

38) Torino, Tipografia del Progresso , 1853 : in 32**. 
V. Passano, pag. 285 e seg. 

Per altro questa bibliografìa sarebbe incompiuta se fu 
realmente fatta una ristampa del libro a Venezia nel 1580 
per Iacopo Simbeni, come attesta il Paciaudi nella Notizia 
premessa al cod. parmense e già riferita a p. CU; ciò che 
qui dove scrivo non posso verificare; — sarebbe poi inesatta 
se è vero, come pensa S. Bongi {Annali di G, Giolito de'Fer- 
rari, p. 437) che la prima ed. del Giolito sìa del 1554 e non 
del 1542. 

(1) La novella della moglie d' un gentiluomo modenese 
(cap. XVIII) fu stampata a Milano nel 1563 co '1 titolo « Novo 
e compassionevole avvenimento occorso alli giorni passati 
nella città di Modena; — anche il drammatico racconto di 
Oleandro padovano (cap. XIV) fu stampato a parte co '1 ti- 
tolo di Compassionevole avvenimento di Oleandro gentiluomo 
padovano (senza data, sec. XVI, in 8.°); è nella palatina di 
Firenze. 

(2) Erasto \ di Mario Teluccini \ soprannominato il 
Bernia | In Pesaro appresso Girolamo Concordia | MDLXVI. 



— CXXIV — 



La prima stanza del primo canto è d* intro- 
duzione : 

L*ira, Tamor, le sitibonde voglie, 
Il pertinace cor, gli amari pianti 
Dell* infelice disperata moglie ; 
D*un amator di bei costumi santi 
L' animoso valor, eh* Erasto toglie 
Da la morte crudel, convien eh* io canti ; 
E *1 corso de le stelle e *1 gran dolore 
Di Deoclitìano imperatore. 

Nelle due seguenti è dedicato il poema con e- 
spressioni iperboliche a Niccolò Sanseverino prin- 
cipe di Bisìgnano. Nel canto secondò scusandosi 
egli r autore presso le donne di dover narrare 
le iniquità di Afrodisia e biasimarla, trova mòdo 
di tesser le lodi dei Sanseverino e dei Della Ro- 
vere. 

Ed ecco pur l'ultima ottava, che serve di licenza: 

Eccovi chiaro Sol Sanseverino, 
Il giusto salvo e *1 rio condotto a morte; 
Ecco eh* io chiamo a si crudel destino 
Tutte le donne di si fatta sorte ; 
Et eccovi di Mario Teluccino 
Del petto aperte le divote porte, 
Con speme d* erger più sonoro canto 
À pie de lo splendor del vostro manto. 

Dèi resto troviamo in cotesto poema conser- 
vati air imperatore, all' imperatrice e ai sette filo- 
sofi gli stessi nomi che sono nelF Erasto in prosa; 
e òosi conserva ilTeluccini ancora nelle novelle i 
nomi dei personaggi quali erano nei Compassione^ 



— cxxv — 

voli avvenimenti. Il luogo dove Erasto è educato 
è Perugia; il servo che porta le lettere e i doni a 
Erasto si chiama Truffaldino (giocoso nome poi per 
secoli), e la novella Medicus finisce con la morte 
d* Ipocrate, senza accenno alcuno all' esperimento 
del vaso : questo a saggio delle pochissime varianti 
introdotte. 

E non solo v' è conservata la tessitura gene- 
rale del romanzo in prosa , ma si può dire che di 
quello, r Erasto del Bernia non sia altro che un 
rifacimento, una riduzione pedestre in versi e qual- 
che volta semplice versione. Nel fatto, son conser- 
vate quasi le stesse parole de / Compassionevoli 
avvenimenti in molti luoghi della rima. 

E che il poema del Teluccini sia pura ridu- 
zione del romanzo, si ricava già dalla lettera del- 
l' autore a Nicolò Bernardino Sanseverino principe 
di Bisignano, premessa al poema, là dove si scusa 
« se per la difesa d' Erasto tal'hora gli appassio- 
natissimi Filosofi trapassassero i termini dell'onestà 
con le velenose lor parole: con poca lode delle 
donne, poi che per le inique solamente ragionano: 
gli quali compassionevoli avvenimenti da me a 
r ombra della Vostra Ecc. IH. in ottava rima son 
stati posti ». Il Teluccini rammenta dunque il titolo 
più comune ond'era conosciuto il romanzo d' Erasto: 
/ compassionevoli avvenimenti ; e dice che quei 
compassionevoli avvenimenti egli ha posti in ri- 
ma: nient' altro; non ch'egli rifacesse o ritoccasse 
vi portasse novità alcuna; niente: egli li ha 
posti, li ha ridotti in rima. Ciò può vedersi an- 
che per confronti. 



— CXXVl — 

Il testo in prosa cosi descrive il presente di 
che Afrodisia regala Erasto : « appresentò un 
bellissimo presente di diece delicatissime camiscie, 
belle non meno per la sottigliezza della tela, che 
per r artificio del lavoro , et T uno e T altro de* 
quali potean stare al pari di quelle che (secondo 
si legge) fur fatte da Arachne et Minerva. Vi ag- 
giunse altri drapi non meno sottilmente lavorati 
con fiamme di foco, d' argento et oro talmente ben 
figurate, che parea proprio che abbruciassero, con 
lettere che diceano: 

< Cosi per voi Signore, 
In fiamma arde il mio core ». 

E il Teluccini così: 

Trova diece camicie ricamate 
Per le sue man di sottil fila d' oro , 
Da superar, non che la nostra etade, 
D* Aragne il sottilissimo lavoro. 
Eran tutte di fiamme circondate 
Con littre ; e questo era '1 tenor di loro : 
Cosi per voi, dolcissimo signore. 
Nel mezzo de le fiamme arde *1 mio core. 

Nella novella del marito vecchio e della moglie 
giovine ( Téntamina) il romanzo in prosa rende 
i caldi desideri e la naturai curiosità di novi 
diletti nella sposa ancora intatta, con queste parole : 
€ Ma dopo che ella ebbe provato che cosa fosse il 
vivere del mondo, e che ragionando con altre donne, 
intese come da' loro giovani mariti erano la notte 



— CXXVII — 

trattate in letto, cominciò a desiderare al marito 
più tosto manco galanteria e miglior schiena, che 
con si poca lena tanta galanteria. E veduto che '1 
desiderio era vano, che per questo le forze al ma- 
rito non cresceano, anzi secondo V età se n' anda- 
vano diminuendo ...» ecc. 

E in questo modo parafrasa il Teluccini: 



Ma poi eh* esperta fu col praticare 
Molte giovani dotte ne 1* amore, 
E che la cominciaro a domandare 
Come la tratta al buio il suo signore, 
Cominciò nel marito a desiderare 
Minor galanteria, maggior valore; 
Ma quanto il desiderio più crescea 
Tanto più lo sperar mancar vedea. 



A un altro confronto serva V ultima novella, 
quella di Ermogene {Vaticmzum). 

« Fu già, scrive il prosator cinquecentista, 
dalle bande orientali, nella famosa città d'Alessan- 
dria, un mercatante per nome Europo, il quale 
contro la sorte di molti altri, avendo per molt'annì 
sempre più prosperamente trafficate le sustanzie sue, 
talmente le avea augumentate et a tal ricchezza 
era venuto , eh' egli stesso non sapea ( che pochi 
sanno) desiderarne di più. Et per ciò s' era appli- 
cato ad una vita appartata et a pensar solamente 
come potesse far riuscir grande un figliuolo nomi- 
nato Hermogene, che solo si trovava avere >. 




— CXXVIII — 

Quasi lo stesso il Teluccini: 

Un povero mercante Alessandrino 
Ch'Europo si facea chiamar per nome, 
Facendo per lo mar lungo cammino 
Prese si la fortuna per le chiome, 
Accompagnato da fidel destino, 
Che di ricchezze guadagnò più some. 
Onde a la patria un di tornato, solo 
Attendeva a far grande un suo figliuolo. 

Hermogene costui facea chiamarsi. 

Né meno s' è curato il Bernia di mutare i versi 
che trovò già nel suo originale in prosa; e forse 
è a credere che le ottave che egli notò in mezzo 
alla prosa, gli porgessero occasione a pensare di 
ridurre in versi tutto il romanzo. 

Quando a Erasto muore la madre, egli scrive 
una stanza che è la seguente neir Erasto in prosa : 

Et te non dopo molto seguiremo 
Che tutti slam formati d*una massa: 
Né per forza o per arte scapperemo, 
Ch'ogni nostro poter la morte abbassa; 
M' al dispitto di morte viveremo 
Che la fama da morte non si cassa: 
Virtù fal'huom per fama in miglior sorte 
Vivere più che in vita dopo morte. 

Stanza che il Teluccini copia, mutando solo 
un poco gli ultimi due versi. 

Per altra prova sentansi queste stanze: nella 
novella di Oleandro padovano. Oleandro dopo aver 



— CXXIX — 

uccisa la moglie e un servitore, scopertili innocenti, 
incide co '1 pugnale omicida i seguenti versi su '1 
muro : 

Per opra d' una serva traditrice 
Col ferro ho morto Arrigo servidore, 
Col veleno mia moglie Beatrice. 
Chiaro del ver (ma tardi) ho tratto il core 
À chi di tutto il mal stata è radice. 
Hor per punir me stesso dell'errore, 
Miser Cleandro, col capestro al collo 
Da questa trave do Y ultimo crollo. 

Questi i versi inseriti neir Erasto in prosa. 
Ecco quali il Teluccini li ridusse nel suo poema. 

Per opra d* una serva traditrice 
Col ferro ho morto Arrigo servidore, 
E col velen la fida Beatrice. 
Et indi a la fantesca ho tratto il core 
Che di tanto gran mal fu la radice; 
Hor per punir me stesso de V errore, 
Miser Cleandro col capestro al collo, 
Da questa trave do V ultimo crollo. 

Ciò basta, per altro, a dimostrare che V Erasto 
del Teluccini è riduzione in versi de / Compassione^ 
voli avvenimenti ; non, come fu affermato da altri, 
superfetazione; e in vero / compassionevoli avve- 
nimenti uscivano del 1542 e il poema del Teluccini 
nel 1566. 

E per ciò a punto, che è una pura e semplice 
riduzione in versi d' un testo prosastico e non ha 



— CXXXII — 



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È facile vedere quanto sarebbe maggiore nel 
primo caso V importanza di r (la composizione edita 
dal Rajna), che si troverebbe essere allora un mezzo 
efficace per risalire fino al capo stipite di tutta la ver- 
sto italica) poiché, secondo il Rajna, l non sarebbe 
l'antico progenitore, ma una traduzione esso stesso. 
L'originale primo egli se lo figura volgare, ma non 
toscano ; bensì scritto in dialetto d' oli o in dialetto 
veneto; e iri vero abbiam visto che il testo latino or 
considerato progenitore della famiglia italica, sente 
troppo delle nuove lingue romanze^ anzi dell'italiano; 
poi abbiamo un fatto analogo in Francia: la Historia 
Septem Sapientum non è che una traduzione di un 
antico testo francese. 

Neil' altro caso invece la rima perde quasi 
ogni valore critico, e rimane un monumento di i- 
gnoranza e di goffaggine. 



— CXXXIIl — 

La versio italica pare al Rajna come un gruppo 
distinto, composto di altrettanti individui, vari un 
poco di fattezze, ma sempre più simili fra loro, di 
quel che non siano ad altro individuo qualsiasi di 
un' altra famiglia. Ora, qual posto spetta al nostro 
ramo neir albero di tutta quanta la stirpe ? Consi- 
derazioni indirette dispongono a tenere in gran conto 
questa nostra famiglia. Sua patria, secondo ogni ve- 
rosimiglianza, è la regione veneta: veneziano s'è 
visto il testo in rima; a Venezia s'ebbe pur da as- 
segnare uno de' testi in prosa, ciò è m; e non 
mancan del tutto né pure in e le forme dialettali, 
che ci trattengono, se non altro, al di qua degli 
Appennini : al territorio veneto o almeno alla re- 
gione padana abbiamo assegnato il testo latino : 
ad autori veneti o lombardi si devon di sicuro 
anche i due Erotti. Abbiam dunque a fare con 
una famiglia indigena dell'Italia settentrionale. E 
se altri testi di questo libro si scopriranno, io 
credo che debban essere sempre di questa regione, 
e forse proprio della veneta. 

Ma pur mantenendo la denominazione di versio 
italica entrata ormai nelle abitudini, si deve avere 
presente che cotesta espressione è troppo generica; e 
in fatti, a rimaner sempre nella valle padana, anzi 
nella region veneta, troviamo che il libro ebbe a 
diffondersi in una composizione che procede per la 
maggior parte da altro gruppo e che si giova della 
versio italica solo por necessità e per una minima 
parte: la composizione padovana; — e se pas- 
seremo gli Appennini, troveremo che il libro ebbe 

EFIASTO IX 



— CXXXIV — 

a propagarsi al di là di essi in redazioni spet- 
tanti ad altri gruppi : tali sono quelle pubbli- 
cate dal D' Ancona e dal Varnhagen. Ma la 
versio italica contiene ancor essa tracce d' una 
elaborazione francese. Il personaggio di Merlino 
nel racconto Sapientes ci porta troppo manifesta- 
mente oltr' alpe ; e V indizio pe U Rajna è tanto 
più sicuro in quanto nella Francia un gruppo non 
mette innanzi alcun nome. Si architettino quante 
ipotesi si vuole per spiegare come le famiglie fran- 
cesi e la nostra abbian comune V incantatore bri- 
tanno, e si finirà per convincersi che una sola può 
reggere: la derivazione della nostra dalle altre. 

Dire così non è per altro affermare che la versio 
italica metta proprio capo ad uno fra i testi che co- 
, nosciamo: forse quando siano meglio studiati i rap- 
porti e la storia dei vari gruppi francesi, anche la 
versio italica avrà le sue origini più compiutamente 
e sicuramente indagate. Per la qualità dei racconti 
il gruppo italico combacia con le famiglie V ed A\ 
unica differenza, Tommissione di Senescalciis, Pur ri- 
tenendo che il nostro gruppo sia da ricondurre ad 
una versione somigliantissima ad A^ il Rajna non 
sa decidersi, e io né meno, a metter questa preci- 
samente a capo della versio italica. 

In fatti, come si può osare di farla procedere 
da un, per così dire, gemello di A^ mentre fra i due 
tipi la differenza è grandissima? Certo dovè entrar 
qui di mezzo un gran fattore di trasformazioni: la me- 
moria. L' autore quando stendeva la narrazione non 
doveva aver dinanzi un modello scritto: forse aveva 



— cxxxv — 

letta sentita raccontare la storia , e T orditura 
generale e buona parte dei particolari aveva rite- 
nute; e non avendo un manoscritto da consultare, 
pensò di rifare il libro secondo se lo ricordava. 

Forse si potrebbe anche supporre un po' di tradi- 
zione orale e quindi un po' di partecipazione in- 
dividuale dei vari compilatori; sebbene / Sette 
Savi dovettero restare poco in sua balia , che del 
resto ne sarebbero uscite ancora più sformate le 
sembianze. 

Sola quest' ipotesi sembra atta a render per- 
fetta ragione dei rapporti che si manifestano a pena 
si confronti la versio italica con quella che le è 
certamente più vicina, cioè con A. 

L' ommissione di Senescalcm e T inversione del- 
l' ordine in cui son fatti narrare i sette sapienti e 
la matrigna, sono differenze che non si spiegano 
con le condizioni di chi scriveva a memoria ; la 
novella Senescalcics fu forse ommessa perchè lubrica, 
e per salvar T ommissione s'è poi sostituito il nuovo 
ordine. 

E se queste induzioni del Rajna sono vere, la 
versio italica perde d' importanza per la storia delle 
versioni occidentali. 

Le resta tuttavia un valore. Come le chansoìis 
de geste hanno dato nascimento nella regione cir- 
cumpadana a nuove famiglie ben distinte dal loro 
ceppo oltramontano, così anche // romanzo dei Sette 
Savi trasportato in questa medesima regione , non 
si perpetua già per via di semplice riproduzione 
d' individui, bensì dà origine a una nuova famiglia. 



— CXXXVI — 

Il fatto cadrebbe pur esso in quella stessa 
età ia cui venivano alla luce i Bovi e i Macarii 
francesi italiani. La lingua, se la redazione origi- 
naria fu prosastica, come par probabile, non sarà 
stato un gergo misto , ma o T uno o V altro dei 
componenti : la lingua d' oli o il dialetto veneto; e 
il libro verrebbe ad aggiungersi a quel patrimonio 
letterario dell'Italia settentrionale, oramai ricchissimo. 




VI. 
La novella della Matrona d'Efeso. 

( Vzdua) 

La novella de la matrona (T Efeso fu dei rac- 
conti de' Sette Savi , come tutti sanno, la più di- 
vulgata, e io qui voglio richiamare ed esaminare i 
rifacimenti che di essa novella si fecero in Italia ; 
studiare, voglio dire, la diffusione di essa nella 
novellistica italiana (1). 

Nelle Satire di Petronio Àrbitro è una bel- 
lissima novella conosciuta sotto il nome di ^lovella 
della Matrona d' Efeso , perchè la protagonista è 
* quaedam matrona Ephcsi ». 

(1) Cfr. D'Ancona, Il lif/ro dei Sette Savi cìt ^ Osserva- 
zioni alle novelle, p. 118; nota ricomparsa più compiuta 
nelle illustrazioni alle Novelle di G, Sercambi e poi nelle 
Fonti del novellino {Studi di critica e storia letteraria p. 
322-24) e Eduard Grisehach, Die Wanderung der Novelle 
von der treulosen Wittoe durch die Welt-literatur, Berlin, 
1886. 



— CXXXVIII — 

La novella non è invenzione di Petronio; è dì 
origine assai più antica, e non finisce con lui la corsa 
per i secoli e i popoli; ma in vero assurse solo 
con Petronio a bellezza artistica ; e dopo di 
lui, quantunque avesse per molto tempo ancora 
florida vita in tutti i paesi e in tutti i volgari 
d' Europa , . pure non fu mai narrata più bella- 
mente; cosi che a ragione oggi questa novella^ 
che dovè esser ricca di versioni nella remota an- 
tichità e ne fu certo ricchissima nel medio evo e 
pur nel moderno, a ragione è chiamata dalla ma- 
trona d' Efeso, a ricordo del racconto petroniano. 

In Petronio, dunque, una matrona d'Efeso, es- 
sendole morto il marito, vuol morirgli a lato; ma 
poi dalla sua ancella e da un soldato lasciasi per- 
suadere a mangiare, a vivere e a godersi dell' amore 
di costui, e di più , a salvar costui , perchè messo 
a guardia di tre ladri crocifissi uno gli è stato 
rubato, lo consiglia di porre il cadavere del ma- 
rito su la croce rimasta vuota (1). 

Ma se è vero, come la critica moderna tende 
ad ammettere, che Fedro sia vissuto sotto Augusto 
e Tiberio, e che Petronio sia vissuto sotto Nerone ; 
se è vero che le Fabulae novae sian propria opera 
di Fedro, il che pure la critica moderna propende 
a tenere per probabile; bisognerà anche ammettere 
che non Petronio, come si affermò sempre fino ad 
ora, ma Fedro narrò primamente questa novella^ 



(1) Petroni Sattrae, Buecheler, Berolin MDCCCLXXXII, 
e. III. 




— CXXXVIIII — 

0, a peggio fare , che la prima testimonianza let- 
teraria circa questa novella si trovi nel favolista 
latino. 

Che se poi si volesse opporre esservi tuttora 
qualche incertezza intorno alla vita di Petronio e di 
Fedro, e al tempo in cui vissero, si potrà ammettere 
almeno che, per la probabile coincidenza della vita 
di questi due autori, V uno non potè servir di mo- 
dello air altro ; ma che tutti e due attinsero alla 
tradizione orale, in cui doveva certo mantenersi il 
nostro racconto, se fu anche oggetto, come vedremo, 
deir arte scultoria. 

A ogni modo sta il fatto che nelle nuove fa- 
vole di Fedro, chiamate anche Appendice ^ costi- 
tuite di novelle licenziose, di motti e di aneddoti 
del tempo, e perciò più novelle che favole, è nar- 
rata anche la nostra in uno stile che può sembrare 
più spezzato che conciso, al n. XV e sotto il titolo 

[MULIER VIDUA ET MILES] 
Quanta sit incostantia et libido mulierum. 



E la seguente: 



Per aliquot annos quaedam dilectum virum 
Amisit et sarcophago corpus condidit; 
A quo revelli nullo cum posset modo 
Et in sepulcro vitam lugens degeret, 
Claram assecuta est famam castae Mulieris. 
Interea fanum qui compilarant Jovis, 
Cruci suffixi luerunt poenas numini. 
Horum reliquias ne quis posset tollere, 



— cxxxx — 

Custodes dantur milites cadaverum 
Monumentum juxta, Mulier quo se incluserat 
Aliquando sitiens unus de custodibus 
Aquam rogavìt media Docte ancìllulam, 
Quae forte dominae lune adsìdebat suae 
Dormìtum euntì: namque lucubraverat 
Et usque in serum vigilias perduxerat. 
Paulum reclusis foribus Miles prospicit 
Atque videt aegram facie pulchra feminam. 
Correptus animus illieo succenditur 
Et uritur sensim ìmpudentis cupiditas. 
Solers acumen mille causas invenit, 
Per quas videre posset viduam saepius. 
Quotidiana capta consuetudine, 
Paulatim facta est advenae submissior: 
Mox arctiore vinxit aniraum copula. 
Hic dum consumit noctes custos diligens, 
Desideratum est corpus ex una cruce. 
Turbatus Miles factum exponit Mulieri. 
At sancta Mulier: Non est quod timeas, alt, 
Virique corpus tradit figendum cruci, 
Ne subeat ille poenas negligentiae. 
Sic turpitudo laudis obsedit locum (1). 

Questi gV inizi letterari della novella. In quanto 
alla sua origine, Fedro ha 1' aria di raccontare un 
fatto accaduto di recente ; e Petronio fa effettiva- 
mente dire ad Eumolpo come egli non si curasse 
di narrar fatti noti per secoli, ma in vece quelli 
accaduti al suo tempo. 



(1) Hervieux, Les fabulistes latins, Paris, Didot, 1884, 
Tome II, Phaedri Augusti Liberti, Fabulae veteres et no^ 
vae, p. Q>Q, 




— CXXXXI — 

Jean de Sarisbéry, morto vescovo di Chartres 
nel 1183, dopo aver riportato nell'opera Poli" 
crattcuSf sive de ISugis Curialiumy tutto il racconto 
di Petronio risguardante la matrona d' Efeso, sem- 
bra che lasci libertà di credere il racconto o una 
mera favola o storia di fatto (1); onde è chiaro che 
né meno lui seppe deliberarsi per Tuna o per Taltra 
opinione; per altro egli stesso, più avanti, aggiunge 
come la verità del fatto fosse attestata da un Fla- 
viano il quale faceva sapere anche di più; e ciò 
è che la matrona avesse sofferta la pena dei parricidi 
e degli adulteri [imilierumque tradii impietatis suae 
et sceleris pan^icidialis et aduUerii 2')oenas hiisse). 
Pare che Petronio ignorasse questa circostanza, poi- 
ché fk dire a Licas irato e tentennante il capo: 
€ sijustus imperator fuisset, dehuit patris faniiliae 
coiyiis in monunientum referrcy muìierem affigere 
ertici ». 

Ma ignorandosi del tutto chi sia stato questo 
Flaviano , conosciuto da Vossio e da Fabbricio 
solo per Giovanni di Sarisbéry, che lo cita in più 
luoghi del PolicraticuSy è impossibile attribuire una 
qualunque autorità alla sua testimonianza: si può 
soltanto accettare come una possibile supposizione. 

Il Dacier, un autorevole critico francese del 
secolo scorso, trovò nell' opera Costumes des Grecs 
et Boniains^ par M. Dandre Bardon (Paris 1772) 
una incisione rappresentante frammenti di un bas- 
sorilievo , nei quali egli riconobbe facilmente la 

(1) Jean Sarisb. PoUcrat 1. Vili, e. II. 



— CXXXXII — 

storia della matrona. L' incisione è contenuta nella 
tavola novantesima: un soldato è seduto di faccia a 
una donna coricata e scinta; l'una e l'altro nell'attitu- 
dine di persone che parlano tra di loro : il soldato 
tende le mani verso la donna e sembra che la in- 
viti ad accettare ciò che le presenta [Miles tentavit 
dare muìiercuìae cthum): la donna, appoggiata su '1 
cubito destro e sostenendosi la testa con una mano, pare 
che con l'altra rifiuti; dietro di loro, in fondo, s'in- 
nalza una forca dalla quale pende una corda {ut vidit 
unam sine cadavere crucem). Ai loro piedi è come 
una fiaccola che rischiara il luogo ove son chiusi; 
a poca distanza sta un' altra donna, che dev'essere 
r ancella della matrona e quella la quale doveva 
aver cura di .alimentare il lume {assidebat aegrae 
fidissima ancilla . . . . quotienscunque defecerat eo^ 
situm in monumento lumen reìwvabat) (1). « Or 
voilà, osserva giustamente il Dacier, ce me sembla 
le récit de Petrone mis en action ». 

Il monumento fu trovato fra i ruderi della 
domus aurea che Nerone fece edificare; ma po- 
teva essere ancora molto più antico. In questo caso 
la storia della Matrona sarebbe stata conosciuta 
prima che Fedro e Petronio la raccontassero ; e ne 
risulterebbe una nuova conghiettura in favore, se 
non della storicità, almeno dell'antichità e popola- 
rità del fatto della novella. 

(1) Dacier, Examen de V Histoir de la Matì'one d' E- 
phese et des dt'fferentes imitations qu'elle a produttes, nelle 
Memotres de la litt, tirés des reghtres de V Accadèmie des 
inscriptions et lettres. Tome XLI, 523. 



— CXXXXIII — 

La quale se bene presenti qualche rassomiglianza 
con la novella cinese di Tchouang-Tseu e la ma- 
trona Soung (1) , pure è ritenuta da qualcuno di 
greca origine, e il Rémusat traducendo la novella 
cinese (2), crede che sia slata imitata dallo favole 
railesie, penetrate forse anche in Cina, e che Pe- 
tronio ricorresse probabilmente a quelle; opinione 
rigettata assolutamente dal Dacier. 

Tra i brani di letteratura cinese pubblicati 
dal padre du Halde, trovasi una novella che ha 
qualche lontana rassomiglianza con la nostra (3); 
è la medesima tradotta poi dal Rémusat, quindi da 
un anonimo neìV Astatìc Journal (1843, voi. I, 607), 
e che il Grisebach dice doversi giudicare nella 
versione di Samuel Birch (4). Il Dacier dubita se 
si abbia da riguardarla come un' imitazione da Pe- 
tronio; ma per che via, si chiede il critico fran- 
cese, Petronio è penetrato sin nella Cina? — E 
non pensava che era più probabile o per lo meno, 
più possibile, che dalla Cina fosse venuta la ma- 
teria a Petronio? — Del resto, egli stesso s'accorse 
che la novella cinese è infinitamente più compli- 
cata di quella di Petronio : — V introduzione che 
la prepara, gli accidenti di cui essa è piena, il 

(1) Eduard Grisebach , Die Wanderung der Novelle 
ron der treulosen Wittwe p. 2 sgg. ; — Mille et un jours, 
ed. Loisoleur Deslongchamps, p. 005. 

(2) Contes chinois, I, p. 145. 

(3) Description historique de la Chiììe, tome III, 408. 

(4) Grisebach, op. cit. , p. 20. — The Chinese Widoto, 
Translated from the Chinese, bv S. Birch, London, 1872. 



— CXXXXIIII — 

dialogo degli interlocutori, il meraviglioso co U 
quale termina, ne fanno un vero dramma. Eccone 
il sunto: 

Una matrona cinese, vedova da un giorno o 
due, non arrossisce di offrirsi ella stessa a un gio- 
vine sconosciuto che si è introdotto nella sua casa, 
non si sa bene con qual pretesto. Impaziente di 
inspirargli la passione che ella ha sentito nascere 
subitamente nel suo cuore, ma diffidando delle pro- 
prie grazie naturali, mette a parte della cosa un vec- 
chio servo dello sconosciuto giovine ; e quegli ac- 
cetta di persuadere al padrone un tale amore. Dopo 
qualche difficoltà la cosa riesce; il matrimonio è con- 
cluso: ma al momento che il nuovo sposo va a prendere 
possesso del letto nuziale è colpito da un male vio- 
lentissimo. La donna, desolata, sa dal servo che il solo 
rimedio che possa salvare il padrone da gli eccessi 
ai quali va soggetto, è il cervello d'un uomo ultima- 
mente ucciso stemprato nel vin caldo ; ed essa spe- 
rando che in tale necessità il cervello d' un uomo re- 
centissimamente morto potrà essere efficace a suf- 
ficienza, tosto, armata d^ un' accetta, corre alla 
bara del marito e con un forte colpo ne rompe il 
coperchio. Al remore, il morto si sveglia, apre gli 
occhi, esce dalla bara, sorpreso di trovarsi avvi- 
luppato nel lugubre manto dei morti, più sorpreso 
ancora di trovar nella sua casa gli apparecchi di 
una festa nuziale. Si immaginano facilmente le spie- 
gazioni che seguono tra il marito e la moglie. 
Ma tutto ciò, non è che incantamento: il marito, 
versatissimo nell' arte magica , s' è finto morto , 



— cxxxxv — 

ha egli stesso suscitato il giovine, come il servo, 
a provare la fedeltà della donna. 

Ora, è facile e necessario riconoscere ^he le 
somiglianze che possono essere tra le due novelle, 
sono tutte e affatto accidentali e spiegate da ciò, 
che tutti i paesi possono aver avute le loro Ma- 
trone. E importerebbe poi sapere se il conto è an- 
tico alla Cina, e se vi era conosciuto avanti 1' ar- 
rivo dei primi missionari, e ciò non chiarisce il padre 
du Halde; il perchè parmi ragionevole concludere 
che r una novella non può aver servito di modello 
air altra. Altra novella somigliante alla cinese è 
contenuta nel Talmud, e altra ancora nello Zadig 
ou la destznée (Histoire orientale) del Voltaire. 

Di quest'ultima, poiché qualche critico Taf- 
fermo e molti eruditi ripeterono che era la novella 
di Petronio, converrà dare un rapido sunto. 

Nel cap. II dello Zadig, intitolato Le nez, 
Azora moglie di Zadig rientra una volta in casa 
tutta in collera. Interrogata dal marito, risponde 
d' essere andata per consolare la giovane vedova 
Cofrou che aveva innalzata una tomba al giovine 
sposo a lato d' un ruscello e promesso agli Dii di 
rimanere su la tomba fin che il ruscello avesse se- 
guitato a scorrervi vicino; ma l'ha trovata (la 
perfida donna!) intenta a deviare il corso dell'acqua! 
E le invettive contro la vedova son si lunghe e 
si violenti che Zadig, insospettito di tanta ostenta- 
zione di virtù nella moglie, pensa di metterla alla 
prova. 



— cxxxxvi — 

Azora va a passar qualche giorno in campagna, 
e quando torna i servi le annunziano la morte 
del marito : ella si dispera e giura di morire. La sera 
Cador, amico di Zadig, va a consolarla e piangono 
tutti e due; il giorno dopo piangono meno e Cador 
confida ad Azora che il suo amico ha lasciato 
a lui gran parte de' suoi beni e che la sua felicità 
sta ormai nel dividere con lei la propria fortuna : 
la donna piange, ma s'addolcisce. La cena è più 
lunga del pranzo e più lieta; ma Cador è sorpreso 
da un grave mal di milza e alla giovine vedova 
confusa e smaniosa di guarirlo dice che solo il 
naso d' un uomo morto la vigilia, applicato su lo 
stomaco, può recargli refrigerio. Azora, dopo breve 
battaglia d' affetti , corre al sepolcro del marito , 
leva il coperchio e fa per tagliare il naso al ca- 
davere; ma Zadig si rialza dicendo: « Madame, 
ne criez plus tant contre la jeune Gofrou ; le projet 
de me couper le nez vaut bien celui de deteurner 
un ruisseau ». 

Anche questa è troppo più complicata che in 
Fedro e Petronio, e, se non è presa tutta da una 
tradizione orientale, è fatta di reminiscenze della 
matrona d' Efeso e della novella cinese un po' mo- 
dificata. 

Alla novella della vedova infedele si è voluto 
rassomigliare anche un racconto del libro II delle 
Metamorfosi o Asino d' oro d' Apuleio : un uomo 
s'incarica di guardare un morto durante una notte; 
il giorno dopo la vedova del morto è accusata di 
adulterio (ma non co '1 guardiano) e di aver avve- 



— CXXXXVII — 

Iellato il marito per coglierne V eredità e godersela 
con r amante. 

Ma questo racconto non offre con la nostra 
novella che un rapporto lontanissimo, non ostante 
r analogia di qualche circostanza. 

E finalmente un altro racconto ancora è stato 
avvicinato ragionevolmente alla nostra novella. Una 
giovine donna, dopo aver pianto non senza sincerità 
la morte del marito; dopo aver ricusata ogni ma- 
niera di conforto; dopo essersi sdegnata contro il 
padre che le propone nuove nozze ; a poco a poco 
attenua il dolore nelle cure del vestire e del mo- 
strarsi alla gente e nel desiderio di nuovi piaceri 
e di nuove gioie. Le quali ella cerca ostinatamente, 
spudoratamente, guadagnandosi in fine delle basto- 
nate. E narrata in un bellissimo e assai notevole 
Fabliau di Gautier le Long: la Veuve ; dove 
la disperazione della vedova che non vuol so- 
pravvivere allo sposo amato, l'indignazione alla 
prima parola di un secondo matrimonio, V insensi- 
bile raddolcimento del cordoglio, il rinascere del 
sorriso e della civetteria, la noia infine della vedo- 
vanza, sono nettamente e finamente resi dal poeta; 
e il racconto un po' fiacco nella seconda parte è in 
tutto il principio d' una vivacità singolarmente e- 
spressiva: segna l'apparizione della psicologia nella 
letteratura francese e lo svegliarsi negli scrittori di 
Francia di un senso che produrrà poi la metà dei 
loro capolavori (1). 

(1) MoNTAiGLON c Raynaud, Recìteìl generai et compiei 
des FabUaux dés XIII« et XI V« s.; voi. II, p. 197. 



— CXXXXVIII — 

Vedete la giovine vedova: dopo aver tanto 
pianto 

... la dame est en auire point; 
Une dolors al cuer li point, 
Ei le sorlieve en contremont, 
Ei depre à mangiar char crue, 
Car li doiens 1<^ resomont, 
Ei n* est de paon ne de grue 



Ausi con uns ostoirs muiers 
Ei se va par l' air enbetant, 
Se va la dame deportant, 
Monstrant son cors de rue en rue; 
Malt simplement les gens salue 
Et les encline jusqu* en terre. 
Mult souvant clout la boce et serre; 
Or n'est eie pas parecheuse. 
Dure ne aspre ne tencheuse, 
Àins est plus dolce que canelle 
Et plus tornans et plus isnele 
Ee ne poit rute ne venvole; 
Avec les oelz li cuers s' en vole. 

E la povera vedovella trova in vece gente 
crudele che non bada a lei o le bada per ba- 
stonarla ! 

E questo racconto, a trascurare i rifacimenti 
minori di Lorenzo Astemio di Macereta, del quale 
il vere nome è Bevilacqua e che la narrò ne' suoi 
Hecatomytum Seu centum fabulae (Venezia 1492); 
sotto la rubrica De MuUere vtrum morientem fente^ 
et Patre eam consolante ^ fab. 14) e di Lodovico 
Guicciardini nelle Hore di ricreatìone (Anversa, 



— CXLIX — L 



MDLXVIII, p. 287 : Instabile per lo più et momen- 
taneo esser Vamor della moglie) ; fu ripresa dal La 
Fontaine in una sua mirabile favola, La Jeune Veuve, 
in che è la perfezione d'un poeta severo con la gra- 
zia spontanea d' un agile poeta. Ma anche in questo 
caso, se bene le analogie sono evidenti, non è da 
parlare di derivazioni: il fabliau e la favola del 
La Fontaine, corrispondono, tutt'al più, alla prima 
parte della nostra novella. 

Il Benfey, avvertendo che quanto all' idea fon- 
damentale, la novella della Matrona d'Efeso si ri- 
ferisce al ciclo di quelle nelle quali le donne ri^- 
compensano co '1 tradimento 1' amore dei mariti , 
aggiunse che il trovarla nell' Oriente maomettano 
(nel fatto si trova nel libro Les quarante vezirs, 
novelle turche, Histoire (V un tailleur et de sa 
femme^) e nella Cina dove penetrarono tante tra- 
dizioni buddiste, lascia supporre che nascesse nel- 
r India e sino da tempi antichissimi venisse anche 
neir Occidente. Per altro, egli non trova fra le 
novelle indiane nulla da paragonare a questa in 
tutte le sue parti (1). Quantunque niente sia più 
diflScile che il determinare la patria, il battesimo e 
la paternità della tradizioni popolari in Europa; 
pure sembrò a molti che a questo tipo di no- 
vella si potesse assegnare per patria l'India, come 
dall' India credono provengano simili tradizioni 



(1) Pantaschat, I, p. 460. 



ERASTO X 



— CL — 

il Benfey, il Muller, il Pitrè ed altri (1). E in 
fatti, in Petronio la scena della salace avventura 
è già in Efeso, nell'Asia Minore: se si potesse ri- 
salire su su ancora il corso della tradizione, s'arri- 
verebbe forse a determinare con sicurezza la patria 
della novella di Petronio essere T India ? Potrebbe 
anche trovarsi la novella in qualche libro indiano; 
ma ciò non basterebbe ad affermare che sia d' ori- 
gine indiana; come il trovarla ora per la prima 
volta nella letteratura romana non può bastare per 
dirla d' origine latina. 

Il Montaiglon e il Raynaud invece la credettero 
d' origine milesia, come V aveva creduta prima il 
Rémusat e come la crede oggi Gaston Paris (2); e 
questa pare P opinione più accettabile. 

Certo essa è diffusissima in tutti i paesi e si 
legge con maggiori o minori cambiamenti, altera- 
zioni e varianti in moltissimi libri ; e se l'origine è 
antichissima, i primi monumenti letterari in cui com- 
parisce, non sono, come abbiam visto, che dell' età 
d'Augusto e Nerone: le Fabulae nooae di Fedro e 
le Satirae di Petronio Arbitro. 

E quali rapporti corrono tra i racconti dei 
due scrittori latini ? Grandi rapporti di somiglianza 

(1) Oggi la teoria indianista è per altro combattuta acu- 
tamente e valorosamente, anche se eccessivamente, da J. Bedier 
nel suo studio di letteratura popolare e di storia letteraria 
del medio evo Les fahliaux^ Paris, 1895 (2.* ed.) 

(2) Cfr. Recueil general et complet des Fabliaux, par 
A. DE Montaiglon et G. Raynaud, voi. Ili, nota al fabliau 
n. LXX; Paris, Les contes orientaux au moyen age, (nel 
voi. La Poesie au Moyen age, Paris, 1895 p. 88). 




— GLI — 

senza dubbio ; ma quello di Fedro ha un evidente 
intento morale ; quello di Petronio in vece intenzione 
satiriche ; onde diversi, varii i motivi. Inoltre in Pe- 
tronio l'ancella della Matrona ha parte importantis- 
sima, poiché ella prima mangiando poi esortando la 
padrona a mangiare, ne vince i funesti propositi, 
e ne vince la ripugnanza al nuovo amore; mentre 
in Fedro l'ancella è una semplice compagna delljt 
Matrona e spettatrice indifferente ; — qui il soldato va 
al sepolcro spinto da curiosità e comincia subito 
r opera sua confortatrice ; là mosso dalla sete, e 
veduta bella la donna, cerca con mente cupida mille 
ragioni per rivederla. 

Dunque non sembrerebber possibili dipendenze 
dirette della novella di Petronio dalla favola di Fedro. 

Ora a chi aveva Fedro tolto l'argomento alla 
sua favola? Ignoriamo. 

E donde Petronio? Altra domanda alla quale 
è non men diflScile rispondere con sicurezza. Il 
Dunlop crede che Petronio la togliesse dalle favole 
milesie; il Gauthier, che da l'India la novella fosse 
passata per i Parti ai Romani; il Grisebach, che 
Petronio potesse conoscere la novella quando era 
proconsole in Bitinnia (1). Si potrebbe pensare, 
quando pure si volesse ammettere una qualsiasi 
derivazione e quando non mancasser dubbi su '1 
tempo in cui visse Fedro, che le sue favole fosser 
la fonte cui attinse Petronio ; ma io credo, dal fatto 
del bassorilievo ritrovato fra i ruderi della domus 
aurea y e a causa della favola di Fedro, la qual rimane 

(1) Op. cìt., p. 28. 



— CLII — 

per noi senza una fonte originaria, che la tradizione 
fosse popolare e molto diffusa ; e che alla tradizione 
popolare a punto attingesse Petronio : se pure non aveva 
attinto a qualche raccolta di novelle o a qualche altra 
fonte non giunta sino a noi, o che noi non sappiamo 
rinvenire. Certo in Petronio troviamo la novella della 
matrona d' Efeso già artisticamente e perfettamente 
rvarrata in quella sua bella ed efficace lingua e in 
uno stile sciolto naturale e vario, e ci accorgiamo 
subito che dopo di lui non si tenteranno che dei 
rifacimenti più o meno felici. 

Avendola accolta Fedro, doveva essere accolta 
di conseguenza in tutte le collezioni latine di fa- 
vole del medio evo. E in vero la troviamo nelle 
Fahulae di Romolo, al n. IX, Femina et miìes 
(Quod casta est illa mulier, quae importum non 
patitur) narrata succintamente in prosa: finisce con 
queste parole : Habeant mortui quod doleant et vivi 
quod ttmeant. Le favole di Romolo sono parafrasi 
in prosa delle favole latine di Fedro, fatta nel 
medio evo. Ebbero un successo che oscurò sin 
Fedro, sì che il nome di Romolo fini per essere 
una specie di termine usuale, impiegato a esprimere 
non un nome d' uomo, ma un genere letterario, 
qualunque raccolta di favole anche se in parte 
tolte a fonti differenti. Sono, secondo ogni appa- 
renza di verità, del secolo decimo. E pare che 
al principio di quel secolo siano state prese a una 
compilazione anteriore da un copista che ha dissi- 
mulato il suo vero nome, e che per dar loro una 



— CLIII — 

patina più antica, le ha goflfamente ornate d' uno 
dei nomi più comuni nella storia romana (1). 

Poi nel sec. XII, Jean de Sarisbéry riportò 
nel suo PoftcrattcuSj come s' è già visto, la novella 
di Petronio, e il Dacier vuole che il vescovo di 
Chartres fosse il primo a farla conoscere, poiché 
egli non trova che nessuno, tra il satirico romano 
e il vescovo, V abbia raccontata ; ma noi abbiam 
visto che era stata narrata prima forse di Petronio 
da Fedro, e certo prima di Giovanni sarisburiense 
dal favolista che va sotto il nome di Romulus; e 
se è vero, come vuole il Dacier, che nel sec. XII 
fosse più diffuso il Policraticus che le Sattrae, 
non si potrà negare che le favole, lette assai e dif- 
fuse in ogni età, dovettero esser note ancor più 
allora in quel tenebrore medievale; certo il Po- 
hcrattcm avrà diffusa maggiormente la novella, 
specie nel settentrione d' Europa. 

In Romulus la favola è breve e senza morali- 
satto ] ma poi, accolta volontieri nelle collezioni 
esopiane, essa si arricchisce delle solite moralisa- 
tiones^ onde ogni fatto, ogni favola, ogni racconto, 
bello brutto o osceno, veniva fatto servire a qual- 
che principio morale o religioso. 



(1) Cfr. la favola in Romuli Fabularum Aesopiarun, 
libri IV, nelle Phaedri Fahulae, ed. Schwabe, Augustae 
Taurinorum, lib. Ili, fab. 9, — e in Hervieux, op. cit., tomo 
II, p. 208; — V. anche la dissertazione su Romolo nel tomo I, 
266-279 deir Hervieux ; e Tamagni e D'Ovidio, Storia della 
letteratura romana, p. 463. 



— CLIV — 

E cosi nello stesso secolo XII, o forse nel XIII, 
daìV Anonymus Neveleti autore di una raccolta di 
favole le quali non sono in fondo che i tre primi 
libri di Romulus versificati, e che furon pubblicati 
nel 1610 appunto dal Nevelet, fu raccontata la nostra 
novella in esametri e pentametri latini sotto il tìtolo: 
De viro et uxore (1). 

In latino trovasi anche nelle Fabulae exortae 
ex Marine GaUicae Bomxdo (n. XXIX, sotto il ti- 
tolo De homine mortuó)y con la seguente moratitas : 
Hiis instructtcs eris quam parva fides niulieris 
fet misso satiSy sed placet iste satts (2). E vera- 
mente anche da Maria di Francia era stata nar- 
rata la novella nel suo Jsopet (De la fame qui fé- 
seit dvisl de sun mari o De V Owine Yruyrt e de sa 
moilier). 

E in latino si trova poi narrata da altri favo- 
listi e moralisti: nel Matheohis di Le Fèvre di 
Therouanne (3) — tutto dedicato a denigrar le 
donne — , nelle favole di Camerarius (4), nelle 



(1) Aesopi Fabulae accedunt Anonymi veteris fabulae, 
fab. XLIX, Francoforti, MDCLX; a fronte del latino è il 
testo greco; il Nevelet nelle note dice questa favola presa 
dalla lepidissima di Petronio ; V. anche Hervieux, tomo II, 408. 
Di chi sia r opera s'ignora; fu attribuita ad un Accius da 
Giulio Scaligero, a un tal Bernardo dal Barth, ad un mae- 
stro Romelio dal Lessing, a Otuilltero Gallico a Solone Par- 
mense e ad altri ancora. 

(2) Hervieux, op. cit., p. 519. 

(3) Libr. II, fol. 15. 

(4) Fab. 193 (Muliert's luctus) 



— CLV — 

favole di Galfredus (1), negli Exempla di Jaques de 
Vitry (2), e nel suo SpectUum (voi. IV, lib. Ili) da 
Vincenzo Bellovacense che trae il fatto da Giacomo 
de Vitry. In francese neìV Esope di Julien Macho 
e in qualche Besttatre. 

Anche gli autori di fabliaux videro in questa 
novella un tema appetitoso; e in vero ce ne è conservato 
uno in cui il fatto della matrona d'Efeso é narrato con 
acerba crudezza di parole e di espressione: un cavaliere, 
accompagnato dal suo scudiero, trova di notte, al- 
l' aperto, una donna che piange il marito ; egli ne 
sente compassione ; ma ride beffardo lo scudiero che 
si sentirebbe di consolare e sedurre la vedova , 
proprio su'l sepolcro del morto. E lo scudiero si 
presenta da vero e dopo alcuni motti, ne ottiene 
facilmente amore. Qui la donna non dà il corpo 
del marito perchè non ci sono impiccati. 

Questo fabliauy si vede, è una variante gros- 
solana e assai alterata della Matrona d'Efeso. 

Non dice per qual causa muoia il marito della 
donna; ma 

Mout fu et par fais et par dis 
Sa fame de sa mort irie; 
Quar fame est mout test aì'rie 
A plorer et a gran duel taire, 
Quant' elle a . 1 . poi de contraire, 
Et test a grant duel oublié. 

(1) n. XLIX. 

(2) Eocempla of Jaques de Vitry, ed. by Th. Fred. 
Cravve, Londres, 1890, n. CCXXXII. 



— CLVI — 

Quando il marito è interrato ella € si s'escrie 
de seur touz: 

« Prodon, ben hon, où irez vos? 
Or Yos mei l' en en cele fosse ; 
Sire, je remaing de vos grosse: 
Qui guarirà Y enfant et moi ? 
Mieus voil que morissons andoi. » 

I parenti la confortano e vogliono condurla a 
casa; ma ella vuol restare: 

Ne jamès ne s* en partiroit 
De la fosse, morte ne vive. 



E 



Seule remest et sanz compaigne. 



Fra tanto un « chevalier estraigne » e « son 
escuier » passano vicino al sepolcro e vedono la 
donna addolorata; il cavaliere ne ha pietà, ma lo 
scudiero ride e scommette di consolarla molto pia- 
cevolmente; il cavaliere sta a vedere di sotto un 
pino e lo scudiero si presenta alla donna: 

« Chere suer, » dit il, « Deus vos saut! 
- Saut? » fet eie, « mès doinst la mort, 
Que je sui vivre a mout grant tort, 
Que mes sire est mors, mes mariz, 
Per cui mes cuers est si marris. 



Ma, protesta lo scudiere : « Suer, je sui plus dolenz 
la disme. » 

E alla curiosità della donna risponde, — che è 



— CLVII — 

un'altra variazione singolarissima al fabliau — in 
questo modo: 

Je avoie mis tout mon cuer 
En un dame que j *avoie, 
Et assez plus de moi Tamoie, 
Qui eli; bele, cortoise et sage: 
Ocise l'ai par mon outrage. 

— Uccisa? — interroga raccapricciando la 
donna: « Coment, pechierre? » 

— En foutant, voir, ma dame chiere, 
Ne je ne voudroie plus vivre. 

E la donna impietosita: 

- « Gentilz hon, vien ^<a, si delivre 
(j est siede de moi, si me tue ; 

Or t' en esforce et esvertue, 

Et si me fai, se tu pues, pis 

Que tu ta fame ne feìs; 

Tu dis qu'ele fu morte à foutre. » 

Lor s' est lessie cheoir outre, 
Aussi coms'elle fu pasmée. 
Gii a la robe su levée, 
Si li embat el con le vit. 
Si que ses sires bien le vit, 
Qui se pasmoit de gieus en aize: 
< Me cuides tu don tuer d' aize, » 
Fet la dame, « qui si me fous? 
Ainz t' i desromperoies touz 
Que tu m'eiissez ainsi morte. » 
Ainsi la dame se conforte. 
Qui ore demenoit tei dol. 



— CLVIII — 

Ed ecco la moralità: 

Por ce tieng celui à fol 

Qui trop met en fame sa cure; 

Fame est de trop foible nature, 

De noient rit, de noient pleure, 

Fame aime et het en trop poi d*eure; 

Tost est se talenz remuez : 

Qui fame croit, si est desvé. (1) 

Sin qui, a trascurare questo fabliau profonda- 
mente alterato dalla memoria e dallo spirito nuovo 
audace imponto dell' autore, la novella petroniana 
è il prototipo al quale si rimane a bastanza fedeli: le 
varianti sono poche o di poco momento ; non si inven- 
tano nuove circostanze, né si adorna la povera ma- 
trona di altre <:olpe oltre quella capitale di conce- 
dere il corpo dello sposo air obbrobrio della croce 
della forca. 

Ma con V introduzione in Europa del Romanzo 
dei Sette Savi^ si diffuse anche meravigliosamente 
la nostra novella, che, arricchita di circostanze nuove 
e di nuovi particolari, mutato il colore locale^ entrò 
a far parte di quel novelliere ; il quale l'accolse dan- 
dole maggiore svolgimento ma non bellezza artistica. 

Dopo quello che s'è discorso nel secondo ca- 
pitolo intorno le versioni occidentali del libro , 
par da credere che il tramite per cui esso passò dal- 
l' Oriente in Europa, fu la tradizione orale : sa- 
rebbe cosi spiegato come la nostra novella, che non 
è nelle versioni orientali del Sindibàd , potesse 

(1) M. R. t. 3.^ p. 118; fabliau n. LXX: de Celle qui 
se fist foutre sur la fosse de san mari. 



— CLIX — 

introdursi nelle versioni occidentali e diffondersi in 
tutti quei paesi ove il latino era famigliare. 

Questo libro d'origine indiana incontrando in 
Europa la novella della matrona d'Efeso peregri- 
nante nei secoli e in mezzo ai popoli, avvertitane 
r origine comune , T accolse a sé, come una for- 
tunata compagnia di zingari accoglie volontieri un 
altro zingaro solo e perduto in terra straniera. 

E poiché la priorità delle versioni francesi del 
Romanzo dei sette savi su le italiane é fuori d'o- 
gni dubbio, e la dipendenza di alcune di queste da 
quelle é pur molta, anche se non immediata, pare 
qui conveniente fermare un po' 1' attenzione su 
la novella della vedova infedele in alcune compo- 
sizioni francesi. 

Nel Dolopathos o Roman des sept sages Hers- 
bers deriva da Petronio alcune circostanze, ma 
rendendole più atroci, come si può vedere dalla 
rubrica del capitolo XV : Gomme V enfant fut 
saulué par le moyen de Ioachim, septiesnie mai^ 
stre, à Vexemple de la femme, laquelle rompit 
a son mary les dentz et le visage. 

Nella versione edita dal P^ris, Les sept sa- 
ges de Rome esemplato in prosa su '1 testo in versi 
di Chartres, un conte della Lorena sposa una giovine 
donna di buono ed alto linguaggio e bellissima. « Ilz 
se jouoient ensamble tressouvent comme deux en- 
fans *; onde un giorno che il conte ritagliava un 
bastone con un coltello, la sposa « qui moult e- 
stoit logiére, envoisiée et joyeuse sault avant pour 
cuider prendre le baston en la main du conte »; si 



— CLX — 

ferisce co'l coltello e alla vista del sangue dà in 
ismanie e grida tali che il conte se ne addolora 
da morirne. I suoi amici lo fanno seppellire in un 
bel cimitero a pena fuori della terra. La donna ve- 
dendo e considerando che per T amore di lei era 
morto lo sposo, corre al cimitero, né per cosa che pa- 
renti ed amici le dicano, vuol partirsene, deliberata 
com' è di rimanere ormai sola e senza cibo su la 
tomba del marito; per che i parenti vi fanno una 
piccola casa onorevolmente fornita e abbandonano la 
sconsolata donna al suo dolore e a Dio. 

In quel tempo il re del paese era in discordia con 
tre grandi signori che per fortuna e avventura di 
guerra eran caduti suoi prigionieri; onde egli nel 
luogo stesso dove il conte era stato sepolto li fa ap- 
dendere. Li custodisce un cavaliere che sua terra 
e sua ricchezza teneva dal re per guardare i con- 
dannati alla forca, a condizione che se per sua 
negligenza ne avesse perduto qualcuno, fosse egli 

stesso appeso. « Le chevalier se appliqua pour 

les garder la première nuyt tout arme sur son cheval, 
et estoi endroit le temps de Saint Andreiu, qu' il 
est yver et son les nuytz longues et froides et 
ennuyeuses, et celle nuyt fut anitre mal temps de 
pluye , de nesge et de gresil. » Ed egli aveva 
freddo da perderne ogni forza e vigore; così che 
appena ebbe scorto la luce della candela e del 
fuoco che veniva dal cimitero, andò a bussare alla 
casa della vedova e prima di farsi aprire dovè giu- 
rare alla sua « belle amve » che ella non aveva 
a temere né « honte ne vilanie. » Dentro si ri- 



— CLXI — 



scaldò; e poi « quant il vit la dame son duel de- 
mener et qu' elle lui eust son affair compté il lui 
print à dire : « A ! dame, » dist il , « Sur cette 
biére ne faittes vous riens: Ten ne peult le mort 
recouvrer, ne T en ne peult por le mort aucun chose 
faire qui lui proflSte si non prier pour luy. Vous 
estes belle et de bon lignage: quant vous vouldrez 
entrer en mariage vous avrez assez più riche et de 
plus ault parage que cellui qui est mort. » « Hellas 
sire, » dist la dame, « jamais ne me mariray ne de 
ici je ne partiray , car raon mary mourut pour 
moy, et certes je lui en rendray le reguerdon. » 
Ma intanto rubano uno de' tre impiccati ; e quando 
il cavaliere si è ben riscaldato esce fuori e vede 
il suo danno. Addolorato e incerto, ritorna alla 
dama del cimitero per consiglio ; e la dama, sentito 
il caso e impietosita, lo chiama dentro e gli dice : 
€ vecy mon seigneur qui au jour de hier a esté 
enfouy , il n' est ancor de rien empire : nous le 
deffouyrons et le mettrons au gibbet au lieu du 
larron. » E subito portano il cadavere alle forche; 
ma il cavaliere non vuole impiccarlo. « Mon amy » 
dist elle, « ne vous soussiez: je le penderay pour 
r amour de vous. » Adoncques elle alla vers le 
gibet et trouva Teschielle a terre et elle mesme la 
drecha et y monta pour pendre le corps de son 
mary, et de fait lui mist la hart au col et a l'aide 
du chevalier elle mesmes le pendit. » E qui lesse, 
il savio novellatore, non sa contenersi da una os- 
servazione tra amara e beffarda: « Haa ! Dieu, 
quello femme vecy ! Salomon dist bien : Quant 



— CLXII — 

femme fait samblant d^ aymer , lors se doit on 
d' elle garder. » 

Quando la dama discese dalla scala sperò d'a- 
ver fatto il piacere del cavaliere; il quale in vece 
le rispose che tutto quello era niente, perchè il 
morto rubato aveva avuti i denti rotti in una ca- 
duta. € Lors saisi la dame une grosse pierre et re- 
monta amont Teschielle, et d'un seul coup brisa a 
son seigneur et mary toutes les dens. » — Ma Taltro 
impiccato aveva una ferita di spada al costato e 
guai se la ferita non si fosse scorperta anche al 
muovo! Né la dama si confonde: brandisce la spada 
del cavaliere , « remonte en hault au gibet et 
frappe son mary par le coste tant qu' elle luy 
fait r espée oultre passer, .... » « Voire, disse il 
cavaliere, « orde putain; de Dieu soit il maudit 
qui trop en se femme croit et s' i fie » (1). 

E curioso sarà pure vedere come fosse accolta 
e come rimaneggiata la novella dal famoso testo 
latino la Historia septem sapientum. Ma poiché io 
non ho a mia disposizione il testo latino, cosi mi 
servo della traduzione francese ripubblicata recen- 
temente dal Paris. 

Comment V enfant fut saulvé de morir par 
le moien de Ioachzm le VII' maistre a V exemple 
de la femme laquelle rompisi les deìis et le visage^ 
coupa les oreilles et osta les genitifs a son mary 
quant il fu mort^ lequel estoit m.ort pour V a- 

(1) V. Deux Rédactions du roman des Sepf Sages de 
Rome publiées par G. Paris ; p. 36 e sgg. 



— CLXIII — 

mour (ideile. Questo l'argomento del XIV.^ capitolo. 
Le forme anteriori del romanzo avevano già ag- 
giunto al racconto primitivo quale conosciamo per 
Fedro e Petronio, che la vedova aveva rotti i 
denti e ferito al costato il marito; qui invece ella 
gli taglia, anche raflSnamento barbaro e puerile, les 
geniti fs; e ancora: il cavaliere per cui ella ha com- 
messo questi atti odiosi, non s'accontenta, come in 
altri testi di cacciarla ; V uccide. Ma ecco il sunto : 
Il cavaliere giuoca a' dadi con la sposa dilettis- 
sima tenendo in mano un coltello, « et en gectant 
le dez subitement en racontrant le causteaul elle se 
fit un petit saignier. » Il marito « pour ce que 
sa femme a perdu de son sang » muore. « La 
dame sus tous mena grant deul et tellement ploura 
8US sa tombe qu' i n' estoit personne qui V en peut 
oster. Et quant on la reprenoit et qu' on luy di- 
soit que e' estoit mal fait elle respondoit qu' elle 
avoit voé a Dieu de non jamais s'en aler de cel- 
luy lieu, mais pour l'amour de son mary elle fai- 
roit comme la tortorelle en cas de viduité et que 
la elle prendroit fin. » E agli amici che la con- 
fortano risponde : « mavais conseilliers ne me fai- 
tes pas separer de mon mary ne de son amour, 
qui m' a tant aymé que pour ung petit de sang 
que je perdis il en est mort. En verité je ne me 
separeray jamais de luy. » Gli amici allora fanno 
fare su la tomba una piccola abitazione per la ve- 
dova e r abbandonano sola « affin que quant elle 
se trouveroit ainsy seule elle fut contrainte de ve- 
nir a la compagnye de gens. » « Advint que le 



— CLXIV — 

jour que le chevalier fut mors justice se fit d' un 
malfaicteur qui fut pendu, » onde convenne che un 
oflBlciale a ciò deputato lo guardasse, pena la vita. 
Era freddo: € luy aloit et venoit pour se eschauf- 
fer » e vide « la clarté du feu en la maisonnfete 
de la femme du chevalier, et vint la, puis frappa 
a la porte. » La vedova , molto scontrosa, dice : 
€ Je me doute se je te laisse entrer que tu ne me 
dies quelque fole parole qui me desplaise » ; ma 
r ufficiale di giustizia promette di non dispiacerle 
in niun modo ed entra e si scalda e rimprovera con 
garbo la dama della sua decisione; ma la dama 
ribatte sdegnosa ed egli torna a far la guardia. 
Manca l'impiccato ed egli si dispera; infine torna 
alla vedova per averne consiglio e consolazione. 
€ Or me respont » dit la vesve, « ne seroies tu 
pas contens de me prendre pour ta femme? » 
« Pleut a Dieu, » fait il », che dubita più tosto 
sia la dama di grande stato che non sia contenta 
di lui ! € Pleut a Dieu »! E la dama troppo do- 
lente e scontrosa offre al cavaliere il cadavere del 
marito. 

Ma air impiccato mancavano due denti né il 
cavaliere ha coraggio di romperli al cadavere di 
un suo compagno e buon amico. La vedova in vece 
non ha certe delicatezze di sentimento: « elle prist 
une pierre et luy fit tomber deux de ses deus ». 
Ma r impiccato aveva ancora una ferita alla faccia 
ed era senza orecchie : « elle prist le glasve et luy 
donna sy grant copt au visage qu' elle luy fit une 
grant playe, et puis luy coupa les deux oreilles. » 



— CLXV — 
« 

E sperava d'aver finito; ma « celluy larron pendu 
estoit cbatré des deux coillions »! — E prendi un 
buon coltello, dice la brava donna, e « coupé » ! Ci 
vuol tanto? — Oppone il soldato: « Vous s^avés 
que ung homme cbatré ne vault rien, mais est fort 
diflfamé. » La dama allora : « Et je le fairay pour 
r amour de toy. » Elle prist le cousteaul et les 
luy coupa. > 

E contento di sé cbiese al cavaliere: « Main- 
tenant tu me dois espouser en face de sainte esglise.» 
Allora r oflficiale può perder la pazienza : « En- 
tens moy, putain rybaulde, faulce desloyale, fem- 
me la plus detestable de toutes celles du mond : 
lequel te doit espouser ne prendre a femme ? » . . . 
E tutte le rinfaccia le sue vergogne! « Et cecy di- 
sant il prist son espée et trespuissament luy coupa 
la teste » (1). 

Poveretta! E pur senza testa seguita a far 
fortuna! Ma ciò accade spesso alle donne. 

In queste novelle la vedova non si concede, o 
non pare, come in Petronio, su la tomba del marito; 
ma arriva a maggiore e peggiore spudoratezza; la 
favola di Fedro, la novella di Petronio s'allarga a 
maggiore sviluppo, assume atteggiamenti nuovi, pro- 
cede a fini dimostrativi e morali più caratteristici: 
non fidarsi delle donne, mai. 

Cosi il racconto della vedova infedele, già noto 
in Italia in tutto il medio evo per via de' libri la- 

(1) Vedi in Detioc rédactions cit. U Ystoire des sept 
sages , p. 150 e sgg. 

ERA STO XI 



CLXVI 

tini e francesi, è accolto dal nuovo e bel volgare 
italico; e si trova subito nelle collezioni esopiane, 
nel yoteUiìio e nelle varie composizioni in volgare 
del libro dei Sette Sari. Ora, non sarà più possi- 
bile seguire un ordine puramente cronologico nel- 
r esame delle varie novelle; ma importerà invece 
raccoglierle — finché sarà possibile — in gruppi 
e famiglie. 

Con molta probabilità i primi volgarizzamenti 
delle favole d'Esopo sono anteriori al Xoveìh'no e 
alle versioni italiche del romanzo dei Sette Savi e 
procedono tutti più o meno dalle collezioni latine; 
e qui interessa principalmente notare che la rac- 
colta in metro elegiaco dell'anonimo del Neveleto, 
servì per quasi tutte le nostre versioni. 

La più antica par quella del cod. palatino , 
messa a luce da S. Bongi e C. Minutoli, e , quasi 
certamente , opera di un fiorentino a giudicare 
di certi vocaboli e modi che un tempo più spe- 
cialmente e quasi esclusivamente correvano per 
Firenze. 

La novella è la trentesima: Della ìnoglie che 
ti marito morto piangeva^ ed è assai graziosa; lo 
stile è semplice e testimonia della remota antichità del 
volgarizzamento : il piccolo dramma è sempre quello 
della favola di Fedro e quindi della novella di Pe- 
tronio, se bene v'è introdotta una leggera e quasi 
inavvertibile variante a rappresentare più disgu- 
stosamente la nativa fralezza e la cupida inco- 
stanza della donna: la quale a pena vede il cava- 
liere che fa ispiccare il cadavere del parente 



— CLXVII — 

— altra variazione — , gli dice : « Io piango 
lo mio marito, lo quale giace qui in questa tomba. 
Ma io sono già si presa di voi, ciie di lui non mi 
ricorda quasi niente ». E il cavaliere non si fa 
certo pregare. Questa la morale: « Per questo 
exemplo potemo bestie vedere della poca costanza e 
fermezza della f emina e ancora degli altri] e poco 
à d* avere isperanza ne* vivi il morto, E però in 
vita ogni uomo dee far bene per l'anima sua e 
non fidarsi > (1). 

A questa favola s'accosta é l'arieggia quella 
del cod. riccardiano edito da Luigi Rigoli. Al n.® 
XXXI dopo la favola Del cerbio che si vide nel- 
l'acqua l'ombra delle corna^ è narrata la nostra fa- 
vola senza rubrica alcuna ciie l'avverta; il che per- 
suade a pensare, i volgarizzatori e più ancora i 
copisti essere stati usi d'accrescere diminuire raffaz- 
zonare i racconti a seconda del proprio genio o ca- 
priccio. La favola comincia con le seguenti parole : 
4c Conta che wn uomo era morto e seppellito » . La 
donna faceva gran pianto sopra la sepoltura del 
marito; « quivi appresso era un uomo impiccato », 
e uno cavaliere suo parente « lo ispiccò e soUe- 
voUo » ; poi pauroso e dubbioso andò alla donna 
e raccontò il suo caso, e che temeva d'essere preso 
e morto e che voleva fuggire ; ma la donna le sug- 
gerì di mettere il cadavere del marito su la forca 
per aver dopo insieme sollazzo e gioia. « Per que- 
sta signifix:anza potemo intridere, che altri non 

(1) Favole d'Esopo in volgare, Lucca, Giusti, 1864. 



— CLXvm — 

pìwte avere fidanza ninna ; tanto è lo mondo falso 
e reOy massimamente in sembianza di femmine » (1). 

Una lievemente dissimile versione della favola 
è da ricercare nell' Esopo volgarizzato da uno da 
Siena, che ci è conservato in tre cod. tutti editi. 
La diflferenza tra i vari testi è solo di dizione, così 
che appaiono come un sol volgarizzamento (2). La 
favola a me par meglio narrata nel cod. Mocenigo 
pubblicato dal Berti, poiché meglio ritrae della rac- 
colta semplicità e del fresco nativo vigore onde i no- 
stri antichi eran usi dar forma e vita a' loro scritti ; 
né io posso ristarmi dal riportare intera — fra tante 
cose brutte e scipite — una prosa cosi singolar- 
mente bella e che ci conserva così pura nel disegno 
generale e ne' tratti particolari l'antica favola di 
Fedro. 

«Amandosi per naturale amore la moglie ed il 
marito, avvenne che la moglie rimase sanza marito, 
perchè morì, ma non la privò dell'amore dell'uomo. 
E portato a sotterrare il marito, ella si pose sopra 
il sepolcro e piangeva continuo, contristando le di- 
verse parti del corpo, cioè, le sue tenere guancie 
colle unghie squarciandole, e gli occhi con l' amare 
lagrime, e la bocca col forte gridare. Ed al se- 
polcro fece una sua capannella, propostasi di mai 
non partirvisi indi, né per acqua, né per vento, né 



(1) Favole d'Esopo, Firenze, 1818. 

(2) Il cod. Farsetti ed. dal Manni a Firenze (1718), il cod. 
Mocenigo dal Berti a Padova (1811), il Laurenziano dal 
Targioni Tozzetti e da T. Gargani a Firenze (1864). 



— CLXIX — 

per minaccie, né per prieghi, né per la scura notte. 
Avvenne poi, in quel tempo ch'ella lo suo marito 
guardava, che uno ladrone fu menato alle forche 
e fu impiccato. E guardando un cavaliere lo im- 
piccato, acciocché non fusse furato da' parenti, a- 
vendo una gran sete, guardò verso il sepolcro ed 
ebbe veduto un lume; e domandando per Dio che 
gli fusse dato un poco d'acqua, e vedendo la donna 
che gli die 1' acqua, presenegli pietà, e cominciò 
a volere confortare il suo gravoso stato, e con 
parole da mutare il cuore, con sottil* arte la ri- 
chiede d' amore ; tuttora temendo forte il cavaliere 
che il suo ladrone non gli fusse furato, lasciò la 
donna, ed ito a vedere, e trovando come 1' aveva 
lasciato, tornò alla donna, e compiè il diletto de- 
siato. Tuttavolta temendo del ladrone, ed andando 
poi alle forche, il ladro era spiccato. Tornò al se*- 
polcro con grande lamento, e diceva alla donna : 
lasso, sciaurato! che per lui debb' essere impic- 
cato io, e mal ti vidi nata per me. 

Or posso dire eh' ora per te mi converrà mo- 
rire. La femmina col senno ratto ed in pronto disse 
al cavaliere: Non dubitare che il mio marito che 
qui giace morto, di questa morte ti libera; ed apri 
il sepolcro, ed hannolo fuori cavato; e cosi amen- 
dui r hanno impiccato » (1). 

Ma segue una moralità a mo' di chiosa lunga 
e troppo sottilmente allegorica: Dice l'autore, che la 



(1) Esopo volgarizzato per uno da Siena , Padova 
MDCCCXI, n.° XLIX. 



— CLXX — 

paura della pena della morte in questo luogo nuocette 
a' morti e spaurò i vivi, ed ancora che la fé- 
mina non finì mai il femminil lavorio ; e poi ciò 
che spiritualmente e temporalmente significano la 
femmina, il cavaliere e il marito. 

Anche nel volgarizzamento delle favole di Val- 
fredo è questo racconto, ma narrato molto breve- 
mente e con una curiosa variante: mentre in tutte 
le altre già citate versioni di questa novella o non 
si parla affatto di matrimonio fra la vedova e il 
soldato, si lascia cosi nauseati della donna da far 
intendere che non poteva il soldato pensare più a 
farla sua ; qui, come nell' originale latino, per quel 
tal servizio « lo cavaliere prese la donna per moglie 
e tenela poscia sempre seco ». Riconoscente e ammi- 
rando cavaliere ! Ma se ne doveva ben presto pentire; 
tanto da coprire di contumelie, anzi che sposare, la 
poveretta vedova, e un bel giorno, in Francia, ta- 
gliarle per fin la testa! Anche in Valfredo, poi, 
la novella dà addosso alla « poca fede che le donne 
politane ai mariti » non pure ma € a ogni altra 
persona » (1). 

Al medesimo testo latino in distici elegiaci 
s' attenne Accio Zucco, poeta veronese del secolo 
decimo quinto, che rese e raccolse ciascuna favola 
in un sonetto materiale^ cui tien dietro un altro 
morale in che è svolta la moralità. 

Ecco il brutto sonetto 'tnateriah 

(1) n Volgarizzamento delle fattole di Galfredo, a cura 
di G. Ghivizzani, Bologna 1886, n.^ XLVIII (Della moglie 
che piangeva suo marito). 



— CLXXI — 

Dolsi la dona de el marito prìva 

E notte e di la sepultura abraccia. 
Eccoti un ladro a la forca se alaccia. 

La guardia forte la notte teniva (1). 
Andò a la tomba e la dona queriva 

Che li porgesse bere in una boccia. 
Apresso a ciò de amor quella percaccia: 

E quella assente senza voglia schiva. 
Passa la guardia tornando a la croce, 

Trovò che '1 ladro li era tolto via. 
A la dona ne vien con burnii voce : 

Hoiroè come de far la vita mia? 
Non dubitar; quella con dir feroce, 

E su la forca el marito ponia. 
Temen vivi vergogna e morti pene, 
Ma la femina 1* opra a mal fin mena. 

E dice il sonetto morale: 

Vedi la dona pianger il marito 
E po' cavarlo de la sepoltura. 

Vedi malitia propria e non sagura 
Portato in croce chi era sepelito. 



La dona el suo marito abbracia e stringe; 

Cioè luxuria abbracia questo mondo 
E quanto più e pò a se' il tira e costringe 

E dappo* in croce il pone con gran pondo 



(1) tenia. 



CLXXII 

E con l*altorìo del nemico il gionge 
E trabacarlo fa giù nel profondo (1). 

Anche Francesco del Tuppo (n. 1450) la narrò 
come favola sotto il tìtolo De vivo et uxore (Apo- 
logus) nel suo Esopo eh' è un prodotto essenzial- 
mente e curiosamente medievale venuto fuori nel 
periodo del rinascimento: in fatti si riconnette per 
i propositi e gli intendimenti onde son narrate le 
favole, alle opere ascetiche morali del medio evo. 
Ogni favola ha un significato morale ascetico: nella 
€ fabula hi de Juvene et Tltotjde (Allegoria) * 
r autore dice che la favola anteriore , la nostra, 
« dona materia assai utile et necessaria alla sa- 
lute humana tanto dello presente seculo, quanto alla 
utilità della beatitudine del cielo », e dà quindi la 
deffinitio muh'eris: « la femina è uno animale imper- 
fecto, una rosa fetente, uno veleno dolce, e instabile 



(1) 11 libro succarino «lello Zucchi fu edito la prima volta 
a Verona nel 1479. Io cito da un' edizione bolognese che co- 
mincia: £sof)tfs Arcii Zt(chi sumìnn camp'inee veronensù viri 
eruditissimi in Aesopi Fa^^tthis interpretai io per rhithrnos 
in ìibeììuìn ZtfCÌtarintim inscriptum contexta jÒPÌiciter incipit. 
Finisce: Qui fini^fse il libro ohiaìTutto Isopo impresso ne 
V alma et inclit/i cita d^ Bolorjtia n^ lo ed' fido da carta 
de la ilhtstrissima madonna Zen^rra S forgia de' Bentivogli: 
per maestro Xercules nani sotto al diro et il lus fidissimo 5i- 
gnore misser Gioranni bentirofjìio sforza di risconti da 
ragona ne tanno del nostro si'j/tore r^ìisser lesu Christo. 
MCCCCLXXXXIIII a di XXI de feWaro, Laus deo. Finis, 
Si conserva nella Comunale di Bv>loirna. La nostra fav. (De 
viro et lucore) e la cinquantesima. 




— CLXXIII — 

più che lo aire, vagabunda, che non lassa né dire né 
fare, per altri ingannare » ecc. ecc.; deffinitio ac- 
creditata assai nel medio evo, e che si trova riferita 
nello Speculum Doctrinale del Bovais; e le ingiurie 
alle donne e T invito agli uomini di lassarle in 
pei^ditioìie continuano anche nella exclamatio. La 
nostra novella è narrata in modo non dissimile dalla 
favola di Fedro; se non che va più in parole e 
nella chiusa s'attiene a quella di Valfredo: ciò è: 
romane lo armigero schiavo alla donna, ligato al 
sito amore: et la donna lo Ugo de novo ad ama^- 
rela, et firmò la amicitia; dovernose coniungere 
ad un ledo et stareno insieme ad triumphare tu- 
cto lo remanente della loro vita in delicii et grande 
piacere, cazando bono tempo da quisto mundo, non 
pensando all' altro. 

Curiosa la lingua ond' è narrato quest' Esopo ! 
Esso « rappresenta benissimo il tipo della lingua 
che fu adoperato, in quel torno di tempo, in Na- 
poli, da un gruppo di scrittori, e che consiste in 
una strana mescolanza, in cui entrano tre elementi : 
i latinismi, le forme del volgare aulico e infine le 
forme crudamente dialettali » (1). 

Ma tutte queste raccolte esopiane sono a bastanza 
note e pur ricordata è la favola di cui ci occupiamo. 
Meno nota in vece, anzi citata solo da pochi bibliografi, 
è la versione in prosa delle favole d'' Esopo di maestro 

(1) De LoUis, Introd. aìV Esopo di' F. del Tappo (Alla 
Libreria Dante in Firenze MDCCCLXXXVI) p. 23; — VA- 
pologus è a p. 63. 



— CLXXIV — 

Fazio Caffarello da Faenza, stampata in Cosenza, 
nel 1478 secondo i bibliografi; e non fu ricordato 
mai da nessuno che vi si trovasse anche la nostra 
favola. La quale perciò, perché presenta una im- 
portante variazione, e perchè il libro è assai raro, 
voglio riportare per intero. 

De uxore et viro mortuo. 

« Conta Exopo in questa fabola che essendo dui, 
zo è marito et moglere, chi multo se amavano in 
seme, accade che morie lo marito amato alla dieta 
moglere: et per benché la morte havesse levato alla 
dieta mogliere lo marito ; non però le pottè removere 
lo grande amore che li portava; ma ipsa abrazante 
la sepultura dove iacea, se lacerava cum le unghie 
le massille, piangendo aspramente et continuamente 
gridando; intanto che nulla altra delectacione pi- 
gliava excepto continuo pianto et dolore. Et più, 
né per piogia, né per opscuritade de nocte né per 
pregherie né per aminacze de' soi parenti non se 
removea mai da lo abraczamento de la dieta se- 
pultura. Unde cussi stando, ecco per lo indice de 
la corte fo indicato ad morte uno ribaldo : lo 
quale impicato alle forche era guardato quella 
nocte da lo aguzino; lo quale passando per andare 
a bere, sentì le gridate e le lementi de quella fe- 
mina: et corse là ad quella sepultura, et veduta 
la femina piangenti ; la pregao che li donasse al- 
quanta aqua chi beva. Et quella femina le decte 
volentera l'aqua: et ipso bippe: da poi se ingen- 
gnao confortare cum dolce sermone lo core scon- 
solato de quella femina. Et questo facto lo agu- 



— CLXXV — 

Zino retorna per pagura de non essere condannato 
ipso ad suo primo officio de guardare lo dicto 
irapiso. Et dapoi una altra volta retornao ad la 
dieta femina et humilia lo core de quella cum 
dolce monitione; in tanto che scazato dal suo core 
la femina ogni dolore, se innamorao cum lo dicto 
aguzino: lo qual dubitando che qualche latro non 
havesse per la nocte furato lo latro impeso, tornò 
ad Io loco de le forche predicte; le quale vedute, 
per grande amore che portava alla dieta femina 
vidua, retornò ad ipsa per piacere cum quilla; et 
l'uno cum Taltro ligati si piglaro piacere occulto 
d' amore. La quale cosa facto, subito lo aguzino 
retornao allo impeso che ipso guardava et vedute 
le forche non ce trovao lo latro impeso; per la 
quale cosa habbe grande dolore, et cum multo la- 
mento andò alla femina; per lo dolore de lo quale 
la femina vedoa, già facta sua amica, multo se a- 
trista, domandandolo per che cussi se lamentava. 
Ipso le respose: Io me doglo che io ò facta mala 
guardia de lo impeso che io guardava per che lo 
re mi assignò lo dicto impeso che io lo guardasse, 
et uno mi è stato furato et per questo ho gran 
pagura de la spada de lo mio signore, che non 
me faza morire, et per questa pagura mi convene 
fugire fora dela mìa terra. Et la femina respose : 
Datti bona voglia eh' io ho trovato industria che 
ti liberirò da questa paura, per che lo mio marito 
morto restaurerà lo peso de lo homo impicato che 
tu guardavi in le forchi. Et quisto dicto la femina 
aprìo la sepultura dove era lo marito, et per scambio 





— CLXXVI — 

de lo latro impeso impicca lo marito, et cum le 
sue maDO liga la corda alla gola. Et più: lo dicto 
agozino stava de mala vogla; et la donna li dicea: 
Che hav'ete? Ilio respose: Quello impiccato havea 
dui denti mancho et questo non la sera conosuto. Et 
esa respose : Per questo non curare : presto se a- 
conza. Et cazao anchora li dui denti alo marito. Et 
per questo beneficio lo dicto aguzino grandemente 
amao quella ; et cussi V uno cum V altro innamo- 
rati si gaudeano fermamente in seme in uno lecto 
comò marito cum muglere. Che morali mente se pò 
intendere che tanto è la pena quanto sta in pagura 
lo homo che non mora quillo che ipso ama: che 
poi che è morto quella pena similimente passa. Et 
la femina che principia havere grande dolore dela 
cosa amata che ipsa perde, non finisse bene quello 
tale officio, per che ipsa è corrutibile. > (1) 

La lingua in che è scritta la favola, anzi tutto 
il libro, è assai ibrida e ricca di elementi dialet- 
tali calabresi, e meriterebbe di essere studiata mi- 



(1) Di questo libro si conserva un esemplare alla Cor- 
siniana. Comincia: « Qui si tractano le fabule de Exopo ri- 
ducte dal latino sermone in vulgare piene de suavità dolceza 
et fructo: Le quale cose tutti quelli che cura attentione de 
animo legeranno apertamente intenderanno: transmutate dal 
dicto latino in vulgare per mastro Facio Caifarello da faenza : 
Ad contemplatione et instantia del Magnifico Misere Polida- 
mos de la paglyara de Salerno de essere per impresione plu- 
plicate per lo egregio Mastro Octaviano salamonius de man- 
frìdonia impressore in la cita de Cosenza. > 



— CLXXVII — 

nutamente e diligentemente ; ma a trascurar ciò un 
particolare nuovo si rileva da questo racconto: al- 
l'impiccato mancano due denti; perciò la donna, 
poiché il guardiano non vuol saperne, s'acconcia 
a oflfendere nuovamente il cadavere del marito. 
Donde questa aggiunta che manca a tutte le altre 
collezioni esopiane? 

Derivata forse dal romanzo dei Sette Savi? o 
non forse più probabilmente dal Novellino? 

Poiché questa fortunata novella non poteva 
non esser compresa in quella raccolta di novelle 
di svariatissima materia. 

Racconta il Novellino che Federico impe- 
ratore fa un giorno appendere un gran gentiluo- 
mo per certo misfatto e lo fa guardare da un 
cavaliere ; il quale facendo poco diligente guar- 
dia, r impiccato è portato via. Nella notte il 
cavaliere, pauroso, va a una badia ivi presso 
a cercare un uomo novellamente morto da metter 
su le forche : trova una donna che piange il ma- 
rito morto; l'interroga, e dopo aver saputo la ca- 
gione di tal pianto le propone, a confortarla e a 
salvarsi : Su via, consolatevi ; prendete me per ma- 
rito e campatemi la persona. E la donna s'inna- 
mora. Insieme traggon fuori il cadavere e l' impicca- 
no; il gentiluomo rubato aveva un dente meno in boc- 
ca e la donna ne leva uno anche al marito. Sicché 
il cavaliere, alla donna che gli chiede di tenere 
la promessa, risponde : « Se v' é caluto poco di co- 



— CLXXVIII — 

stui che tanto mostravate d' amare, meno vi carrebbe 
di me.» Eia manda in malora (1). 

E facile riconoscere come la mossa, Tatteggia- 
mento e il fine di questo racconto siano assai diversi 
che negli altri già esaminati : il fatto princi- 
pale non è più d' una donna vedova da uno o pochi 
giorni che dà il suo amore e il cadavere del ma- 
rito al primo venuto ; ma d' un cavaliere che trova 
scampo alla sua negligenza nella compiacente de- 
bolezza d' una donna. Quello dunque che nelF altre 
novelle è V essenza del fatto qui è diventato epi- 
sodio ; e ciò, credo, per V incontrarsi della tradi- 
zione orale con la scritta. L'ultima parte della 
novella dove la donna non solo oflfre il corpo del 
marito, ma ne sfigura il viso con atti nefandi, di- 
mostrerebbe neir autore conoscenza del romanzo dei 
Sette Savi che è il primo testo in cui la Matrona 
s' abbandoni ai novelli obbrobri che non avevano 
imaginati gli altri autori; ma se avesse conosciuto 
qualche composizione o francese o italiana del ro- 
manzo ne avrebbe seguito intero lo schema della no- 
vella. Io credo invece che non abbia attinto a nes- 
sun' altra fonte che alla letteratura leggendaria popo- 
lare che doveva aver già raccolte le aggiunte del 
romanzo dei Sette Savi alla nostra novella : in tal 
guisa soltanto ci sarà dato spiegare la singolare 
trasformazione del racconto. 



( 1 ) Ed. Gualteruzzi, n. LIX ( Qui conta d' uno gentil 
luomo che V imperatore fece impendere, ) 



r 



— CLXXIX — 

In quanto alla favola di maestro Fazio Caf- 
farello, di composizione assai posteriore, possia- 
mo ammettere la conoscenza diretta di qualche 
testo dei Sette Savi, o V aiuto della tradizio- 
ne orale, e fors' anche - dato che il fatto gli era 
regolarmente conservato dal testo latino delle fa- 
vole - del Novellino, 

Ed eccoci finalmente arrivati al libro che dà 
occasione al presente studio, così ricco di versioni 
in ogni tempo e in ogni luogo, e di cui le più 
importanti composizioni tra noi furono intitolate il 
Libro dei Sette Savi. 

La Matrona d' Efeso si trova in sette dei vari 
testi del libro : nel testo D' Ancona, nel testo War- 
nhagen, nel testo dialettale veneto Storia favolosa 
di Stefano — tre testi e tre novelle costituenti un 
gruppo a parte - , nel testo latino pubblicato dal 
Mussafia, in quello dialettale edito dal Roediger, 
in quello del Cappelli e in fine nella versione rimata; 
quattro altri testi e quattro novelle che formano un 
secondo gruppo. 

Nel Libro dei Sette Savi edito dal D' Anco- 
na la nostra novella è una fedele riproduzione del 
testo francese da cui procede ; e se bene mostri 
chiaramente, per certe voci, la lingua da cui viene, 
nonostante è scrittura di certo garbo. Io darò il 
sunto di questa novella perchè d' uno de' testi più 
importanti e perchè le altre delle difierenti redazioni 
presentano pochissime varianti e di poco momento. 

Il Savio Giesse racconta di una donna , e di 
« uno visconte nello Reno » marito di lei , venuto 



a morte per doglia grandissima dell' essersi ella 
ferita leggermente in un dito con un coltello che 
egli teneva in mano per intagliare un bastone: ella, 
per dar prova del suo grande amore, aveva voluto 
restar vicino al morto per morirgli a lato , non 
ostanti i parenti e gli amici che la confortavano 
a darsi pace e che non avendo potuto trarla a casa, 
avevan ivi fabbricata per lei una loggia ben chiusa. 
Ma un gran cavaliere a guardia di tre cavalieri 
ladroni impiccati per la gola, aveva trovata la 
donna e confortatala a mutar proposito : in vano ; 
e mentre perdeva tanto tempo in tali discorsi 
gli era stato tolto un impiccato. Di che egli dopo 
sì lamenta con la donna; la quale, così all' im- 
provviso , gli offre sé stessa, poi il cadavere del 
marito da porre al luogo dell'impiccato, se egli 
sia disposto ad amarla e prenderla in moglie; e più , 
ferisce con lancia il morto sposo e gli rompe con 
una pietra due denti, per renderlo somigliante ài la- 
drone rapito. De' quali atti turpissimi viene aspra- 
mente sgridata dal cavaliere, che non si sente 
punto solleticato a godersi per moglie tal donna; 
la quale de' rimbrotti di lui « fu sì abbaila 
eh' ella non sapeva che dire né che fare né che 
rispondere. » « Disfatto sia colui che in mala fem- 
mina crede » (1). 

Se bene in qualche luogo la novella sia nar- 
rata con efficacia, pure la lingua risente ancora 
del francese. In quanto ai particolari, presenta anche 

(l) n Libro de' Seifi- Savi, già cit-, nov. XII, p. 67. 




— CLXXXI — 

molte aderenze col racconto del testo francese Les: 
Sept sages già esaminato. 

Nel testo Varnhagen la novella non presenta 
varianti notevoli, o non ne presenta affatto : il ma- 
rito è un visconte di Roma; la moglie, bellissima^ 
si ferisce nel gettar le braccia al collo del marito 
che aveva un coltellino in mano. Anche qui, come 
nel testo D' Ancona, sono tre i ladroni impiccati, e 
a cagion del gran freddo il cavaliere che li guarda 
va alla vedova per ristorarsi ; e se bene v' è un 
piccolo guasto nel manoscritto, pure é certo che il 
racconto corre qui come nel testo D' Ancona; anzi 
è più breve e più rapido. Sicché è inutile par- 
larne di più, e può bastare aggiungere che lettera- 
riamente ha i pregi e i difetti delle traduzioni di 
quel tempo (1). 

Né altre varianti se non secondarissime pre- 
senta questa novella narrata nel testo in dialetto 
veneto di cui s' è dato più avanti la contenenza : la 
Storia Favolosa di Stefano. La scena è messa in 
«Pugnia» eia chiusa, l'invettiva, voglio dire, del 
cavaliere contro la donna, ricorda di più il testo 
francese (2). 

Esaminiamo ora la Matrona nelle composizioni 
della cosi detta versio italica j e prima nel testo 
latino scoperto e edito- dal Mussafia. 

E perchè questa novella della vedova infe- 
dele narrata nel testo latino è pochissimo nota e 

(1) Ed. cit. del Varnhagen, novella 12% p. 32. 

(2) Vedi novella riportata intera in appendice. 

ERASTO xn 



— CLXXXII — 



non facile a trovarsi, e perchè ha molta impor- 
tanza per noi essendo la fonte onde procedono le 
altre della versio iiahca^ mi pare opportuno e 
utile riportarla per intera. 

Vidua. € Quidam miles habuit uxorem pul- 
cherrimam, quam intime diligebat et cum qua- 
dam die simul manducarent^ domina volens panem 
inscidere vulneravit se ipsam in digito ita quod san- 
guis emanabat Videns autem maritus sic largiter 
sanguinem eìfluere, statim raortuus fuit. Videns do- 
mina marìtum mortuum dolebat multum ita quod 
non poterai ab aliquo consolari et dicebat ; « Ma- 
ritus meus, quem multus dilexi, est prò me mor- 
tuus, et ego volo prò ipso mori. » Et cum mari- 
tus foret sepultus extra civitatera sicut mos erat 
antiquorum, mulier fecit sibi fieri super eius sepul- 
chrum quoddam tugurium et ibidem sedens die et 
nocte flebat nec poterat consolari. Contigit autem 
quod tunc temporis quidam rex illius civitatis fecit 
suspendi quendam propter homicidium quod fecerat. 
Timens autem rex ne parentes suspensi ipsum in 
nocte auferrent, mandavit cuidam suorum militum 
ut sub poena capitis ipsum suspensum sic custodiret 
ne forte auferretur. Custos vero suspensi cum quasi 
tertia nocte multum sitiret ita quod a potu non 
poterat continere nec esset ibi aqua, respexit cìr- 
cumquaque et videns tugurium dominae recordatus 
est quod fuit ibi mulier supra dieta ivitque ad eam 
et cum petiisset ab ea potum et ipsa dedisset , vi- 




— CLXXXIII — 



dens eam custos multum pulchram, dixit ei : « Quid 
est quod facis, domina? Tuus luctus non prodest 
marito tuo. Invenias tibi meliorem », suadensque 
sibi tantum quod concubit cura ea supra sepulchrum 
mariti sui. Reversusque custos ad furcas suspensum 
in veni t sublatum timens de morte sibi minata propter 
non custodiam ipsius suspensi. Rediens autem custos 
ad dominam quod eidem acciderat ipsi nunciavit 
dixitque sibi domina : « Si promiseris me recipere 
in uxorem docebo te qualiter hoc periculum evades.» 
Ille promisit, dixitque mulier : « Capias istum meum 
maritum et liga eum in gula et vade, suspende 
eum illieo in loco illius. > Dixitque custos : «Timeo 
facere. » Mulier dixit : « Et ego faciam. » Et fecit 
quandam restem de ligno viridi ligavitque maritum 
in gula et ipsum sic ligatum duxit per terram ad 
furcas, dixitque custodi : « Ascende furcas et ipsum 
suspende. » Respondit custos : « Non faciam. » Ac 
ipsa ascendit et maritum suspendit et sic descendit. 
Dixit autem custos: «Ille suspensus habebat quod- 
dam vulnus in capite et iste non habet. Posset ergo 
cognosci. » Dixit mulier : « Ascende furcas et eum 
ense facias sicut tibi videtur. » Dixit custos : « Non 
faciam. » Mulier vero petiit ensem ab eo et ascen- 
dens percussit maritum suum eum ense et descendit. 
Dixit tertio custos : « Iste suspensus caruit duobus 
anterioribus dentibus, quos iste habet. » Respondit 
mulier: «Ascende, erue ei. » Custos dixit: «Non 
faciam. » Illa videns lapidem, hunc arripiens, ascendit 
et eruebat. Dixit mulier : « Accipias me in uxorem. > 
Custos autem respondit : « Non faciam. Nam tu fé- 



— CLXXXIV — 

cisti haec marito tuo, quem tantum diligebas ; multo 
igitur peju8 mihi faceres, si casus se offerret. » 
Illa confusa recessit, talia suo dilecto marito facere 
non formidans. » 

Molti altri testi latini del Romanzo dei Set- 
te Savi contengono la novella della Matrona ^ 
come la Scala celi e i Gesta romanorum; ma questa 
versione, che non è certo importante per la forma^ 
ibrida e rozza, ha invece per noi grandissima im- 
portanza poiché sarà fonte diretta di molte altre 
novelle, che presentano poche o trascurabili modi- 
ficazioni. 

Al racconto latino s'attiene evidentemente quella 
che troviamo nel Libro dei Sette Savi pubblicato 
dal Cappelli. La donna vi si ferisce tagliando pane 
a tavola ; V impiccato è uno solo ; il cavaliere che 
lo guarda cerca la donna spinto dalla sete, gli 
piace e subito la conforta e tanto dice che fa di 
lei sua volontà. Tali i tratti comuni al testo latino 
e che differenziano questo gruppo da quello della 
versione francese italica. Nel testo Cappelli poi il 
racconto si svolge con purezza e freschezza di lin- 
gua e vivacità graziosa di modi, quantunque, o 
anzi perchè più brevemente e succintamente (1). 

E raccolta sotto maggiore e più singolare 
brevità è la novella nel testo dialettale veneto e- 
dito dal Roediger (2), ma nel disegno generale e 

(1) In Mussafia ; Beitrdge zur Liti, der Sieben toeisseft 
meister cit. p. Ili, 112. 

(2) Nov. 6% p. 34. 



— CLXXXV — 



ne' tratti particolari eguale alle due prima ricor- 
date. 

Né dissimile è quella conservata nella com- 
posizione rimata La storia di Stefano. Dove 

« un chavaliere dele parte dì Resto » 

è invitato a pranzo con la sposa; la quale tagliando 
del pane «se taiò el deto». Morto per ciò il marito, la 
donna si fa fare una « cliaxeta » vicino al sepolcro. 
Il cavaliere a guardia dell' impiccato ha sete, va 
alla casetta e s' innamora della donna : 

« adimandandoli d* amor la sua persona >. 

Ella s' accontenta, 

« e lui de lei ne prese ogni zolia. » 

Ond'ella poi lo serve come sappiamo ed è rim- 
brottata da lui e svergognata (1). 

La novella è, come tutto il poema, rozzissima e 
goffissima, ma anche fedelissima alla versio ita-- 
lica. 

E ora la novella della Matrona infedele esce 
dalle grandi collezioni leggendarie e popolari , 
e la sua produzione fino ad ora meravigliosamente 
vitale accenna a diminuire. Già su' 1 finire del 
Trecento l'occasione a narrar novelle, racconti, 
favole , s' affievolisce , non è più spontanea ; la 
novella non si offre più all'autore, ma è dall'autore 

(1) Storta dì Stefano cit., canto XII. 



— CLXXXVI — 

cercata; non intende più soltanto a OQuovere e vincere 
la nativa curiosità del popolo : è fatta anche arte. La 
nostra novella, sempre fortunata, esce dalla lettera- 
tura leggendaria per continuare sola il suo cammina 
in Italia e in Europa, diventando argomento ai no- 
vellatori, ai drammaturghi, ai romanzieri. 

Da noi Giovanni Sercambi ( 1347 - 1424 ) la 
narrò sotto V iiìiìto\a,z\oue De niulier e vof ubili ^ dan- 
dole una tinta locale tutta regionale. Il fatto av- 
viene nel contado di Perugia; madonna Leggiera è 
la vedova, Gentilotto l'impiccato per ordine del 
podestà che « avea (domandato a uno suo camerieri 
di Spoleto chiamato ser Cola .... dovesse guardare 
rimpiccato ». Madonna Leggiera (oh il perfido 
nome!) va realmente al sepolcro; ma poi se ne 
torna a casa a piangere ; né si capisce chiaramente 
come ser Cola, che aveva visto il lume al monu- 
mento sepolcrale, cercasse poi la donna a casa. 
E la vedova alle richieste di Cola invoca il marito ; 
il guardiano allora chiede acqua proprio in nome 
del morto, e la donna fa poi compagnia a Cola che 
mangia, ed è quasi lei che si offre. Cola dice alla 
donna qualche paroluzza e la donna « cominciò a 
sorridere dicendo : « Che ti dice il cuore di fare ? > 
Cola dice : « Alle prove non mi verro' meno. La 
donna assentio. » 

E rimane così soddisfatta che dopo aver rotti 
i denti al marito dice, frettolosa com' è : « Ser 
Cola, andiamoci a divertire, che questa notte non 
si perda .... E per questo modo lo marito di 



— CLxxxvn — 

madonna Leggiera rimase fracido in sulle for- 
che » (1). 

La novella non manca d' una certa comicità, 
anzi malignità, ma grossolana, in fondo, e senza 
impronta di personale schiettezza ; si direbbe che 
il Boccaccio sia ancora di là da venire. 

Poi Annibale Campeggi (1593- 1630), Acca- 
demico Oscuro, narrò egli pure questa novella imi- 
tandola in tutto, in molti luoghi quasi traducendo, 
da Petronio; ma infrascandola sì da renderla un po' 
lunga e noiosa. Il soldato fa una magnifica parlata 
alla donna disperantesi, e la donna « come suole cre- 
scere ai miseri di dolersi vaghezza, quando di sé 
in alcuno sentono compassione > — e qui T au- 
tore fa suoi r acuta osservazione e il bel periodo 
oratorio onde il Boccaccio cominciò il Prologo 
della Fiammetta: « Suole a' miseri crescer di do- 
lersi vaghezza quando di sé discernono o sentono 
in alcuno compassione », — la donna seguita a 
piangere più disperata ; la fantesca, poiché in que- 
sta novella ritorna in scena la fìdelisstma ancil^ 
la petroniana dimenticata da tutti gli altri no- 
vellatori, la fantesca pure, dopo aver mangiato 
della cena del soldato, rivolge eloquente e lunga 
preghiera alla padrona a fine di persuaderla a vi- 
vere. E la padrona in fine, mangia e beo e sveste 
panni a conceder le sue grazie all' eloquente soldato ; 
per altro, come a punto la Matrona di Petronio, 

[\) Le novelle di G, Sercambi edite da A. D* Ancona, 
Bologna, Romagnoli, 1871, nov. XVI. 



— CLXXXVIU 

non sfigura il volto del caro morto quando lo sa- 
crifica alla salvezza del più caro vivo (1). 

Ma se i letterati accadeoaici calcavan fedel- 
mente r orine di Petronio senza tentar di rinnovare 
pur leggermente il racconto, il popolo invece lo 
trasformava con mente inconscia e vivace, in ma- 
niera nuova e profonda : lo drammatizzava. 

Questa novella venuta così alle mani dei ciar- 
latani che il popolo allettavano e del popolo vi- 
vevano, e cosi drammatizzata, usci alle stampe nel 
1621 non si sa dove, sotto il titolo : Opera Nuova 
bellissima da intendere di una donna chiamata 
Angeletta^ lamentandosi di non trovare amante 
che la volesse amare. Infine si maritò et impiccò 
lo marito con le sue proprie mani ; dopo morto, 
gli tagliò la faccia per contentare il nuovo 
amante; e a meglio stuzzicare la curiosità, il fron- 
tispizio era adorno d' una vignetta che dichiarava 
il fatto. 

La scrittura è d' arte popolare, molto scor- 
retta in molti luoghi, certo anche per colpa dello 
stampatore, ma anche più certo per colpa dell' au- 
tore rifacitore ; la lingua, per modi e parole, ap- 
pare ancora, e più doveva essere originariamente, 
di fondo meridionale, abruzzese o napoletana. 

È in forma di dialogo, interrotto qua e là della 
narrazione del poeta, in ottave. Angeletta, una gio- 
vine, si lagna perchè non trova amatore, e piange la 

(1) Cento Novelle Amorose dei signori Accademici In^ 
/sogniti, Cremona LDCXXXXII, nov, XXIX. P. 172. 



— CLXXXIX — 

giovinezza sua che si consuma appassendo nei de- 
sideri ardenti scomposti e vani d' amore e neir in- 
vida osservazione dell' altre donne che vivono lie- 
tamente sollazzandosi coi loro amanti o mariti. 

Sopraggiunge a consolarla la madre^ che le 
presenta « un diligente giovinetto » come sposo. 
Angeletta V accoglie con trasporto e tutta gioiosa, 
e vuole che gli sia donata la sua « vigna » e il suo 
bel «giardino» da coltivare; V amante risponde ch'e- 
gli è pronto e disposto a farla felice ; ma subito 
dopo si sente male e, non ostanti le espressioni di 
gran dolore e i giuramenti di fedeltà della donna, 
muore. Angeletta, V amante vedova prima che sposa, 
va su la mezza notte a piangere su '1 sepolcro del 
misero giovine: 

Sopra la sepoltura battea la mano. 
« Surgite, amante » piangendo dicia ; 
Facea tutta la notte il gran lamento 
Senza timor alcun, senza spavento. 



Ma 



Poco distante, sopra d' un montetto, 

Ci era le forche con un uomo impiccato. 



Il guardiano che lo custodiva, attratto dai dolorosi 
lamenti, va alla donna, vede, parla e vince. 

Guardiano 

Sopra del petto mio fo giuramento 
Seguirti, vita mia, per ogni loco : 
Lasciamo tante pene e tal tormento : 
Fa che ogni pena sia riversa in gioco. 



— CLXXXX — 

Angeletta 

Ecco la vita mia al tuo talento : 

Fa che ammorsi lo mio ardente foco. 

Il poeta 

Et Angeletta gionto il guardiano 
Dannosi spasso e gioco per quel piano. 

Intanto rubano V impiccato : di che il guar- 
diano più che Angeletta si dispera, poiché ella ha 
già pensato di rimediare a tanto danno, sostituendo 
il corpo dell'amante all' «impiso». E quando sa 
che quello « era in facce tagliato » sale 

Sopra le forche come un can rabbiato ; 
Per sodisfar maggior il suo appetito 
Impiccò e tagliò la faccia al suo marito. 
Il povero guardiano restò spantato 
Dell' animo de si donna acerba e dura : 

Maledisse V amor che non ha cura : 
Tal donna la lasciò di simil sorta 
Per mai vederla più viva né morta (1). 

Non è una cosa bella questo racconto, ma 
importante perchè sta a provare che anche nel 
Seicento la Matrona d' Efeso era popolare e che 
la fantasia del popolo più di quella dei letterati 
era ancor atta a trasmutare più variamente e sin- 
golarmente le antiche sudate tradizioni. 

Nello stesso anno in cui veniva a luce questa 
storia, nasceva in Francia Jean de La Fontaine; il 

(1) Vedi tutta la Storta in fondo al volume. 



— CLXXXXI — 

quale prima di narrare quella favola stupenda di real- 
tà già ricordata, la Jenne Veuve^ doveva anche 
rimaneggiare ne' suoi Contes^ si tristamente vuoti 
di pensiero nella grazia leggera del loro stile, la 
Matrona d'Efeso. Il poeta francese aveva ben vista 
la difficoltà di dar nuova vita alla novella che in 
Petronio ne aveva ancor tanta, ma da quel bravo 
e agile artista che era pensò anche che egli non 
poteva fare opera inferiore. 

S' il est un conte use, commun, et rebattu, 

C'est celui qu'en ces vers j* accomode à ma guise. 

< Et pourquoi dono le choisis - tu? 

Qui t* engagé a cette entreprise ? 
N' a - t - elle point déjà produit assez d' écrits ? 

Quelle grace aura ta Matrone 

Aux prix de celle de Pétrone ? 
Comment la reodras - tu nouvelle à nos esprits? > 
Sans répondre aux censeurs, carc'est cbose infinie, 
Voyons si dans mes vers je V aurai rajeunie. 

Ringiovanita? La materia è tutta quella di 
Petronio ; ma il La Fontaine l' atteggia qualche 
volta diversamente. Si compiace, per esempio, nel 
descrivere più diffusamente il dolore disperato della 
vedova, a poter osservare : 

Bien qu' on sache qu* en ces malheurs. 
De quelque désespoir qu* une àrae soit atteinte, 
La douleur est toujours moins forte que la plainte: 
Toujours un peu de faste entre panni les pleurs. 

Si sofferma a far ammirare il caso della schiava 
che vuol morire in compagnia della padrona, ma 



— CLXXXXII — 

non senza una sottile ironia che non è di Petronio. 
E questa schiava, presta a morire in compagnia 
della padrona, 

Et jnsqnes à 1* effet conrageuse et hardie, 

« 

poiché aveva più giudizio della Matrona, lasciò 
passare la prima commozione e poi cercò — vera- 
mente invano — di richiamarla alla ragione. Che 
anzi la Matrona pensò allora come dovesse morire, 
e scelta la fame s' abbandonò a ogni maniera d' e- 
spressioni dolorose: 

En fin sa donleor n' omit rien, 
Si la doalear doit s'exprìmer si bien. 

Il soldato che guarda l'impiccato è meno per- 
spicace di quello di Petronio, poiché quando, mosso 
da curiosità, corre al monumento e vede lo spet- 
tacolo mirabile, ha bisogno di chiedere alla donna 
la ragione di tutto quel dolore, mentre 

Le mort pour elle j répondit 

Ma la schiava vuol spiegare anche di più: 

« Nous avoDS fait serment, ajouta la suivante. 
De nous laisser mourir de faim et de douleur >. 

Molta freddezza e disperazione tranquilla in due 
versi ! Per altro, poco dopo, alla vista della cena 
del soldato, é fortemente tentata, e cerca di persuader 
la padrona a vivere; la quale « s' éveila ». 

Le dieu qui fait aimer prit son temps; il tira 
Deux traits de son carquois : de V un il entama 
Le soldat jusqu* au vif: l'autre effleura la dame. 
Jeune et belle, elle avait sous ses pleurs de 1' éclat; 

E des gens de goùt délicat 
Auraient bien pu 1* aimer, et méme étant leur femme. 



— CLXXXXIII — 

E, ben più « délicat » e « spirituel » di tutti 
i suoi compagni. 

La gard en fut épris; les pleurs de la pitie, 
Sorte d* amour ayant ses charmes, 

Tout 7 fit ; une belle, alors qu' elle est en larmes, 
En est plus belle de moitié. 

E la matrona, già scossa dal discorso della 
compagna, è ora più scossa dalle lodi del soldato. 
E poiché la lode è 

Poison qui de T amour est le premier degré; 

La voilà qui trouve à son gre 
Celui qui le lui donne 

Egli la persuade a mangiare, e in fine 

Elle écoute un amante elle en fait un mari. 

Le tout au nez du mort qu* elle avoit tant chéri. 

Ma questa Matrona, quando il soldato s'ac- 
corge, attratto dal rumore, che gli han portato via 
r impiccato, non offre ella stessa il cadavere del 
marito all'amante; è la schiava che pensa a questo 
rimedio. « La dame y consenti. volages femel- 
les! ». 

In tal guisa finisce il racconto; ma seguita il 
poeta : 

La femme est toujours femme. Il en est qui son belles; 
Il en est qui ne le sont pas. 
S'il en étoit d'assez fidèles, 
Elles auroient assez d'appas. 



— CLXXXXIV — 

E ammonisce: 

Prudes, vous vous devez defier de vos forces: 
Ne vous vantez de rìen. Si votre intention 

Est de resister aux amorces, 
La notre est bonne aussi: mais Texécution 
Nous trompe également; temoin cette Matrone. 

Et, n'en déplaise au bon Pétrone, 
Ce n'etoit pas un fait tellement merveilleux, 
Qu* il en dùt proposer Texemple à nos neveox. 
Cette veuve n'eut tort qu*au bruit qu*on lui vit faire, 
Qu*au dessein de mourìr, mal con^u, mal forme: 

Gar de mettre au patibulaire 

Le corps d'un mari tant aimé 
Ce n'etoit pas peut-étre un si grande affaire; 
Cela lui sauvoit Tautre: et tout considerò, 
Mieux vaut goujat debout qu' empereur enterré (1). 

Dunque ringiovanita la novella di Petronio ? Non 
pare; ma in essa, come negli altri Contes^ è un po' 
dello spirito, del racconto rapido e vivo, del motteggio 
sottile e acuto della tradizione gauloise, a non par- 
lare deir immoralità che è vezzo dello spirito, più 
tosto che sfogo dei sensi ; è in breve la pura tradi- 
zione dei maliziosi raccontatori della Sciampagna 
e della Picardia , V ispirazione dei fahliavx con 
qualche cosa dell'arte del Boccaccio. 

Ma a tornare in Italia l'Arcade Aci Delpu- 
siano sia Eustachio Manfredi (1674-1739) lette- 
rato, matematico e astronomo, tentò egli pure di 
questa novella un rifacimento che altri chiamò ele- 
gantissimo e che a me pare un po' imbellettato. 

(1) Contes et Nouvelìes nelle Oeuvres de J. De La Fon- 
taine, Paris, Hachette 1890, t.° sesto, n.* VI. 



CLXXXXV — 

Siamo in Arcadia. Delia invita Aci a novellare ed 
egli racconta « un fatto in cui non meno la lealtà 
che la donnesca leggerezza » sarà palese. Qui la 
vedova va di notte, nascostamente, al sepolcro del 
marito; una sua serva se n'accorge e avverte i pa- 
renti ; non riuscendo essi a distorre dal funesto divi- 
samento la donna, la serva vuol rimanerle acanto; 
ma persuasa poi dal soldato, persuade a sua volta 
e stimola l' addoloratissima vedova a mangiare e 
quindi a vivere. E la vedova si fa molto pregare 
a mangiare, non tanto ad amare il soldato. E ter- 
minato il racconto (se qualche volte efficace più 
spesso lezioso) di cui gli uomini più che le donne 
saporitamente avean riso : « Io non so, o Aci, disse 
Delia, quel che siano per risolvere di voi le altre; 
ma so bene che non vi perdonerò di aver con 
questa novella si malamente trattato le donne (Ij ». 
Niccolò Fortiguerri (Carteromaco), nato nel 
medesimo anno, morto quattro anni prima del Man- 
fredi, nel canto decimoterzo del suo Ricciardetto 
inserì un rifacimento poetico della Matrona d'E- 
feso. E curioso che egli stesso il Fortiguerri di- 
scorse dello strano nascimento del suo poema, sotto 
le spoglie dell'arcade Nidalmo Tiseo, in una let- 
tera al Manfredi, 1' arcade Aci Delpusiano. E questi 
due poeti che eran rimasti nel loro tempo come 
isolati e non avean ricollegata 1' opera loro ad al- 
cuna persistente tradizione, ma avean cercato più 

(1) Prose e Rime Pastorali degli Accademici Difet^ 
tuosi^ Prosa X, Bologna, Barbiroli, e in Rime di Eustachio 
Manfredi^ Bologna, Lelio dalla Volpe, 1760. 



— CLXXXXVI — 

tosto nel passato lontano gli esempi e i motivi alla 
loro arte; che avean l'uno dell'altro grande stima 
ed eran legati in amicizia, narraron dunque tutti e 
due, Tuno in prosa l'altro in versi, questa mede- 
sima novella. 

Nel Ricciardetto lo Scricca va a girare il 
mondo facendosi chiamare il Cavaliere del pianto, 
e giunto un giorno in riva alla marina, trova una 
brigata di pescatori 

E vede come ciascun tiene a canto 
Una leggiadra e lieta contadina 
E cocendo sardelle in su le brace 
Se le mangian cantando in santa pace. 

Venuta la sera e ritiratisi tutti, anche il Ca- 
valiere ospite della buona gente, in una capanna, 
le donne propongon giochi: 

or quello della noce, 
Or quel dell'uovo. 
Ma quel che piacque più, fu quel del fiore, 
Perchè una d'esse a un pescator dicea: 
Tu se' un bel fiore. Ed egli pien d'amore: 
Che fior son io, fanciulla? rispondea. 
Ed ella co* begli occhi tutti ardore 
Guardandolo diceva, e insiem ridea: 
Tu sei, se non isbaglio, un fior di pero; 
Dici d'amarmi, ma non dici il vero. 

E quegli rispondeva similmente: 

Voi siete un fior di rosa e di viola, 
E siete in beltà sola veramente. 

Ma per quanto vaghi e profumati, non sono 
questi fiori che or c'interessano. Stanche le donne 



— CLXxxxvn — 

dei fiori, si passa al novellare, e un pescatore rac- 
conta la novella della donna che impicca il ma- 
rito morto. 

In un paese assai di qua lontano 
Donna trovossi si piena d'amore 
Del suo marito, che fu caso strano; 
Talché venendo quegli a Y ultime ore, 
Vinta dal duol, prese un coltello in mano 
Per trapassarsi banda a banda il core: 
Ma questo parve a lei poco tormento, 
E si risolse di morir di stento. 

Ella va dove era sepolto il marito e vuol 
che la sua fante rimanga con lei, e piange e 
sospira e non mangia e non dà retta alla com- 
pagna che la supplica A non voler morir si 
crudelmente ; né dà retta ai parenti. Intanto certo 
Satanasso, dannato a morte, è impiccato vicino al 
sepolcro, e il soldato che deve guardarlo, vedendo 
uscir chiarore dal sepolcro, vi s' accosta : ode il 
pianto, alza la pietra, guarda e pensa; torna al 
posto, prende seco la fiasca e la cena e torna alla 
donna ; con gentil parlare la comincia a confortare, 
aiutato dalla fante, e poi le apparecchia la cena 

E la prega si bene, e si T esorta, 
Ch* ella pon fine alcun momento al pianto, 
E mangia un poco, e beve del vin nero 
À un rozzo si, ma pulito bicchiere. 
E s'inoltra la cosa tanto avanti, 
Che del soldato in breve s'innamora; 
E fan tra lor, siccome fan gli amanti 
Quando il permette la fortuna e l'ora. 

ERASTO XIII 



— CLXXXXVIII — 

Ma il guardiano a un certo punto si ricorda 
dell' impiccato e manda fuori la fante ; la quale 
non trovando più l'impiccato torna disperata, e 
disperati rimangono i due amanti : per poco ; poiché 
la donna è pronta ed impronta : 

Prendiamo questo morto, e mi consenti 
Che salghiam delle forche amho le scale, 
E impicchiam lui e inganniam le genti; 
Giacché uom morto a nulla affatto vale. 

Il racconto è dunque quello di Petronio narrato 
con festività spigliata di lingua e di modi : finisce 
in modo nuovo: 

Ma non gran tempo stè tal fatto sotto 
Che venne a galla, e il seppe la Regina 
Ed al marito suo ne fece motto, 
Che assai lodò T astuzia femminina; 
Poi sorridendo disse a la consorte : 
Donna che sia pregata, non sta forte (1). 

Parole onde appar chiara T intenzione satirica 
deir autore. 

Altro rifacimento tentava in sesta rima Dome- 
nico Somigli detto volgarmente Beco Sudicio, poeta 
popolare e barbiere. Egli scrive di sé in un so- 
netto, che bambino fu mandato alla scuola: 

Qui, credendo avess* io molto imparato, 
Il genitore poserai a bottega, 
Feci il barbiere, fui comico, e svegliato 
L'estro sentii, che Apollo or non mi nega. 

Perdei la luce al fin di Carnevale, 
E volendo alla meglio avanti gire, 
L* arte mi posi a far delle cicale. 

(1) Ricciardetto, C. XIII, stanze 89-106. 



— CLXXXXIX — 

E da vero egli strideva troppo cantando ; stri- 
deva anche quando sotto il titolo Ad un geloso^ 
favola^ narrò la Matrona d' Efeso (1). 

La sua è poesia burlesca e burlesco egli è 
pure in questa sua novella , per la quale vuol 
guarire un amico geloso. Sicché tra per lo strider 
del verso e della forma e lo sbizzarrirsi della poe- 
sia il suo racconto appare ed è un curioso ma 
non bel saggio d'arte popolare. 

Mori a femmina greca il suo consorte, 
Ed il di lei lamento alto rimbomba; 
Presso al feretro già gridando : — Morte, 
Perchè il mio ben guidasti entro la tomba? — 
Si svelse il crine in dir queste parole, 
Spargendo gocciolon come nocciole. 

Ella vuol morire in compagnia di lui 

Nel cupo seno della tomba orrenda; 

va infatti al sepolcro del marito 

E die un sospir si forte in quel momento, 
Che potea spenger quattro torce a vento. 

. . . sospirando di morir s' invoglia ; 

E dà più sguardi in su quegli occhi smorti, 

Che baci nelle pile i collitorti. 

(1) Rime del Signor Domenico Somigli fiorentino, 
pubblicate da Arpalo Argivo Accademico aborigene della 
Colonia Amiatense, Firenze nella stamperia di Pietro Allegrini 
dalla Croce Rossa, 1782, voi. 2^ ; le Rime son rarissime, ma 
la favola Ad un geloso può vedersi anche in Gente allegra 
Iddio l'aiuta, raccolta di poesie burlesche postillate da Augusto 
Alfani, Firenze, Cooperativa, 1875, p. 171. 



— ce — 

Se bene la novella è ricamata su U canovaccio 
di Petronio, pure manca qui la serva fedele a far 
compagnia e poi a tentare la vedova. 

Non manca per altro T impiccato, e 

Dagli Efori, Ateniese Signoria, 
Vi fa la sentinella destinata, 

perchè i parenti non lo portassero via, 

E in quella notte, in cai tal fatto avvenne 
Un giovin di Sparta la guardia ottenne. 

Co M soldato la donna si mostra addoloratisi 
sima e alle sue meraviglie risponde melodramma- 
ticamente : 

Si signore 
Troncato ha morte il maritai mio innesto, 
Perdei lo sposo dell'età sul fiore: 
Egli è chiuso in quest'urna, e vo* tra*l pianto 
Al cenere di lui morire accanto. 

E alle lusinghevoli parole del soldato, a cui 
par ragionevole che morto un marito se ne cerchi 
un altro, ella risponde non tanto sdegnosa per il 
suo dolore e per la sua castità, offesa, quanto per 
timore di ciò che potrebbe pensarne il marito : 

Ch'io sposi un altro, ohimè! che cosa dite? 
L' ombra di lai che sta sul grado estremo. 
Per cui si passa alia città di Dite, 
Che mai direbbe ? ah ! che in pensarlo io tremo. 



— CCI — 

Il soldato, arguto, corre a prender da man- 
giare ed ella stessa 

Stese la mesta donDa il fazzoletto, 

Che il pianto onde asciugar teneva in mano. 

Dopo il primo boccon nacque un'occhiata, 
Che alla donna scemar fé' il suo martire : 
Quindi, cosa che nessun l'avria pensata. 
Dopo il primo bicchier nacque un sospiro, 
E dopo aver saziato T appetito. 
Si ragionò di moglie e di marito. 

— Se volete, son qua - disse, il soldato: — 
Rispos'ella: — pur io son qui per voi; — 
Cosi scambievolmente concertato, 
Il nodo maritai stri user di poi, 
E a questo clandestino matrimonio 
Il defunto servi di testimonio. 

Orrido e freddo sasso, in cui si chiude 
Del pianto sposo il cenere onorato, 
Perchè alla finta femminil virtude 
Non ti schiudi, lasciando invendicato 
Un fallo, che il verace amor confonde? 
Ma il sasso fa lo gnorri e non risponde. 

Mentre stavano in festa e in allegria 1' amante 
si ricorda dell' impiccato, corre alle forche e non 
lo trova. 

(]olpo per amendue, colpo funesto ! 

Pensan di fuggire; ma poi la donna, più fredda 
e sagace, trova miglior rimedio: il cadavere del 
marito da mettere al posto del ladro ; ed 



— celi — 

Ella, che sparse lacrime e singhiozzi. 
Fu che l'avvinse pel canal de* tòzzi. 

E il Somigli air amico geloso consiglia di non 
confondersi, perchè 

Ah, credilo, in un tempo si diabolico 
Qaante donne ci son di genio argolico ! 

E infine si rivolge alle donne: 

Signore vedovelle spiritose. 
Ditemi un pò* che mai vi dice il cuore? 
Eh via non arrossite, io so che spose 
Bramate farvi dopo due mezz'ore; 
Deh non fate bocchino al parlar mio ! 
Perchè i miei polli li conosco anch'io. 

E passiamo air ultimo rifacimento della novella; 
che già troppo per il lungo va questo capitolo e 
troppo abbiam concesso al poeta barbiere. 

La Matrona d' Efeso fu narrata in fine anche 
dal padre Cosimo Galeazzo Scotti cremonese nelle 
sue Giornate del Bi^emho con grande ornamenta- 
zione di minute circostanze, lunghe descrizioni 
ed elaborate concioni, si che ne riesce troppo 
lunga e penosa la lettura . La matrona d' E- 
feso si chiama Eutimia ; le è concesso dalla legge 
di portarsi fuori della città il cadavere del marito 
e di seppellirsi viva con lui a provare il suo do- 
lore. Ella sceglie una grotta lunga e tortuosa che 
dilatavasi quasi in tondo perfetto. «Oh chi avesse potu- 
to coir occhio e con Torecchio vedere e udire le cose 
di quel lugubre sotterraneo, quale spettacolo per lui!» 



— ceni — 

€ La giovinetta vedova, pallida, sparuta, scar- 
migliata, discinta, ora cacciasi furiosa su quel 
letto, e con urli e gridi, chiamando il nome del 
defunto, stretta s' abbraccia al freddo cadavere : or 
di là precipitandosi, siede in un angolo sul rigido 
sporto di sassi, col capo in mano, singhiozzando e 
piangendo : ora sul nudo terreno giacendosi, guarda 
mutola e cogli occhi stupiditi quel letto di morte. 
E la damigella ora colla signora mesce i gemiti e 
il pianto, ora pietosa nel suo grembo raccoglie il 
capo di lei stanco del piangere. » 

Il soldato di guardia all' impiccato, sentendo 
nella notte alcuni lamenti e credendoli quasi urli 
di fiera, s' avvicina al luogo donde vengono, e visto 
un morto, una donna su quello abbandonata e con- 
torcentesi nel dolore e una fantesca pure piangente, 
sospettando una visione magica, si slancia in mezzo 
alla scena con la spada in pugno: ma la visione 
non sparisce ed egli si trova fra donne realmente 
disperate e piangenti. Allora abbandona la spada 
e mette in uso la sua forza oratoria ; e il discorsone 
che tiene è da vero commovente! Termina con que- 
ste parole: «Piacciavi dunque, deh piacciavi, di 
volervi serbare all'amor de' congiunti, alla soavità 
d' altre nozze, al ben della patria! » Al ben della 
patria! Oh la retorica!; ma m medio virtus. E la 
virtù della conclusione del guerriero stava proprio 
in mezzo : nella soavità delle nozze ! 

Per allora lo scaltro e prudente soldato s'ac- 
contenta di gettare il pomo della tentazione fra le 
due donne: — un pane e un'anfora di vino — ; 



— CCIV — 

^ di andarsene perchè in sua presenza non si ver- 
gognino di ristorarsi. Prima a esser vinta è la 
fante che vince poi la padrona. La quale cosi vive e 
si serba non ai congiunti, non alla patria, ma 
alle nuove e soavi nozze. Quindi tripudi e ba- 
gordi per qualche settimana; di che scandalizzata 
la fantesca, tenta di stoglierla dalla nuova e in- 
degna passione; ma Eutimia è più vergognosa di 
dover tornare alle sue case dopo aver promesso di 
morire, che della sua tresca. 

Allora la fante corre ad Efeso ad avvertire 
la matrona madre; in tanto rubano l'impiccato e 
la vedova consolata regala al consolatore il cada- 
vere dello sposo. 4c Cosa invero strana e mo- 
struosa! ». 

Una delle ascoltatrici della novella, imporpo- 
rando fin negli occhi disse al raccontatore : « Ma a 
chi credete voi di dare a intendere queste antica- 
glie, che mille e mill' anni fa già narrò T autore 
della vita di Esopo? — Anzi, soggiunse l'avvocato, 
anche Petronio. Anzi, replicai io — osserva l'au- 
tore — anche nel secento Alessandro Campeggi in 
buona lingua (1) ». 

Con che si chiude in Italia la serie dei rifaci- 
menti della curiosa novella (2) ; la quale più s' av- 

(1) C. G. Scotti. Le Giornate del Brembo novelle mo- 
rali, Cremona, Feraboli, 1805-9 parte prima, nov. IL* La 
femminile stravaganza, 

(2) Il Papanti nel suo Catalogo dei novellieri in prosa 
(voi. 2.*, p. 37), alla rubrica Due novelle di G. Rosasco 
dice: < voglio anche far noto che nel catalogo Lamberty, 



— ccv — 

vicina ai nostri tempi e va perdendo della impor- 
tanza e della diffusione che aveva nel medio evo. 
Finiscono i rifacimenti ; ma lo spirito della 
novella , il nocciolo concettuale — la vedova 
che si lascia commovere a peccare in pre- 



oltre quella del Manfredi, stavano unite altre quattro versioni 
della stessa novella di Petronio, appartenenti ad A. Cam- 
peggi, a Vincenzo Lancetti, ad Antonio Cesari e a Francesco 
Testa >. 

Ora la novella del Campeggi, Tabbiam vista, è rifaci- 
mento, non versione; quella del Lancetti ò vera traduzione 
poiché quello scrittore tradusse le Satirae petroniane; quella 
del Cesari è unita alla trad. del Lancetti (Milano, Daelli) ed 
è saggio di versione; inquanto a quella del Testa non ho po- 
tuto averne notizia alcuna. Le traduzioni poi da Petronio son 
molte e però molte le versioni della novella della Matrona: 
oltre quella del Lancetti ricorderò la più recente del Cesareo 
(Firenze, Sansoni). 

Sono molte anche le traduzioni delle nuove favole di Fedro 
e perciò di questa nostra favola ; voglio ricordare le meno note di 
G. B. de Velo (Pavia 1812), Stef. Eg. Petroni (Parigi 1812), 
Giannanton Cassitto (Napoli 1817), L. A, Vincenzi (Modena 
1818), D. Vaccolini (in Favole esoptane esposte in vario metro 
da Cesare Cavara^ Bologna, Tiocchi, 1840). Dal Passano ri- 
cavo ancora che la novella della Matrona d'Efeso si trova 
nelle Graziosissime argutie d'uomini accorti e di donne 
astute; nelle quali si scorgono ynolte accortezze d'uomini 
ridotte ad universale esempio di ben regolarsi negli umani 
avvenimenti e l'astuzie delle donne nelle quali si scorge il 
loro acuto ingegno. In Venezia MDCCXXII per Domenico 
Lovisa, voi. 2. La nostra novella sarebbe a p. 34 del 2.® 
tomo; ma a me non è riuscito di trovare questo libro. 



— CCVI — 

senza del cadavere del marito — rimane e informa 
qualche lavoro della lettura romanzesca e bozzettistica 
(mi sia lecito per chiarezza usare questa parola) 
moderna, e non pur italiana; si che tracce evidenti 
possiam trovarne neìV Immortel di Alfonso Daudet, 
nelle Soirèes de Médan {Après la bataiUé) di Paolo 
Aléxis e nel Sa^i Pantaleone di Gabriele d' Annunzio. 

Ma non è il fatto, ripeto, è V idea che passa 
in questi autori. Il D'Annunzio, ad esempio, nell'/- 
diUio della vedova narra d'una giovine donna che 
veglia il cadavere del marito insieme co'l cognato, 
giovine prete. Essi da ragazzi s'eran forse amati, 
certo . una volta desiderati , e quella notte, es- 
sendosi a caso strette le mani, son tratti a ripen- 
sare la loro giovinezza e in fine, a poco a poco, 
Tuna nelle braccia dell'altro. 

Se la novella della Matrona fu ricca di rima- 
neggiamenti in Italia, fu anche forse più ricca nelle 
altre letturature. In Francia, dove fu pur narrata da 
Eustachio Deschamps nel suo Mìroir de Mariage 
come Exemple cantre ceuls qui se fient en amour 
de femme e dal Brantòme nelle Barnes galantSj e dove 
più che rifatta, fu tradotta dal Saint-Évremond ; 
in Francia se ne fecero anche commedie e melo- 
drammi. Ricordo : U Ephésienne , tragicommedia 
in cinque atti in versi, di Brinon, recitata al Teatro 
Francese nel 1614; La Matrone d' Ephèse ou Ar- 
lequin Grapignan^ commedia in tre atti in prosa, 
di Noland de Fatau ville, rappresentata per la prima 
volta dai comici italiani del re nel loro albergo di 



CCVII 



Borgogna il 12 ma^io del 1682 (1); La Matrone 
d^ Eplìèse , commedia in un atto in prosa, di 
Houdart de la Motte , rappresentata al teatro 
Francese il 1702 ; La Matrone d* Éphèse , opera 
comica in tre atti, del Fuselier, data alla fiera 
di S. Lorenzo nel 1714; La Matrone clnnoise 
ou r eprouve ridicide , commedia-ballo in due 
atti in versi liberi, del Le Mounier, Parigi, 1764, in 
12; La Matrone d^Ephèse^ commedia in un atto 
in versi, del Legay, Parigi 1788, in 12; La Ma- 
trone d^ Éphèsej commedia in un atto, con vaude- 



(1) Il fatto della Matrona v' è affogato, poiché una sola 
scena ne deriva: quella intitolata Scene du complimenf et 
de la boutetlle. Val la pena di trascrivere un pezzo della 
scena che è in fondo la parodia della nostra novella. Arlec- 
chino dice a Eularia, la Matrona, tra l'altre amabili genti- 
lezze : € Bel astre de charbonnier, charmant étui de chagrin ... ! 
Hélas? comme la douleur vous a changée!... Ma^ signora, se 
ti dolor ve ha tanto affebh'da^ ve offro sta bottiglia de vin 
d' Ispagna che ve darà forza e vigor per tornar a pianger 
allegramente, Buvez, Madame, buvez ; mais ne buvez pas tout, 
car vous me feriez pleurer aussi à mon tour... Une goutte 
de ce bon vin vaut mieux cent foix que toutes vos larmes... 
Car enfìn de pleurer nuit et jour pour une carcasse pourrie et 
de ne T abandonner jamais, e* est tout <iq que pourroit faire 
un corbeau affamé ou un chien gourmand. Croyez-moi, Ma- 
dame, vous (Hes une pantoutle belle, bien faite, mignonne; 
mais sans le pied d' un mari vous ne serez jamais qu' une 
savate inutile. S* el mio servigio ve fosse agréable, e se po^ 
desse meridar V honneur de mériter quelque petite part dans 
vos mérites, hélas! que je vous aimerois! que je vous cares- 
serois; que je vous llatterois! que je vous.... rosserois, Ma- 
dame I 



A , 




— ccvin — 

villes^ del Radet, rappresentata al Teatro del Vau- 
deville il 1792; La Matrone d' Éphèse^ commedia 
in un atto in versi, del Vercousin, recitata sul 
Teatro del Gymnase nel 1869; — or sono dun- 
que pochi anni (1) ! 

Anche in Inghilterra, nel secolo XVII, la Ma- 
trona d'Efeso era stato soggetto di una commedia. 
The Widow ^s Tears (Le lacrime della vedova) 
e di un' amplificazione , a mo' di romanzo , tra 
oscena e filosofica , sotto V intitolazione : Matro^na 
Epfiesta sive Ludus sertu^ de amore (Londini 
1665); il Ludus scritto originariamente in inglese 
dal Charleton , non è che una traduzione di M. 
Harris (2). 

Ma in Francia era cosi popolare il fatto che 
J. B. Rousseau vi fa allusione, come a cosa notis- 
sima, in una delle sue odi più eleganti e meglio 
fatte : à une jeune veuve : 

Quel respect imaginaire 
Pour Ics cendres d'un époux 
Vous rend vous-inème contraire 
A vos dessins les plus doux?... 

(1) Vedi la notizia di H. Regnier su la Matrone d'È-- 
phése del La Fontaine, neired. cit. dell* Hachette, t.^ 6.**, p. 
66-67. 

(2) In rispetto alle versioni straniere della novella si 
confronti V op. cit. del Grisebach. Un libro onde non mi 
fu possibile giovarmi è il Satyricon, nouveL trad, par le ci* 
toyen D,(urand) suivt'e de considerations sur la Matrone 
d' Éphése e d'un comte chinois sur le méme sujet, Paris, 
Gerard, 1873. 



— CCIX — 

Pourquoi ces sombres ténèbres 
Dans ce lugubre réduit? 
Pourquoi ces clartés funèbres. 
Plus affreuses que la nuit? 
De ces noirs objets troublée, 
Triste, et sans cesse immolée 
À de frivoles égards 
Ferez-vous d*un mausolèo 
Le plaisir de vos regards? 

Voyez les Gràces fidèles 
Malgré vous suivre vos pas, 
Et voltiger autour d'elles 
L'Amour, qui vous tend les bras. 
Voyez ce dieu, plein de charmes. 
Qui vous dit, les yeux en larmes : 
« Pourquoi ces soin superflus, 
Pourquoi ces cris, ces alarmes? 
Ton époux ne t'entend plus ». 

. ... De la célèbre Matrone 
Que Tantiquité nous prone, 
N*imitez point le dégóut; 
Ou. pour rhonneur de Pètrone, 
Imitez-la jusqu* au bout. 
Les chroniques les plus amples 
Des veuves de premiers temps 
Nous fournissent peu d' exemples 
D'Artèmises de vingt ans. 
Plus leur douleur est illustre. 
Et plus elle sert de lustre 
A leur amoureux essor: 
Andromaque, en moins d*un lustre^ 
Rempla^a deux fois Hector (1). 



(1) Ode Vili del libro II. 





— ccx — 

E avrebbe potuto aggiungere che Bidone s' ab- 
bandonò presto a Enea, ancor tiepido il cenere di 
Siciieo. 

Ora a chi confronti la lunga serie degli svolgi- 
menti estetici della nostra novella sarà agevole av- 
vertire la sorte delle narrazioni scritte e riscritte e 
rifatte: ciascun nuovo narratore vuole aggiungere, 
per renderle più interessanti, qualche cosa di suo; 
e in tal guisa arrivano alla fine del loro viaggio 
arricchite di sempre nuove circostanze : una avven- 
tura ben semplice riesce a commedia o a romanzo. 

Quasi tutte le numerosissime versioni prosa^ 
stiche e poetiche della nostra novella sono diverse 
nei particolari accessori o nelle conclusioni, ma le 
stesse per il tipo unico, primitivo del racconto da 
cui procedono, e per il disegno concettuale, che è 
la satira della virtù e continenza della donna nello 
stato vedovile (1). 

Le stesse intitolazioni che essa assume non na- 
scondono le intenzioni degli autori; lo stesso fatto 
ancora che nel solo Novellino è il cavaliere che 
va a chiedere il morto, e in tutti gli altri rifaci- 
menti è la donna, la vedova, che ha pronta l'idea 
del modo per cui salvare il nuovo sposo (il quale 

(1) G. Rua, nel suo lavoro su le Novelle del Mambriano 
del Cieco di Ferrara (Torino Loescher 1888) illustra la no- 
vella del e. X, U amore alla prova, che colpisce la lussuria 
delle donne con un racconto che dimostra come il più intenso 
amore in alcune svapori alla prima occasione in cui Tuomo 
non possa o fìnga di non potere più compiere i doveri suoi 
di marito; tema vastissimo e assai diffuso nella tradizione 
popolare. 



— CCXI — 

non pensa né pure a tale estremo) prova una volta 
di più quanto ho detto. E però la nostra novella, 
che non è certo quanto di meglio seppe trovare la 
fantasia d'un novelliere, deve la sua fortuna allo 
spirito beflfardo e satirico che tutta la informa e 
che è in questi lieti versi pieni di squisita e fresca 
grazia, onde il La Fontaine comincia la favola che 
già ricordammo. La Jeune Veuve^ 

La perte d' un époux ne va point sans soupirs : 
On fait beaucaup de bruit, et puis on se console. 
Sur les ailes du Temps la tristesse s' envole : 

Le Temps ramène les plaisirs. 

Entre la veuve d* une année 

Et la veuve d' un journée 
La difference est grande: on ne croiroit jamais 

Que ce fùt la mème personne; 
L'une fait fair les gens, et Tautre a mille attraits : 
Àux soupirs vrais ou faux celle-là s^abandonne; 
C'est toujuors mème note et pareil entretien. 

On dit qu' on est inconsolable : 

On le dit; mais il n'en est rien (1). 

(1) Fables, L. XI, f. 21.* 



Questo capitolo toglie ogni valore al mio lavoretto 
pubblicato pei tipi dello Zanichelli Y anno 1890, intitolato 
Come pervenne e rimase in Italia la Matrona d' Efeso. 



VII. 



Conolusione. 
(PercJiè ebbe fortuna il Romanzo dei Sette Savi) 

Studiati i vari svolgimenti estetici del Libro 
dei Sette Savi , appare ora manifesta P immensa 
popolarità di questa raccolta di novelle costrette 
in una cornice romanzesca, e sorge spontaneo il 
desiderio di conoscere le ragioni della meravi- 
gliosa diffusione, della grandissima fortuna di tutto 
il libro. 

La singolarità della narrazione che allungasi 
lenta lenta sopra di sé, ma senza intrecciarsi, è 
questa a punto, d' esser come un quadro maggiore 
che contiene altri quadri minori, così come le Miìle 
e una notte e altri libri orientali. 

La moglie o la bella d'un re s'innamora del figlio 
del re, bellissimo e virtuosissimo, e s'adopera, impronta 
e procace, a inamorarlo di sfe; il giovine, ripugnante, 
si racchiude in ostinato silenzio o solo minaccia con 
poche parole ; allora la donna, volto tutto V amore 
in grandissimo odio, l'accusa al re d'averla voluta 
sommettere alle sue oscene brame; sicché il sovrano 
lo condanna a morte. Questa prima parte del rac- 



— ccxni — 

conio non influisce su'! lettore per virtù d'ane, ma 
per ciò solo che narra una turpe malizia di donna. 
I sette savi , giusta il fine che si son prefissi, nar- 
ran le falsità e irr ini^anni delle donne; la regina 
per colilo suo ammonisce con esempi di figli cat- 
tivi e ingrati o ipocriti. E né pur le novelle desti- 
nate ad agire su V animo dell' imperatore £acendo 
che si S':>spen'ia o confermi la sentenza contro il 
princif»?, raggiungono il lor fine come opera d' arte, 
ma s*'j1o com? es^^mpi fecondi di pratiche conseguen- 
le. I raccor.ti invece delle Mi^^e e una noUe influi- 
scono su raninij del sultano come opera d' arte, 
ed eccitacio inieresse e curiosità se ne imposses- 
sano e Le iciikinaco V inlole crudele con presti- 
gio Tion siissimile a quello della cetra d' Apollo, 
che Fin laro nella Prima Pitia cosi meravi^rliosa- 
menie de^irisse. Ma, ripeto, Tiriteresse artistico e fan- 
tasti :o :Le òestaiio tur.e le narrazioni del nostro 
libro r-rl W/r^r-i: è assai p->«:o: ne^ìsun artista chiaro 
ed e2:-r'/.-rri:r lo pre^e L^jai a s-o^^^'etto, e ^juasi tutte 
le '.e:^:o:-i orie:-:ali e o::: ient/ili Rono a/kspot/j: 
la l*.:-'er.ia é patriiùor^io «jiasi asv^Iuto del jKif/^lo- 
Cr^" s:.: ,:arLe -ì::.. :^ la iioi/olarita tanto du- 
revo^^ ? 

W.^r^:* 2:'y^\ rr^'i: r ::.h la le^^^enda della 

iJiire ':\-::.'^/. ^z :*assic;.v- A ;/>«:-'; '^.x'f.Vì alla :uf',u\f' 
co:Le l'i \.'.\i '.r/4, o^^-rlla .; l'eira e l y/AlUj : doy^ 
la Hj.'!.^ ìi A:.:!.;:-e, I^-V:/ s;/vv> le ira; la <iual^? 
LOii t\:.'- 4 [\:j:':.^:\:< >ri ;;;o*.>,ev/> Ippolito 
_'^j; e.-i . . >'/: -, .0 :]*.::- 4iie h'>fr '.^/^jlie ac- 




— CCXIV — 

cusò a Teseo come avesse tentato alla sua o- 
nestà; onde V eroe lo maledi e supplicò Giove 
che lo punisse ; e invero Ippolito fu tratto a morte 
da' suoi cavalli spaventati d' un toro marino che 
Poseidone aveva suscitato dal mare. Così Anteia, 
moglie di Proito re di Tirinto, arse tutta in amore 
della forza del coraggio e della bellezza di Belle- 
rofonte che ella accusò al marito essendosi il giovine 
eroe mostrato freddo e inflessibile con lei; cosi fa 
Astidamia contro Peleo. 

In altre leggende ancora le donne accusano il 
figliastro, come in quelle d'Anagiro e di Filonome 
e Tenne. Filonome, moglie del re di Colone, calun- 
niò con r aiuto di un falso testimonio il suo figlia- 
stro Tennes che per ordine del padre fu rinchiuso 
con la sorella innocente in una cassa e gettato in mare; 
spinto dalie onde su Tenedo e ivi raccolto divenne 
poi re di queir isola. Anche Idia, moglie del re di 
Tracia Fineo, accusò entrambi i suoi figliastri di 
averle voluto recar violenza; ond' essi furon pro- 
pagginati e continuamente battuti con verghe, fin 
che non li liberarono gli Argonauti. E Fenix fu ac- 
ciecato da suo padre Amintore perchè la concubina 
di questo V aveva accusato d' averla sedotta. 

Delle orientali 6 celebre la tradizione di Giu- 
seppe di Putifarre, meno nota quella di Batau , 
che pone il luogo d' azione pure in Egitto : narra 
d' una donna che calunnia il cognato al marito. Sono 
ancor note quelle di Amgiad ed Assad nelle Mìffe 
e tma nottey e di Siyàvisch e Sùdàbed nel Libro 
dei i?(?, dove SiVlàbed, moglie del re Koikavas, 



— ccxv — 

s' innamora del figliastro Siyàvisch e l'eccita e in- 
vita a lussuria; e poiché il giovine si rifiuta d'ab- 
bandonarsi alle vivissime brame di lei, ella V ac- 
cusa nella solita guisa al padre. Ma il principe 
dimostra per la prova del fuoco la sua innocenza 
e la regina calunniatrice 6 condannata al rogo, poi 
salva dalle preghiere del principe. Ella e i suoi a- 
mici seguitano a ordire intrighi al giovine principe 
che è costretto a lasciar la Persia per nuovi paesi, 
dove è infine ucciso. Il padre, dieci anni dopo, ri- 
cevendo la notizia di tanta sciagura, trafigge la mo- 
glie causa di tutto il danno. 

Certo più numerose sono le. tradizioni greche 
che han relazioni di somiglianza co '1 racconto prin- 
cipale dei Sette Savi^ e alle ricordate — e non 
importa ricordarle tutte — si può aggiungere quella 
di tempi più recenti conservata nelF Asino tV oro. 
Apuleio racconta d' un giovine che non volle con- 
traccambiare r amore della matrigna dalla quale 
fu poi calunniato; fatto il giudizio fu salvo solo 
per la perspicacia d' uno de' suoi giudici. Peggio 
assai capitò ad Abrocome nel romanzo bizantino 
Abrocome ed Anzia; egli non avendo voluto dar 
ascolto alle profferte d'amore della sua padrona, fu 
da essa accusato al padre che ne prese crudele 
vendetta. Non molto dissimile è la storia di un 
altro romanzo bizantino, Le storie Etiopiche di E- 
liodoro. La ìer/r/encìa aurea narra di un giovine cri- 
stiano che la vera madre voleva indurre con sé ad 
atti lussuriosi; poicliò egli s'era opposto, la madre 
l'accusò (Taverhi voluta violentarc.il giovine, non vo- 



— CCXVI — 

lendo scoprire la iiiadrc, non rispose ad alcune do- 
mande del giudice ; proprio come il principe nei 
Sette Savi. Ma poiché egli si era confidato a Sant'An- 
drea e r aveva richiesto di intercedere per sé presso 
Iddio, il santo si presentò al giudice, senza per al- 
tro ottenere nessun risultato; giacché il giovine fu 
condannato a morte e V apostolo gettato in carcere. 
Ma ivi egli pregò si a lungo e con tal fervore di fede 
che si produssero uno spaventevole uragano e un ter- 
ribile terremoto; un fulmine uccise l'empia madre, 
e il santo e il giovine furon salvi. 

Nella letteratura popolare la leggenda della ma- 
trigna calunniatrice trova riscontro nella Storta della 
bellissima Violante che s'innamorò del proprio fi- 
gliuolo; nelle letterature moderne nella storia di 
Fausta e Crispo, di Gualtieri d' Anguersa e di 
Isabella e don Carlo. 

E notevole che gli eroi di queste leggende pre- 
sentino quasi tutti i caratteri più spiccati di intelli- 
genza e di saggezza, anzi alcuni di essi emergano 
anclie per il loro spirito profetico; ed é pur notevole 
che questa sapienza, questo spirito profetico sia 
da loro acquistato nel periodo della loro ottene- 
brazione , quando appunto sembrano stare a pre- 
pararsi por comparire più splendidi e potenti nel 
loro risorgimento. 

Ai mitologi comparatori verrà subito in mente 
la formula mitica del sole, che, durante la notte o 
il periodo invernale (e nei Sette Savi il figlio sta 
lungo periodo di tempo, vario a seconda delle com- 
posizioni, rinchiuso ad ammaestrarsi ) si rinselva o ò 



— CCXVII — 

chiuso in una prigione, in una casa oscura, nella 
casa del mago; quivi sa rubare la scienza al pa- 
drone tenebroso della casa, finché poi risorge pro- 
fittando della sapienza acquistata in quel ritiro. 
Anche la fine di tutti questi eroi richiamerebbe a 
un mito di origine solare, e precisamente al fatto del 
tramonto, come succede manifestamente per Ippolito : 
in fatti osserviamo che talora Teroe finisce nel mare. 

Per il Puntoni alcune delle leggende sopraccen- 
nate hanno effettivamente un nesso storico tra di loro 
e debbono riportarsi ad una interpretazione mitologi- 
ca; per altre invece trova il Puntoni la ragione della 
lor diffusione nella satira delle donne, ed è il nostro 
caso (1) ; poiché i Sette Savi così per il quadro ge- 
nerale come per le novelle intrecciatevi soddisface- 
vano e soddisfano alle tendenze misogine del popolo. 

La spiegazione mitologica d' un'altra parte della 
leggenda della matrigna accusatrice è data dal Most; 
il quale opina che la leggenda ippolitea sia deri- 
vata dal fatto naturale del sorgere e dell' innal- 
zarsi della luna, allorquando il sole è al tramonto. 
Il correr della luna dietro il sole senza mai poterlo 
raggiungere, dichiara, secondo lui, il fatto mitico di 
Fedra (la splendente) che è innamorata di Ippolito 
senza che questi voglia accondiscendere alle sue 
voglie. 

Certo 6 questo : che per via dei Sette Savi quasi 
tutti i popoli colti ebber nel medio evo e nel mo- 

(1) V. Puntoni, Studi di mif, greca ed italica. Sulla 
formazione del mito di Ippolito e Fedra, Pisa, Nistri, 1884, 
cap. VI. 



— CCXVIII — 

derno la leggenda del giovinetto perseguitato dalla ca- 
lunnia novercale. 

E questo racconto è rimasto fermo e invariato 
ne' tratti principali, pur soflFrendo alcune modifica- 
zioni nelle varie rielaborazioni del libro. Cosi nella 
Calumma latina, nei Sept Sages^ nelle composizioni 
tedesche e italiane , il principe è educato da sette 
savi d'ugual grado; nel libro di SindibàcI, nell'opera 
ebraica, nelle persiane e nella spagnola è un filo- 
sofo solo che sostiene la prima parte. Nei Qua- 
ranta visir i^ nel Syntipas e in Nakhshebi la difesa 
è fatta da un savio solo, e invece degli altri savi 
parlano i visiri. Nel Dolopathos il maestro del prin- 
cipe è Virgilio che 

La letre li ensei^ne et monstre 
Par reson coment on doit mettre 
£q sillabe chascune lettre. 

Nel Libro di Sindibàd , Sindibàd , il savio , s' as- 
sume solo l'educazione del principe e anche, quando 
viene il bisogno, lo difende come può ; ma le novelle 
son narrate tutte dai visiri, dalla regina e dal prin- 
cipe. 

Variano, naturalmente a seconda delle varie 
composizioni, i luoghi dove accade la scena e dove 
il principe viene educato. 

La colpa della regina è in tutte le opere egual- 
mente grave; solo nella Calumnia la regina è descritta 
anche come adultera; mentre nell' Erasto si tenta di 
farla apparire più scusabile e vittima quasi del fato. In 
vero si racconta che il messaggero mandato da 
Afrodisia al giovine principe con doni e lettere la 



— CCXIX — 

inganna su le intenzioni di lui, sicché ella si creda 
amata. E quando ella è imprigionata su T accusa 
d' Erasto, si toglie la vita con uno spillo; mentre in 
altre versioni ò bruciata viva, o graziata per inter- 
cessione del principe: nel Si/ntipas^ per consiglio 
del principe, le è raso il capo, è posta sopra un 
asino co '1 viso verso la groppa e menata attorno 
per la città, seguita da due gridatori che procla- 
mano il suo delitto ; in altre redazioni francesi e 
italiane la sorte della regina dipende da un giudizio 
di Dio, combattuto fra il principe e un parente di 
lei tra due cavalieri. 

In quasi tutte le versioni la regina s' innamora 
del figliastro senz' averlo mai veduto (1); in alcune 

(1) Anche questo amóre per persona lontana , è tema 
diffusissimo nelle letterature orientale e medievale. « Quanto 
air amoro per donna lontana e non mai veduta — Berzu e 
preso d'amore per la figlia del re dell' lemen senza averla 
mai veduta —, si noti che Firdusi fii innamorare Zal di 
Rudabeh , e questa di quello , senza che si siano mai incon- 
trati , ed egualmente Gushtasp e Ketayuna .... Tutti i 
poeti ciclici , come V autore ignoto del Berzu^n/imeh, hanno 
copiato o seguitato Firdusi , il quale invece nelle storie 
d' amore seguo un argomento che era comune e popo- 
lare. Dopo di lui , tutti i romanzieri fanno innamorare gli 
amanti senza che si veggano. Nizami , per esempio, nel 
suo poema che ha per titolo Le sette beltà fa innamorare 
re Behram di sette fanciulle che non ha mai veduto. 

Col fiorire della filosofìa mistica e panteistica in Persia 
dal XII secolo in poi, il soggetto amoroso diventa mistico, e 
r amante è V anima umana che sospira alla sua bella non 
mai veduta (Dio), e sospira per perdersi in lei (F annienta- 
mento finale) », (V. Rugarli, introduzione alla traduzione dal 



— ccxx — 

soltanto quando il principe non vuole e 'la re- 
gina tenta d' indurlo a parlare , come nel Libro 
di Sindibàd (dove non è la regina, ma una ragazza 
di corte che s'innamora) e nel Doìopathos. E pur 
quasi in tutte le composizioni la regina tenta il 
pudore del giovine. In alcune anzi questa scena è 
descritta minutamente e con compiacenza di colori 
degna di un verista o simbolista moderni ; conosciamo 
già per esempio un po' della scena dell' Amabile 
di continentia e dei Sept SageSj e chi non è sazio e 
può confronti il Doìopathos. 

Quanto al carattere della narrazione nella 
Calumnia Novercalis si evita tutto ciò che sa 
di cristiano , e vi si parla invece di Giunone , 
di Venere e di Apollo. Nel Doìopathos il re è 
pagano e solo dopo la sua morte il figlio, Luci- 
nien, si converte al cristianesimo e la storia della 
sua conversione vien narrata compiutamente. Nei 
Sette Savi francesi V imperatore Vespasiano è 
da principio un buon cristiano che combatte gli 
ebrei. Nei nostri Erasti si mostra troppo lo sforzo 
di dare alle persone e ai fatti del racconto, diciam 
così, cornice, un colorito antico; tutto che sa di 
cristiano o di medievale vi è evitato ; ma anche 
r elemento pagano vi è poco chiaramente ritratto ; 
e mentre da una parte ogni studio è ad evitare ciò 
che sa di cristiano, nalF altra vi si parla di frati. 

persiano de La Gazzella di Berzu. Bologna, Zanichelli, 1889). 
Nel medio evo è famosa la leggenda di 

Gianfrè Rudel, eh' usò la vela e '1 remo 
A cercar la sua morte. 



— CCXXl — 

Il costume medievale è invece visibilissimo nel 
Dolopathos. Questo re di Sicilia e vassallo dell' im- 
peratore Augusto (che viene anche chiamato li rot 
Cesar) ha anch' egli i suoi vassalli e si comporta 
in tutto più come un alto barone o un re del medio 
evo che come un contemporaneo d' Augusto. 

Con tutti questi piccoli cambiamenti, il vero fatto 
principale resta immutato; son cangiati il teatro 
dell' azione, le persone ed alcuni particolari. 

E come varia il racconto principale, così e più 
variano il numero e la qualità delle novelle : alcune 
soggiacciono agli stessi mutamenti cui soggiacque il 
racconto principale, altre vennero affatto lasciate 
sostituite da nuove; ed è a notarsi che resiste- 
rono più quelle che narran triste cose delle don- 
ne; sicché è da concludere che tutto il libro 
ha la sua ragione nella satira delle donne. Una 
riprova si può vedere in ciò, che una delle re- 
dazioni primitive, quella di Nakhshebi, ha soltanto 
sei novelle narrate dai visiri : la matrigna dunque 
non narra; le bastan forse poche carezze al re 
vecchio e debole; e così appar più chiaro e men 
turbato dalle aggiunte il vero fine del libro ; ciò 
è di premunire contro le frodi delle donne. In altre 
redazioni, specie nelle composizioni occidentali, 
eccettuato il Dolopathos ^V orditura, cambia un poco: 
anche la donna contrappone esempi a quelli dei 
savi a provocar la sentenza rimessa ; ma ci accor- 
giam presto che soltanto la satira delle donne è 
voluta dall' autore e si rileva da tutto il libro. 

E non varia solo il numero delle novelle, va- 



— CCXXII — 

riano anche le persone che cominciano a narrarle; 
da noi cominciano la matrigna nella versione fran- 
cese italica, i savi nella versio italica. 

Può essere che quello clie piaceva ancora in 
quest' opera fosse V agio di scartare vecchie novelle 
e accoglierne nuove e in maggior numero ; ma 
perchè le novelle nuove, se narrate dai savi, ob- 
bedivan sempre a un concetto pessimista delle donne ? 
Certo dovè essere un' altra ragione più potente e 
più intrinseca, a dar tanta e tanto lunga vita al 
romanzo. 

Fa meraviglia vedere come le novelle pri- 
mitive si diffondessero tra i popoli più remoti, presso 
i quali si ripetevano in prosa e in verso, ampliate, 
rifoggiate sempre a genio dei novellatori e del 
loro uditorio, ma conservando della prima inven- 
zione la finzione o T avventura o, sopra tutto, la 
condizione psicologica. Le varianti non son opere 
né del caso, né del capriccio, ma più tosto dello 
stato del popolo tra '1 quale corre la tradizione 
delle condizioni speciali del paese alle quali le 
tradizioni si conformano. Dal luogo donde le no- 
velle provengono direttamente, soffrono per la serie 
de' tempi e le condizioni de' luoghi un processo 
psicologico di trasformazione, a cui concorrono con 
più meno d' efficacia le varie tendenze degli uomini 
e le differenti manifestazioni della natura. Ma il 
fondo della favola rimane lo stesso : la tradizione 
è unica se bene varia e multiforme. Ciò che più si 
mutava erano i nomi dei personaggi e de' luoghi, 
il tempo e però anche il colorito focale. 



— CCXXIII — 

E par miracolo da vero che il nostro libro, 
passato per popoli ed età di indole e natura diffe- 
rentissimi , variamente rifatto, posto in balia dei 
traduttori e più ancora della fantasia popolare, 
possente rimescolatrice di racconti, par miracolo 
che questo libro abbia cosi ben conservata tutta la 
trama della stoffa primitiva (1). A spiegarne la 
gran fortuna non basta dire che anticamente qua- 
lunque argomento, da qualunque parte venuto, era 
novella pur che V avventura eccitasse e soddisfa- 
cesse la curiosità con T esito impreveduto ; e Tarte 
non essendo V elemento dominante nei Sette Saviy 
bisogna pur cercare la ragione della sua popola- 
rità in ciò che ne costituisce il soggetto. 

E basta appunto dare un' occhiata al racconto 
per accorgersi che le arti, le astuzie e le vergogne 
delle donne in esso rappresentate sono la ragione 
della sua miracolosa fortuna. L'estrema popolarità di 
questo tema d' innumerevoli novelle cosi in Oriente 
come neir Europa medievale, è dunque la principal 
cagione del nostro novelliere. 

In Oriente la donna era tenuta in conto d' un 
essere tanto più astuto quanto più debole e gelo- 
samente custodito, e in questo rispetto argomento 
a una gran moltitudine di maliziose novelle. Natu- 
ralmente in questi racconti figura in ispecie la donna 
nello stato coniugale e messa alla prova ; e il più 
schietto tipo letterario della donna alla prova è 

(l) Comparetti, Osserrazioni intorno al Libro dei Sette 
Savi di Roma. Pisa, Nistri, 1805, p. 10. 



— CCXXIV — 

a punto la Matrona d' Efeso che abbiam vista 
variata all' infinito da novellieri e poeti antichi e 
moderni, italiani e stranieri, e portata fin su '1 
teatro. La satira della donna poi in questo libro è 
duplice: contro la moglie nelle novelle, contro la 
matrigna neir avventura principale ; e nel fatto 
in latino assunse il titolo di Historia cahimnzae 
novercahs e in francese di Histoire de la male 
maiTastre. 

E ragione alla avversione e però alla satira 
contro la donna è da trovarsi anche (parrà strano 
e inverosimile) nella religione e nella morale religiosa 
dei popoli donde originò e per cui peregrinò la 
leggenda. Poiché oggi è certo che i racconti 
orientali che sono penetrati nelle letterature europee 
vengono per lo più dall' India ed hanno un carattere 
chiaramente buddistico; e la religione di Budda, setta 
filosofica e sociale nata nel seno del bramanismo 
oltre sei secoli avanti Cristo, era anzitutto una 
scuola di morale. Essa non deve il suo fascino 
meraviglioso in ogni paese al solo nirvdnay il 
dogma della superiorità assoluta del nulla su V es- 
sere ; si bene allo conseguenze pratiche che Budda 
e i suoi discepoli dedussero dal dogma- E i rac- 
conti e lo parabole furon ben presto uno de' mezzi 
più dì sovente usati dai buddisti a insegnare e pro- 
pagare ì loro ammaestramenti morali. E poiché la 
morale buddistica abbraccia tutta intera la vita 
umaUva, così quei racconti assunsero forme dispara- 
tissime. Per lo più servono, con infinita varietà di 
applicazioni, agli insegnamenti principali : racco- 



— ccxxv — 

mandano la prudenza, la misericordia, l'abnegazione; 
insegnano a non fidarsi delle apparenze, a non 
credere — il mondo stesso non essendo tutto intero 
che una illusione — né al proprio valore, né alla 
propria potenza, né alla propria fortuna, e sopra 
tutto, a non fidarsi delle donne, causa di ogni 
errore. 

Ora chi ripensi le grandi relazioni di somi- 
glianza tra la concezione buddistica e la cristiana 
del mondo, del destino, dell'anima e della vita, 
intenderà facilmente come i racconti orientali d' ispi- 
razione buddistica, venuti a' paesi cristiani, si tro- 
vassero a loro agio e fiorissero con rigoglio mag- 
giore ; poiché i rapporti di somiglianza tra una 
religione e l'altra son veramente numerosi, se bene 
per r origine loro dogmatica finiscono in vero anta- 
gonismo. Ma l'ascetismo, il celibato religioso, la 
povortà volontaria, la vita religiosa in comune, son 
concetti sviluppatisi naturalmente nelle due reli- 
gioni, sotto l'influenza delle stesse ispirazioni: l'abne- 
gazione, la carità, l'amore della castità e dell'umiltà, 
il timore delle tentazioni, il disprezzo del mondo e 
la vanità d' ogni creata cosa. Cosi che alcuni di 
quei racconti han potuto, senza quasi mutamenti, 
diventar leggende cristiane; e un discepolo di Budda 
ha potuto diventar un santo cristiano e Budda stesso 
é entrato nel martirologio officiale della Chiesa! 

E da notare per altro che tra le parabole del 
cristianesimo primitivo e quelle del buddismo é 
una differenza essenziale: le prime non sono che 
allegorie, prive più spesso d'ogni interesse e che 



— CCXXVI — 

devono il loro valore al senso riposto, dogmatico 
e mistico, più tosto che a quello morale ; le seconde 
sono invece aneddoti d'ogni sorta che vogliono 
piacere istruendo, e far comprendere la conclusione 
morale co '1 mezzo della grazia e dell' arguzia del 
racconto. 

Per queste ragioni la leggenda buddistica di 
Sindibàd, passata nel medio evo in Europa, non parve 
frutto strano ed esotico. Per le novelle non origi- 
narie, che s' eran perdute, raccolte nel passaggio e 
accomodate nella cornice, novelle d'ogni specie, è 
da osservare che la novella fu, dei generi letterari, 
quello che il medio evo ebbe più caro, e non solo 
per queir indomabile desiderio del racconto proprio 
a tutte le infanzie dei popoli e però al medio evo ch'è 
pur una lunga e selvaggia e singolarissima infanzia ; 
ma perchè esso potè volgerla a favorire i suoi istinti 
e i suoi finì di misticismo e di simbolismo. In fatti 
questo peculiar carattere della novella del medio evo, 
di servire ad applicazioni morali e a precetti ascetici, 
è provato da una lunga serie di opere ; e anche 
i padri della chiesa, anche i vescovi, si servivano 
di queste narrazioni, accettando o meglio scegliendo 
le più strane, le più sciocche, le più ributtanti 
e immorali, e da queste traendo le applicazioni volute. 

Era naturale : il Cristianesimo non poteva di- 
struggere quei conati di risurrezione del mondo pa- 
gano congiurante d'intorno a lui; invece se ne ap- 
propriava la materia volgendone a intendimenti reli- 
giosi lo spirito informatore ; ed esso che aveva 
prima contribuito a rialzare la donna, l' abbassa poi 



— CCXXVII — 

considerandola instrumento di depravazione ; quindi 
anche la religione e la morale religiosa contribui- 
rono a divulgare la nostra storia nell' età medievale. 
Anche la questione del celibato dei preti, si 
fervidamente agitata e condotta a fine nel secolo 
decimo secondo, contribuì certo a moltiplicare simili 
scritti contro le donne; ond'è che novelle d'astuzie 
femminili, di rado morali, saliron su '1 pulpito e 
furon volte a intendimenti religiosi cristiani. E i 
motivi intimi a queste novelle, tanto nella religion 
cristiana, quanto nella buddistica, sono gli stessi : 
r abbandono di tutto ciò che eccita i desideri e 
turba l'anima, T assoluta padronanza di sé medesimi, 
il timore dei legami e delle pene mondane. I padri 
della chiesa inspiravano V amore per il celibato 
vantando la bellezza mistica della virginità ; i bud- 
disti invece mostrando le laidezze, le volgarità, le 
curo e i pericoli del matrimonio. E questi ultimi 
racconti furon accolti con predilezione dai monaci 
di Occidente. Così si può affermare che se i troveri 
intrattenevano lietamente le brigate con racconti 
ne' quali la donna figurava per astuzia quasi in 
quella maniera che la volpe nella favola esopica, 
ad essi oran venuti preparando e preparavano tut- 
tavia il terreno i monaci e gli asceti cristiani, che, 
studiandosi di onorare il celibato e di premunire 
i fedeli contro le tentazioni, non si facevano scru- 
polo di far buon viso a queste novelle sferzanti le 
donne maritate. Ma quel sentimento non era, s'in- 
tende bene, nò tutto puro né tutto schietto né tutto 
oggettivo; e bene lo spiega il Carducci; «monaci 



— ccxxvni — 

e trovatori, egli dice, piacentisi gli uni e gli altri 
a' racconti ove campeggiasse la malizia e la fragi- 
lità della più bella parte del genere umano, i primi 
per quell'odio claustrale alla donna si fieramente 
ritratto in certe pagine di S. Bernardo, che ricorda 
un po' l'avversione del cane idrofobo all'acqua; i 
secondi per quella loro gaillardise gauhtse, monaci 
e trovatori diffusero per l' occidente l' arti e le 
vergogne dell'indiana regina» (1). 

E qualcuno dei monaci raccontava invero delle 
novelle immorali anche per ridere e far ridere, 
sicché r autorità chiesastica dovè occuparsene e 
proibire al clero di accomunarsi coi goliardi e di 
mescolare ai sermoni fabulas, jocos^ dicteria et 
scommata quibus risits excitetur (2). 

E chi erano i troveri e i goliardi co' quali 
la gente di chiesa aveva comune il disprezzo e il 
dileggio della donna? 

Verso la metà del decimo secondo secolo nel 
comune di Francia, libero forte e quieto, nacque 
la classe borghese , e un fermento democratico 
s' introdusse nella letteratura fino allora spiccata- 
mente aristocratica, poiché con la borghesia ger- 
mogliò anche il gusto dell' osservazione realista e 
motteggevole e lo spirito di derisione pervase fin 
l' opere eroiche : nacque il fabliau (3). Cosi minac- 



(1) TI Libro dei Sette Savi, in Perseveranza cìt. 22 
genn. 1867. 

(2) Confr. Comparettì, Osservazioni cit., p. 15. 

(3) fablau come altri vogliono. 



— CCXXIX — 

ciata, questa aristocrazia si ripiega istintivamente 
sopra sé stessa : si racchiude, si esalta, anche, nel 
sentimento della sua superiorità di educazione, di 
abitudini o di idealità , e i romanzi della Tavola 
Rotonda, espressione di tal contrasto, si contrap- 
pongono ai fahliaux popolari : Sancio Pancia si 
lancia in cucina, mentre don Chisciotte corre Pav- 
venture ; e T amore di Tristano e d' Isotta, forte 
come la morte, condanna i piaceri grossolani dei 
pautonniers d' Arras e d' Orleans. Invece donde 
trae materia il fabliau ? I jongìeurs non hanno 
che da raccogHere i racconti che fin dall' alto me- 
dio evo vegetano oscuramente nella tradizione orale, 
dove sono sottili intrecci, mirabilmente composti, 
cornici eccellenti per i loro quadri di costumi 
faceti. 

Ecco i fahliaux: racconti narrati, mai o quasi 
cantati, racconti piacevoli, da ridere, in versi brevi, 
a volta a volta leggeri e rozzi , ora arguti ora 
cinici, ridenti d' un riso troppo facile, sempre bef- 
fardo. Un po' delle sue tendenze comunica il fabliau 
ai generi letterari più vicini; vivendo contempora- 
neamente alle più pure leggende cavalleresche, con- 
tamina talora i poemi più nobili; non si rassegna 
alla fiera e ai bivii; ma portato dagli infimi go- 
liardi e dai più umili jongìeurs , entra nelle sale 
signorili, penetra nelle camere delle donne , arriva 
fino alle soglie delle solenni corti fiamminghe. Ma 
improvvisamente, co'l primo ventennio del secolo 
decimoquarto, muore. Il jongleur sparisce e com- 
pare il letterato. 

EUASTO XV 



— ccxxx — 

E quale il valore dei fahliauxì Letterario? 
storico ? satirico ? Se il valore letterario delle opere 
deir ingegno umano si rileva essenzialmente da 
qualche senso d' arte o da qualche singolarità delle 
cose della natura e dell* arte, sia lecito ormai aflfer- 
mare che a pena un'ombra di tutto ciò si trova 
nella letteratura francese del medio evo e meno 
ancora, o forse niente, nei /aft/eawo? ( 1 ). Che se non 
ostante la materia di essi troppo spesso villana e 
lo spirito che è di derisione volgare e goffa, e la 
volgarità e la meschinità e la villania dello stile, 
la lingua ne è sana, veramente francese, esatta e 
giusta, si pensi che i fabliaux sbocciarono e fiori- 
rono nel periodo classico della lingua francese del 
medio evo; quando cioè la lingua francese aveva già 
tutta r agilità e la disinvoltura necessarie all'espres- 
sione di quei particolari della vita comune che son 
pur gran parte dell' interesse dei fabliaux ; sicché 
si può dire che la lingua dei loro tempi favorì lo 
svolgimento del genere. 

E il loro valore storico in che consiste ? Nelle 
notizie su la vita comune, la vita quotidiana, la 
vita privata dei loro tempi. I troveri, così credet- 
tero tutti una volta e così credono ancora molti, 
sono eccellenti storiografi sia che ci conducano alla 
gran fiera di Troyes, dove stanno ammonticchiate 
tante ricchezze : tazze d' oro e d' argento, stoffe di 



(1) Si posson eccettuare due fabliaux di Gautier le 
Long: Vaìet qui d* aise à mésaise se met, e, già ricordato, 
La veure. 



— CCXXXI — 

scarlatto e di seta, lane di Saìnt-Omer e di Bruges; 
sia che ci dipingano la piccola città posta in alto, 
addormentata sotto le stelle, verso la quale sale 
penosamente un cavaliere tournoieur ; sia che ci 
mostrino il villano, la pesante borsa alla cintura e 
il lungo pungolo nella mano, che al ritorno dal mer- 
cato de' buoi conta i suoi denari ; sia che descrivano 
il presbiterio o qualche nobile festa o il signore 
che tien tavola bandita e si piace dei canti de' mene- 
strelli. Ma quale che possa essere V interesse di que- 
sto genere di particolari, non si deve esagerarne l'im- 
portanza, né sopra tutto si può accettarne P auten- 
ticità senza riscontro; il che è quanto dire che 
in altre fonti che non siano i fabliaax abbondano 
le medesime notizie, più pure e più sicure ; cosi le 
notizie che quelli ci procurano o potrebbero pro- 
curarci, noi conosciamo d'altra parte; e se Rute- 
beuf Colin Maret o Gautier le Long non avessero 
mai scritto, noi non ignoreremmo certo né come 
si mangiasse, né come si amasse, né come si abbi- 
gliassero, né come si divertissero a Parigi al tempo 
di San Luigi. Sotto questo riguardo dunque il 
valore dei fabliaux non oltrepassa quello d' un 
romanzo della Tavola Rotonda o d' una cronaca 
latina. 

Sarebbe più vivo, e sopra tutto singolare, se 
vi trovassimo qualche intenzion d' arte o almeno 
qualche intenzione di satira. Ciò a punto che por 
lungo tempo i critici e storici letterari credettero di 
vedervi, ciò che si crede di vedervi ancora e che J. 
Bédier, 1' autore del libro più sapiente e più equo. 



CCXXXII — 

il migliore che si abbia sui fabliaiia:, non vuol 
vedervi. Lo spirito dei fabliaiix , egli scrive, non 
è che raramente satirico, poiché la satira suppone 
la collera, il rancore, il disprezzo, il coraggio : ora 
che coraggio è quello di mettersi sempre dalla 
parte della forza? di favorire il vescovo contro 
l'umile €provoire», il barone contro il villano? E 
poi la satira implica naturalmente la visione d' uno 
stato di cose più perfetto che si rimpiange o si 
desidera, ma che s' invoca ; e gli autori di fabliaux 
non si elevano alla satira, s^ arrestano a metà strada, 
contenti di essere abilissimi caricaturisti; essi mot- 
teggiano, deridono; lo spirito che li anima è fatto 
di buon senso fronJeur e gaio, d' una intuizione 
precisa della vita vera e reale. Punto di ingenuità 
in loro, ma un tour ironìque de niaìserie maligne; 
non collera né satira se non qualche volta contro 
i preti ; ma è in essi la derisione che ricrea perchè 
unita alla credenza comune a tutto il medio evo che 
niente quaggiù deve né può mutare; che l'ordine 
stabilito, immutabile, é il buono ; quindi ottimismo, 
realismo senza amarezza: la gioia del vivere (1). 
«Mais M. Bédier — gli osservò acutamente Ferdi- 
nando Brunetiére — s' est-il aper^u qu' on pouvait 
retourner V argument ? et que, clercs ou bourgeois, 
manans ou chevaliers, si nos Fabliaux se moquent 
de tout le monde, également ou indifferemment, 
on ne veut rien dire de plus quand on les trouve 
décidément satiriques ?» E nel fatto qualunque sia 

(1) Bédier op. cit p. 299 e sgrg. 



— CCXXXIII — 

il soggetto che un autore si propone, e quando 
egli non pretenda che divertirci, il suo racconto 
non è forse satirico se egli prende un' aria di 
superiorità su le vittime delle sue piacevolezze? (1). 
Così è dei troveri. Non hanno il disprezzo filosofico 
deir uomo o della società del loro tempo, ma quello 
dei personaggi che mettono in scena: hanno il più 
gran disprezzo per le donne e quello, e forse è anche 
odio, per la gente di chiesa, come il Bédier stesso 
ammette. E veramente in una lunga serie di racconti 
i troveri, con gioia non mai rattenuta, dileggiano 
i preti e i monaci e li trascinano per avventure 
tragicamente oscene; e se Podio è sufficiente a 
inspirare la satira, non v' ha satire più vigorose di 
quelle. Forse è questa la vera significazione del 
fabliau francese : il nemico per lui è V uomo che 
il preteso carattere sacro non preserva sempre dalle 
debolezze umane, è sopra tutto" l'importuno che 
predica una morale, il cui primo articolo ordina la 
repressione degli istinti che egli chiama naturali 
e che in lui non sono che animali. In questo senso 
dunque i fahUaux sono satirici. Il posto che non 
possono occupare nella storia dell'arte, tengono 
nella storia delle idee. 

Popolari pe'l loro accento di rozzo realismo, 
sono tali anche por lo spirito di sorda opposizione 
o di rivolta latente che li anima. 



(1) Lesi fahliauo: du moyen age et V origine des contesy 
in Revue des Deux Mondes^ V. Sett. 1892. 



— CCXXXIV — 

Le femmine non sono meno maltrattate dei 
preti nella più parte dei fahliaux ; esse sono per- 
verse, contradicenti, ostinate. Codarde, sono ardite 
al male e capaci di fredde vendette. Follemente 
bisognose e vogliose di godere, come la Matrona 
d' Efeso ; insaziabili, come una d' esse confessa al 
marito travestito da frate, sono la malizia incarnata. 

La moralità di questi fahliaux è ne' seguenti 
versi, brutali e villani : 

Enseigner voil par ceste fable 
Que fame set plus que deiable; 
De ma fable faz tei defin 
Que chascuDS se gart de la soe, 
Qu'ele ne li face eoe.... 

E chi non rammenta i versi del fabliau che già 
ricordammo. La veuveì 

. . fame est mout test a¥rie 
A plorer et a grant duel faire, 
Quant' elle a . 1 . poi contraire, 
Et test a grant duel oublìé. 

E la chiusa? 

Por ce tieng celui à fol 

Qui trop met en fame sa cure; 

Fame est de trop foible nature, 

De noient rit, de noient pleure, 

Fame aime et het en trop poi d' eure ; 

Test est se talenz remuez: 

Qui fame croit, si est desvé. 

Le donne dunque nel mondo borghese del 
medio evo sembrano aver incurvata la testa così 
basso sotto la legge della forza e della brutalità^ 



— ccxxxv — 

come in nessun tempo e in nessun luogo della terra; 
né la madre né la sposa né la sorella hanno pur posto 
in questa cinica epopea popolare; e tale concezione 
della donna parve giustamente al Brunetière il 
disonore d'una letteratura (1). 

Ma il disprezzo brutale delle donne é proprio 
e solo degli autori di fabliaux ? si chiede il Bédier. 
Nel fatto la metà delle opere del secolo decimoterzo 
hanno lo stesso spirito che i fabliaux^ le medesime 
sorgenti di allettamento e di diletto. E tutte le com- 
posizioni non pur di quel tempo, ma medievali del 
Libro dei Sette Savi abbondano di feroci ingiurie 
contro le donne. Ricordo e riporto del Dolopathos 
i seguenti versi: 

Fame se change en petit d' aure ; 
Orendroit rit, orendroit pleure ; 
Or chace, or fuit; or het, or aime; 
Fame est li oisiaus sor la raime, 
Qui or descent et or remonte 

(v. 4254). 

Forse per i bisogni dei loro racconti licenziosi, i 
troveri furon forzati a dipingere, senza malizia, le 
loro viziose eroine? No: ma se essi pescarono 
questi grassi racconti e non altri , dal vasto serba- 
toio delle storie popolari, si fu che videro in essi 
eccellenti esempi a dichiarare le loro ingiuriose 
teorie che preesistevano. 



(1) La liti, fran^aise du moyen age ^ negli Èfudes 
nritiques sur V histoire de la litf. fr. Première sèrie, Paris.. 



— CCXXXVI — 

Le mépris des femmes est la cause, non 
r effet Quest' articolo di fede : le donne sono crea- 
ture inferiori, degradate, viziose è la semente, il 
lievito dei fabliaicx. E ciò non è forse satira ? 
cliiede il Brunetière , e una satira della quale 
r intenzione sociale è senza dubbio assai carat- 
teristica ? In realtà si tratta di mantenere la 
donna in una condizione d' inferiorità assoluta; 
figlio di borghese o figlio di villano, si educava 
r uomo a non vedere nella donna che un istru mento 
di piacere o tutt' al più una massaia. E mentre 
al contrario i romanzi della Tavola Rotonda, sim- 
boleggiando tutte le virtù nella donna, le creavano 
attorno un'atmosfera d'amore, nella quale doveva 
muovei*si per tanti secoli lo spirito umano, i fabliaucr 
continuavano ad essere la protesta del basso natu- 
ralismo contro il nuovo ideale. Né ficrlie, né madri 
e ancor meno amanti, ma spose, e che spose! — delle 
quali non sarebbe agevole dir qui le esigenze — , 
ecco le eroine ordinarie dei fahliauj:. 

Dunque satira: e certo ha ragione il Bédier 
quando atlorma che questo genere di satira incon- 
sapevole non ha il valore né V importanza della 
satira delP autore dei Janìhrs ^ per esempio, o dei 
Cini fi ìncus; ma quei poveri troveri eran costretti 
dal bisogno a vivere delle lilvralità dei signori o 
dei borghesi, onde non potevan attaccarli di fronte ; 
e i generi letterari del medio evo avevan qualche 
cosa ancora di tluttuante e d" indeterminato; e d'altra 
parte dell' o lio, del disprezzo e della collera ve 



u 



— ccxxxvn — 

n' ha a bastanza in più d' uno di quei racconti e 
nei particolari che ne sono T ordinario ornamento. 
Dunque Io spirito dei fahltaux rappresenta 
uno degli aspetti più significativi dello stesso spi- 
rito del medio evo : il disprezzo brutale per le 
donne e l'ostilità beflFarda contro i preti e i frati. 
L'altro aspetto è appunto rappresentato anche da 
qualche altro fabliau , fatto della più nobile e 
squisita ispirazione e che ci trasporta in un altro 
mondo; dai poemi cavallereschi , e dalle tradizioni 
celtiche. Da una parte i fahltaux e Renarti dal- 
l'altra la Tavola Rotonda. Giammai le donne han 
chinata la testa cosi bassa, e pure mai sono state 
esaltate così altamente come nelle canzoni d' amore, 
nelle lais bretoni, nei romanzi del ciclo d'Artù. E 
questo opporsi della bassezza dello spirito che si 
chiama gauloise all' elevazione eroica e cristiana 
delle canzoni di geste, parve e pare tuttavia a molti 
un fatto strano e nuovo. Cosi Domenico Comparetti 
nelle sue Osservazioni intorno al Libro dei Sette 
Savi scrisse che la voga o moda o mania di sprez- 
zare la donna e di sparlarne «è tanto più curiosa 
e degna d'attenzione ch'essa è contemporanea alla 
gran voga o moda o mania dei romanzi cavalle- 
reschi, delle poesie galanti, dei tornei e delle corti 
d' amore»; quantunque pensasse che ciò non è strano 
per chi abbia veduto quanto ampiamente si sveli 
questo spirito di contradizione nella storia dell' u- 
manità (1). Ma nella sua opera Virgilio nel Medio 

(1) p. 10. 



— ccxxxvm — 

Evo questo fatto lo meravigliava di più: «...av- 
veniva che, ad onta di certe purissime imagini 
presentate dall'agiografia e dalla leggenda cristiana, 
ad onta degli incensi prodigati al sesso femminile nei 
romanzi, nei tornei e nelle corti d'amore in verun' al- 
tra epoca fosse la donna più turpemente insultata, 
beffata, svillaneggiata di quello fu nel medio evo, 
cominciando dai più serii scritti dei teologi e scen- 
dendo fino alla poesia ed al teatro di piazza. Una 
incredibile quantità di racconti e di aneddoti, spesso 
triviali ed osceni, la cacciavano nel fango» (1). E 
un pò* stupito di questo contrasto è anche Gaston 
Paris, se bene egli cerca di spiegare il fatto osser- 
vando che gli uomini di chiesa, costretti nel legame 
del celibato, erano incapaci di giudicare le donne 
con esperienza e con rispetto ; e che i fabhaux, 
nati non spontaneamente dalla società del medio 
evo, ma originari dall'India, hanno la lor ragion 
d' essere nel contorno sociale che li ha prodotti (2). 
Ma quanto alla prima spiegazione par più 
verosimile insistere nell'opinione già espressa, che 
al Cristianesimo fu naturale giovarsi della materia 
popolare per gli esempi^ come se n' era giovato 
pe '1 teatro ; e quanto alla seconda ragione addotta 
dal Paris, è lecito chiedere se i fabliaux son 
proprio tutti d'origine indiana? e se proprio ridono 
e si beffan delle donne con mente serena, pe'l 

(1) Comparetti, Virgilio nel Medio Evo, 2*. ed. p. Ili 
e sgg. 

(2) Les contes orientaux etc. nel voi. cit. La poesie 
du Moyen Age. 



— CCXXXIX — 

semplice gusto di narrare, anzi di rinarrare, e di 
ridere (1)? D'altra parte a chi ben guardi, il contrasto 
delle due maniere di concepire e rappresentare la 
donna è più apparente o almeno superficiale, che 
reale ; il contrasto non è né strano né contraditorio, 
ma naturale , poiché non v' é azione senza reazione. 
E il reale che con sarcastico sorriso si contrappone 
airideale: quanto più il sentimentalismo convenzionale 
della galanteria cavalleresca pone in alto la donna, e 
tanto più il popolo rincara di motteggi a carico loro: 
é la satira in veste di novella. Cosi alle belle dame i 
lunghi romanzi, Tristan^ Lancelot^ Perceval,ìe inven- 
zioni sottili e incantevoli onde sono illuse che il loro 
potere é purissimo e nobile; ma ai villani le goffe pia- 
cevolezze e le oscenità che li scuotono d'un grosso riso 
vendicandoli della lor miseria e delle loro umiliazio- 
ni. La letteratura dei fabhauXy popolare o borghese, 

(1) Bisogna porre un lìmite al sistema dell' origine orien- 
tale dei fablìaiuc fino a levargli forma e valore di sistema. 
Risulta dagli studi recenti del Bédier {Les Faòh'aucc^ Paris, 
2.* ed.) che gli autori di fabliaux non si son serviti delle 
raccolte di racconti di orìgine cortamente orientale; che pei 
soggetti comuni ali* Occidente e air Orienta non ò sempre 
certo che la composizione orientale più antica sia la fonte 
reale e primitiva delle versioni orientali; che la tradizione 
orale donde attinsero gli autori di fabliaux , conteneva rac- 
conti d' ogni provenienza, e alla quale V India potè apportare 
il suo contributo tanto e non più di qualunque altro paese ; 
in fine che la più parte dei soggetti dei fabliaux ha potuto 
nascere non importa dove, essendo formata di elementi umani 
e generali e non avendo nessuna nota d' origine. E ve ne sono 
certo alcuni che nacquero in Francia, e non poteron nascere 
che là, tesoreggiando ora avventure reali, ora e sopra tutto 
particolarità locali di costumi e di lingua. 



— CCXL — 

è una reazione contro la letteratura feudale delle 
canzoni di gesie. I romanzi della Tavola Rotonda, 
aristocratici e poetici, sono alla lor volta una rea- 
zione contro i fahliaiix. 

E ora, a raccoglier le fila del lungo discorso sui 
fabìiaux^ s'intenderà come esso fosse necessario, mas- 
sime dopo gli scritti recenti del Bédier e del Brunè- 
tiere, a spiegare come nel medio evo tutta la ma- 
teria dei Sette Savi sia favorevolmente riassunta 
non solo dai chierici ma dai jongleurs e adoperata 
a' loro vari fini: alla esaltazione epica cristiana 
della donna e alla fossilizzazione dell'ascetismo mona- 
cale tien dietro una vera reazione: il jongleur ^ 
quello stesso che aveva cantato la Ghanson de 
Roland, dice un racconto nuovo, più umile e reale, 
e dice il fabliauy che bizzarro, satirico, salace, 
audace, violento, irriverente, penetra da per tutto 
e di tutto e di tutti ride e motteggia; e il jongìeur 
trova nella leggenda de' Sette Savi, appetitosi argo- 
menti a flagellare motteggiando. 

Sotto tali auspici si diffuser nel medio evo il 
nostro novelliere e le sue novelle. Morto il fabliau 
ne rimane lo spirito, più spiccante ne' francesi, meno 
negli italiani, a consigliare innumerevoli rifacimenti 
di novelle contro le donne ; allora la leggenda , la 
narrazione che non è più né anche moralizzata , 
ascetica, divien didattica e riesce a espressione in- 
ventiva, a narrazione semplice e pura, a espressione 
artistica ; sebbene le tracce dell' intenzion morale che 
informò gli antichi modelli d' Oriente non siano an- 
cora sparite né pur nella bella ed estrema nostra com- 
posizione, / compassionevoli avvenimenti d' Erasto. 



— CCXLI — 

Né con ciò voglio dire che nelle composi- 
zioni occidentali de* Sette Savi sian veramente rimaste 
tracce di costumi e di credenze indiane; poiché di 
narrazioni orientali contenenti senz' alcun dubbio di 
quelle tracce non è passata nessuna dalla raccolte 
buddistiche alla vita indipendente in Occidente; e 
se si trovano da per tutto narrazioni le quali non 
sian contrarie alle idee e ai sentimenti indiani, ciò 
accade perchè son riflessi di idee e sentimenti tanto 
generali da non dispiacere né a cristiani né a bud- 
disti né a mussulmani. Voglio dire soltanto che non 
sono sparite le intenzioni morali e didattiche onde 
prima fu narrata V antica leggenda, anche a provare 
la dipendenza delle versioni occidentali dalle orien- 
tali. Che se un episodio particolare può uscire qua 
e là indipendentemente dalla fantasia umana ; una 
serie di episodi, anzi di novelle, quale bisogna a 
costituire il racconto de' Sette Savt^ non può esser 
stata composta che una volta e in un sol luogo. 

E cosi per quel che riguarda il fine morale e 
didattico « quanto facilmente si muti V animo di 
quelli che sono perduti ncir amore , si può chia- 
ramente comprendere in quest' imperatore, il quale 
non aveva cosi tosto ordinato e stabilito quello che 
si dovesse fare nel caso del figliuolo, che udita la 
contraria parte non facesse nuova deliberazione > ; 
e i savi ammoniscono del danno a cui può con- 
durre una malvagia moglie; della cautela che bi- 
sogna con le femmine astute; di quel che giunga 
a commettere una donna libidinosa; degli errori in 
cui si può cadere per impeto di collera; dei delitti 



— CCXLII — 

che si posson compiere per inganno altrui; « di 
quanto torni male air uomo il governarsi in cose 
d' importanza per parere di femmine » ; e pur am- 
monisce la donna narrando al proposito suo. 

Veramente quanto all' opportunità con la quale 
la regina e i savi narravano una novella piuttosto 
d' un' altra, è da osservare che 1' imperatore — 
goffa e ridevol figura di vecchio burlato , sempre 
oscillante, smarrito e indeciso, tra i savi e la moglie 
in tutte le composizioni conosciute — promette ai 
filosofi che se il racconto che essi volevan dire 
non fosse cosa a proposito e che lo soddisfacesse , 
li farà vituperosissimamente morire insieme con 
Erasto; ma pure che i filosofi dicevan spesso no- 
velle che posson ben soddisfare l' imperatore , ma 
non so quanto essere a proposito di ciò che vo- 
glion dimostrare. Il che significa che l'opportunità 
del racconto non era né strettamente necessaria alla 
conti nuazion logica del lavoro, né richiesta o os- 
servata dal lettore: bastava che il racconto inte- 
ressasse; e tanto più interessava, quanti più casi 
veri finti narrava, ostentando, di donne maritate 
maligne, codarde, feroci, libidinosissime. 

Quanto al Libro dei Sette Savi e alle raccolte 
del genere, si può osservare che hanno esercitato una 
influenza certa, ma mediocre, su la letteratura, poi- 
ché delle singole novelle nel medio evo ben piccolo 
numero sia uscito dal Libro de* Sette Savi come 
dalle collezioni del genere, mentre molte vi sono 
derivate dalla fecondissima miniera della tradizione 
popolare; nel rinascimento e nei tempi moderni son 



— ccxLin — 

state tradotte o rifatte di nuovo e però non han 
dato occasione che a plagi o a imitazioni di novel- 
latori letterati. Per altro il disegno generale del 
Libro è vivo tuttora, come s*é già avvertito, nella 
tradizione popolare dei popoli magiari; sola viva 
testimonianza, eh' io sappia, di una leggenda una 
volta vivissima. 

La nostra storia che non è certo quanto di 
meglio seppe trovare la fantasia di un novellatore, 
né fu abbellita da quanto di meglio seppe il gusto 
d'un artista eletto, deve dunque la sua fortuna allo spi- 
rito satirico che tutta la informa. E la gaiezza e il 
brio, tutto dei fatti, che regnano generalmente in que- 
ste novelle, furon potente raccomandazione a farle 
passare dalla letteratura e dal teatro popolare alla 
letteratura e al teatro con intendimento artistico e 
qualche volta classico. 

Troviara tracce della vagante leggenda nella 
Historia Britonum di Goffredo Mommouth e nella 
Tavola Ritoìida, nei Gesta romanoruyn e nei fabliaux^ 
nel Novellino e nel Decameron e nel Pecorone e in 
quasi tutti i novellieri italiani : e Chaucer, Shakspeare, 
La Fontaine e Voltaire se ne giovaron pure. 

Così trasmutata e variamente rinnovata e con- 
dotta poi a perfezione con inconscia finezza artistica, 
l'antica leggenda buddistica, romanzo morale in- 
sieme e novelliere altresì vario e curioso, pervenne e 
rimase in Italia indulgendo al popolo egualmente che 
alla borghesia. Poiché la leggenda per quel che ha di 
vago e di misterioso e di soprannaturale, arrise 
meglio alla fantasia e al sentimento del popolo ; la 




— CCXLIV — 

novella, più sposso burlevole, non di rado scettica, 
sempre naturalistica, fu più della borghesia ; cosi 
se la leggenda impallidisce ai primi albori del rina- 
scimento, la novella si trova bene e a suo agio tra 
gli indifferenti epicurei del decimo quinto e sesto 
secolo. 

Ond' è che può resistere il nostro libro ; il quale, 
leggenda breve e morale che accoglie in sé e 
trasmuta secondo il gusto dei tempi lunga serie di no- 
velle piccanti e motteggiose, arride accondiscendendo 
al popolo ingenuo e al borghese erudito e scettico; 
arride e sorride, e passa, tra serio e beffardo, pe' 1 
medio evo, per le età colte e artisticlie del Quattro 
e Cinquecento; passa e perviene pur letto e stampato 
al nostro secolo. 

E forse è vero che la parte più curiosa del 
libro sono gli scrozii dei vari elementi, medievale 
ascetico classico, che per diverse correnti e guise 
vengono a mescolarsi nel vecchio fondo orientale. 



ABBREVIAZIONI 



COMPOSIZIONI FRANCESI 

A : redazione pubbl. in parte dal Leroux de Lincy di su'l cod. 
2137 della Nazionale dì Parigi. 

V ; il poema Li roman des Sept Sagei^ ed. dai Keller ; ras. 

(monco) di Chartres; versione derimee ed. dal Paris. 
L : altro testo ed. dal Leroux nel '38 di su'l cod. 1966 della 

Nazionale di Parigi, ben differente da F. 
S : Scala celi. 
M: Ystoire de la tnale mar ras tre. 

COMPOSIZIONI IT ALIAN E 

l : testo latino ed. dal Mussafia. 

tn : Libro dei Sette iSar? di Roma ed. Rodiger; prima, Storia 

d* una crudel matrigna, 
e : testo ed. dal Cappelli, 
r : versione rimata ed. dal Rajna. 
e^ : Y Amabile di continentia, 
e^: I compassionevoli avvenimenti d' Erasto. 
a : testo D' Ancona. 

V : testo Varnhagen. 

s : Storna favolosa di Stefano testo dialettale veneto inedito 



L'AMAIULK DI CONTIXEXTIA 




— 2 — 

et ferri et con altre simili cose necessarie fortificarlo de- 
troncando qualche volta de una parte et da V altra rìno- 
vandola, né finalmente desistere fino a tanto che non 
r abino in pristino stato reducto , anzi molto più con loro 
picture et bianchimenti vistoso reductolo, a ciò che per 
tale modo longamente possa piacere et rimanere sopra la 
terra. Et quanto si conosca essere vero che ad miratione 
de sopra nominati mi sia mosso, la subseguente opera 
a tutti el farà manifesto; benché più recto iuditio da- 
ranno quelli che prima ne la sua vetustà et mina 
l'hanno con me veduta. El testimonio de' quali imploro 
invoco et priego contra di quelli che con rabida et ca- 
nina voce detraherano a la mia non pocha faticha; exor- 
tando non di mancho et persuadendo tutti coloro che 
di cose nove si dilectano avidamente apprehendere la 
infrascripta opera ; conciosia cosa che da quella non 
pocha consolatione et dilecto ne trarano, per esser con- 
testa di varij fiori et coloramenti grati a la vista et non di- 
spiacevoli al gusto. El titulo de la quale nel primo aspecto 
darà assai sublenamento a chi di virtù è predito et ab- 
bominendo tiene el vitio. Imperò che non senza morali 
considerationi da noi è stalo intitulato AmabiI Di Conti- 
nentia. 

Priego adunque ciascuno vivente , a le mani de' 
quali devenerà la inserta descriptione, et retrovato in epsa 
cosa alcuna mancho che ben dieta, se degnino adponere 
con la veloce mano el decurrente caliamo; adiungendo 
et sminuendo tutto quello che con loro recto iuditio ve- 
derano essere utile. Et perché più facilmente si com- 
prehenda quello che in dicto compendio si contiene su- 
bscriveremo qui apresso el breve argumento di decta 
opera. 



— 3 — 

Argumento nel preelegato compendio intitulato 
Amabile Di Continentia. 

Erasto unico filiolo de uno imperatore romano, a- 
maestrato et erudito da septi sapientissimi pbylosophi, ad- 
amato et provocato ad incesto da la matrigna, et non 
consentendo, da lei acusato, antivede el periculo, e per 
septe giorni non parla. Li septe phylosophi cnm sepie pa- 
rabole septe giorni fanno soprastare la sententia contro 
Erasto data cum altre septe parabole da la matrigna, cbe 
Aphrodisia era chiamata e instava che a le forche sia me- 
nato. Parla lo octavo giorno: fa carcerare Aphrodisia: e 
lei per se medesima sé priva de vita. 



Ne la inclita et triomphale cita di Roma fu uno il- 
lustrissimo el potentissimo et singularissimo imperadore. 
Costui fu sapientissimo si ne la cosa publica et civile 
come ne la domestica et familiare : al quale Dio donò et 
concesse uno figliolo maschio de incredibile belleza , com- 
pito et ben proporcionato in tutti i membri per quanto 
rechiedeva natura ; niente in lui superfluo o vano, in modo 
che più tosto era da indicar divino che humano: la qual 
cosa era presagio et demostratione di lui in futuro. El 
nascimento del quale poi che molti astronomi et mathe- 
matici hebeno visto, et simelmente molti phisonomici et 
chiromantici con dilligentia quello considerato, concluseno 
quanto natura porgeva et demonstrava dover sopra tutti 
gli altri homini esser de mirabile sapientia et doctrina et 
in tute le virtudi fundato et amaestrato : le quali cose di 



— 4 — 

quanta leticia et coDSolatioDe fassiDO a 1* imperatore , 
hamaDO ingegno comprehendere no 'l potrebbe. Da una 
parte se vedea nato il primo et unico filiolo maschio et 
sucessore del suo sublime imperio, da l'altra parte tanto 
più si rallegrava quanto intendeva quello dover esser 
in tutti le virtudi sapientissimo ; però che è prescrìtto : 
Gloria del padre è il filiolo savio. Ma per che non basta 
solo nascer sotto bonissima costellazione et optimi pianeti 
ad conseguitar virtù , ma fa de bisogno cum grande sol- 
lecitudine a quelle darse et quelle perfectamente sopra - 
tutte le altre cose amare ; dispose et ordinò come optimo 
et bono padre, che *1 suo filiolo, chiamato Erasto, poi che 
fu ne la età de diece anni, fosse custodito et amaestrato 
sotto la cura et disciplina di septi sapientissimi philosophi, 
quali per quel tempo in Roma si trovavano ; a quelli or- 
dinando et comandando che sotto lor custodia, in che 
modo a loro più piacesse et paresse condecente, doves- 
seno il suo unico fiolo in scientia et costumi amaestrare, 
prometendo loro renderne gran premio et mercè. 

Quelli adunque intendendo la voluntà del loro impe- 
ratore et desiderando sopra tutte le cose del mnndo 
fare quello che gli fusse de piacere, preseno cum grande 
solecitudine la cura di quello. Et per haver più congrui- 
tade a loro intendimento condusseno Erasto fuora de la 
cita ad uno locho ameno et solitario, nel quale scaturi- 
vano abondantissime aque, che per el piano spargevano in 
diversi rivi et finalmente tutte se radunavano in una am- 
plissima pischera ripiena de molte ragioni di pesci. Era 
una alegreza d'animo vedere li fecondissimi giardini ir- 
rigati da le dolze et fresche aque. Quivi erano pianure 
verdegianti et de varij fiori adorne, et apresso a questi 
monacelli fructiferi et selve ripiene di molte ragioni d'ar- 
bori, nei quali varie ragioni de ucelli con li soi suavi 
canti resonaveno. Apresso spira continuo una tranquilla 



— 5 — 

aura et dolce venticello, che con il suo moto fa brillare 
le limpide aque con udo saave mormorio de foglie, che 
veramente a li hnmani et peregrini ingegni pare uno con- 
cento anzi ana armonia celeste; locbo certo incitativo et 
apertinente a stadio et a philosophare. 

In questo adunque locbo, anzi paradiso, retrovan- 
dosi el giovene come inspirato da la divina gratia , si 
propose in animo con ogni studio forza et potere dare 
sé a la virtù, extimando solo quella in vita et in morte 
esser vera et ferma possessione; judicando anchora quivi 
esser ogni bene ove apresso regna la virtù. Onde datosi 
con tute le forze et solecitudine ad acquistar quella, in 
tanta admiratione venne apresso de' septe philosophi, cbe 
celeste et non humano el iudicaveno. Et cbe questo fussi 
vero si dimostra nel sucesso; imperocbè in due anni di- 
vene perito et docto che non solo i sapienti in sapientia 
li soi preceptori avanzava ma ancora tutti li homini del 
mundo. Costui in tutte le septe arti liberali era doctis- 
simo; et primo in Gramatica, la quale contiene pericia 
de parlare, accuratissimo; in Logica, la qual seceme el 
vero dal falso con le sue subtilissime disputationi , dili- 
gentissimo; in Rethorica, la qual per la sua gentileza et 
copia de parlare maxime ne le civille questione necessaria 
existimata, fecundissimo; in Arthimetica, la quale contiene 
mesura et dimensione di terre, ingeniosissimo ; in Astro- 
nomia la qual contiene legge et corsi de* celi, peritis- 
simo. Non gli manchava apresso queste virtù l'arte de 
la philosophia, di medicina et de le altre scientie, conce- 
sia (1) cosa che in esse fusse eruditissimo. Ma sopra tutte le 



(i) Nel cod. si trova più volte, a canto a conciò sta cosa che, la 
forma parallela concesia sia ecc. ; e poiché a me pare questa una varietà 
notevole, cosi conservo qui come altrove, per altri casi consimili, le forme 
proprie del manoscritto. 



— 6 — 

altre cose ìd le docte de l'anima et del corpo avanzava tutte le 
creature in questo nostro secolo nate. In parte alcuna di vitio 
de ignorancia non declinando et crescendo de virtù 
in virtù, cottidianamente se exercitava in disputare con li 
soi preceptori. Accade che in questo la imperatrice madre 
di questo gioveneto passò da questa vita. De la qual 
morte facto certo Erasto, ben che singularmente amasse 
et reverisse quella, non di meno conoscendo esser caso 
comune a tutti et che in vano era piangere el morto non 
potendo quello restituire in vita, non pur una lacrima 
sparse, ma solamente suspirando disse queste parole in 
versj: 

Et te non doppo molto seguiremo, 
Che tutti Siam formati d* una massa ; 

Né per gran forza questa scamparemo. 
Ogni nostro poter la morte abassa; 

Ma sol felice è 1* hom de virtù predito, 
Però che quella suo nome non cassa, 

Ben che ogi apresso molti è in pocho credito. 

Gap. 2." 

Celebrate per Roma et quasi per tuto lo universo 
le exequie de la defuncta imperatrice, non doppo molto 
tempo fu constrecto l'imperatore per Consilio de' savij 
de celebrar le secunde noze; la qual cosa dovendo per 
ogni modo fare, volo et deliberò che la nova sposa fusse 
giovena et molto bella, e non defraudato del suo pen- 
siero condusse in matrimonio una elegante et legiadra 
forma di statura grande, ma de età molto tenera; la qual 
per nome se chiamava Amphrodisia. Onde celebrate le 
noze et le pompe maritali, né a quelle volutosi retrovare 
Erasto per che molto gli era dispiaciuto il caso, reco- 



prendo però il sao pensiero solo nome de stadio; vene 
non di mancho, corno vole la fortana, agli orechie de 
questa nova sposa la fama la sapientia et belleza del sao 
filiastro. Per la qaal cosa cade in tanta fiama de amore 
che impossibile li pareva potere, se al sao disordinato 
appetito non porgeva il desiderato contento. Cominciò 
danqae fra sé medesima ad imaginare investigare et 
pensare qaal modo o via potesse con più facilità et pre- 
stezza el sao pensiero metter ad effecto;non le parendo, 
come astata, doversi aprire senza altro mezo. Onde, 
doppo molte et lunghe fantasie nel sao core voltate, pro- 
curò et dispose per questo modo in amore et benivo- 
lentia di sé acenderlo. Et però a quello per uno suo 
fidatissimo et accurato mandò a donare diece dilicatissime 
et sutile camise de varij et pulitissimi lavori conteste, le quali 
per la sutileza loro in una picola scatoleta d' argento 
tutta anielata et afiGgurata si rinchiudevano. Da una parte 
si vedeva Jove ìacer con Almena et da V altra Marthe 
con Venere prender gran dilecto. Adgiunse apresso a 
questo altre tanta fazoleti de una finissima et candidis- 
sima rensa, da' quali pendea oro argento et seta, che 
certo dal tempo di Pala et d'Aragne simili a quelli non 
credo si trovassi; et questi ereno legati cum una cor- 
della di seta ne la quale si vedeveno fiame de focho, cum 
uno breve atorno che dicea: Cusì amor me ha legata. 
Mandò ancora uno lucido spechio serato in oro, da una 
parte del quale era sculpito uno core ferito da Cupido, 
et da r altro Pirramo et Tisbe a l'umbra del moro gelso 
finir lor vita. Molti altri vagi et belli munusculi conserti 
di suavissimi odori mandò al suo dilecto Amore. Impose 
non di meno al suo fidato servo che le subdicte cose 
offerisse et presentasse ocultamente al suo filiastro in 
nome del suo padre imperatore et di lei, et che dovessi 
dirli come lei con le proprie sue mane gran parte de' 



— 8 — 

sopradecti doni bavea lavorati, et a quello per infinite 
volte la dovessi racomandare. Partitosi adunque il servo 
et pervenuto al loco dove dimorava il giovene, trovollo 
che andava solitario per il giardino a spasso. Al qual, 
considerando esser loco opportuno, presentò i prenomi- 
nati doni, non manchando de parole et acti de reco- 
mandarli la imperatrice Arphrodisia: ma il giovene alieno 
de tute le malitie et vanità, vedendo le presentate cose, 
non che quelle acceptasse cum alegra facia, ma tuto tur- 
bato in vista, tale parole cum impeto proruppe : < Vera- 
mente che fino al presente ho reputato el mio unico 
padre dotato d' ogni prudentia et virtù ; ma al presente 
cognosco quanto è stato falace el mio pensere. Hor non 
sa lui quante sono le delicateze et molitie corporale con- 
trarie et manifeste? Certo ch'io non posso altro imaginare 
se non che da le blanditie de la nova sposa, come uno 
altro Salomone et come el potente Hercule, è diventato 
afifeminato et alieno da ogni bono Consilio; non si con- 
vengano a me, che le cose mundane cognosco volubili, tran- 
sitorie et fragile et che de pestiphera morte sono cagione 
a l'anima, a quelle inclinare T animo mio. Partiti adunque 
et teco ne riporta questi muliebri et afifeminati presenti, 
et al mio imperatore padre per mia parte dirai, che cum 
simili doni più non mi molesti, et a la mia nova matrigna 
el simile ancora farai dicendole, che più honore et utile 
saria attendere al governo de la casa che perder tempo 
in queste cose frìvole et de poca laude degne > . El servo 
stupefacto de la mirabile continentia del giovene et del 
suo parlare, stando admirativo non sapeva che si rispon- 
dere né che si dire; et in dietro portare i supradicti doni 
non ardeva, dubitando non esser comò da pocho et ville 
da la imperatrice reputato. Ma ecco a caso venire tutti 
i septe phylosophi et inteso dal giovene et dal servo 
quanto de sopra è dicto, comendato prima assai la for- 



— 9 — 

teza de Y animo del loro discipulo, el quale non come cosa 
condecente a philosopbo l' animo suo non inclinava a cose 
illecebre et afifeminate; non di meno costrinsero Erasto 
ad acceptare quelle, si per compiacere al suo padre im- 
peratore, come etiamdio a la sua matrigna imperatrice. 

Retornando adunque indietro el servo tuto cogita- 
bondo de quello che referir dovea ad Arphrodisia, final- 
mente se dispose et deliberò, come è di loro costume, 
vendere a questa volta parechìe de le sue bugie a ciò 
che dicendo cosa che piacesse a quella, ne conseguisse 
la sua gratìa et premio. Onde gionto dinanzi a lei, la 
quale lo aspectava cum impatiento desiderio, cum alegra 
et iocunda facia, tuto el contrario de quello che era se- 
guito li manifestò. Adiungendo come el core, che ne lo 
spechio era scolpito, infinitissime volte havea basiato; et 
altre cose cum atentìssimo amore havea abraciato; refe- 
rendole in nome de quello ingente gratie, et come a lei 
singularissimamente si raccomandava. Questa misera cre- 
dendo esser molto più che lo servo non sapeva expri- 
mere, manchandole questa pocha defesa a far magior- 
mente ardere il suo focho, quivi uscita per superchio a- 
more del sentimento, cominciò a donare et presentare 
il servo con largissimi et ampli doni. Ma sentendosi quasi 
venir manche, intrata ne la sua più secreta camera, et 
da quella remossa tute le altre persone, gitasi sul lecto: 
quivi cun abundantì suspiri chiamava il suo dilecto et da 
lei amato figliastro. Et non doppo molto vincta al tutto da 
le grandissime imaginatione et cogitazione, fu opressa da 
un leve sonno, nel qual parendole veder Erasto, per a- 
mor venuta a visitarlo, e volendose con quello ralegrare 
con alta voce cridando disse: e Ben venga el mio ben, 
el mio amore e la mia vita ». Et in tanto fu vehemente 
el suo crìdo, che gran parte de le donzelle et scuderì 
corsene a la camera, et domandando che cosa a lei fusse 



— 10 — 

incontrata, lei totalmente svegliata, presto recoprendo il 
SQO errore, rispose che essendosi (1) [gitata sol lecto] per 
riposare alquanto, li parea veder ano animai molto e molto 
bruto che la volea devorare; et per questo crìdava et 
chiamava aiuto. Le donzelle et li altri tuti li comincia- 
rono a confortare; et per darli qualche piacer et solazo, 
presi varij istrumentì et soni musicali, cominciorno a so- 
nare et baiare et cantare, et chi fece una festa et chi 
un'altra, fin che Thora vene de la cena. 

Come Arphrodisia scrive et presenta Erasto , 
et de la continentia di quello. 

Gap. 3." 

Poi che Arphrodisia si fu messa a tavola appresso 
del suo sposo imperatore, non come era di suo consueto 
stava iucunda et festigiante, ma spesso disavedutamente 
gitava si cocenti et cordialissimi suspiri, che al suo sposo 
non era di pocha admiratione ; et dimandata che volesse 
dire tanto suspirare , rispondea che non potea altro 
fare quando se recordava de la visione che pocho avanti 
havea hauta et veduta. Et veramente cusf era , per 
che si recurdava del suo amoroso Erasto; ma li altri in- 
tendevano de la fiera che in sogno disse aver veduta. Et 
più et più volte invitata a mangiare, facendosi forza et 
sforciando l'apetito, che desiderava altro che menar de 
masella, cominciò, per non suscitare suspitione alcuna, 
allegramente a mangiare. Compita la cena et venuta Y bora 
del dormire, preso per mano el suo caro sposo, cominciò 
oltre modo a farli careze, le qual troppo bene sapea 

(i) Qui, nel cod., manca evidentemente qualche cosa. 



— 11 — 

fare. Onde messesi nei lecto, qaivi comiDciarono a pre- 
bender lor consueto piacere. Ma lei imaginandosi in tali 
acti el suo fiiiastro redopiava le poste, in tanto che de 
novo parea a V imperatore; et già facto stancbo a caval- 
care, imperò che non era, a dir el vero, molto potente 
vechio, tiratosi da parte, cominciò a riposarsi. Per la qua! 
Arpbrodisia sentendo altro caldo cbe de piama, cominciò 
di novo a imaginarsi et pensare de lo amore d'Erasto. 
Stava in dubio se per letera o pur lei cam sua bocba 
dovessi aprire el suo secreto al dicto giovene. Final- 
mente deliberò in parte di notificarli el suo amore, parte 
cum presenti et parte per parole del servo et parte per 
letere: et cusi T animo in tal deliberazione fermato non 
aspectò r bora cbe di suo costumo era a levarsi , quindi 
con prestezza vestitasi, in una sua secreta stantia seratasi, 
in tal forma una breve epistolecta li cominciò a scriverli. 
Arpbrodisia pulcra al mio caro et dilecto Erasto in- 
finite salutatione manda. Non dubito cbe di non pocba 
admiratione ti sarà questa nostra incomposta et inornata 
lettera ; imperò cbe tu sopra tutti li altri cbe mai fussinó 
che siano o eh* esser posseno di virtù predicto et de 
animo generoso, applicato sempre a le cose alte et ma- 
gne , indegna cosa te para a dovere inclinare e' toi relu- 
centi occhi j la tua facunda lingua a legere o proferre 
questa mia mala scripta et pegio ordinata et inusitate 
parole. Ma non però perdo tuta la speranza, confidandomi 
che volendo tu col tuo altissimo ingegno investigare cum 
quanto amore cum quanto afifecto quelle da me siano 
state probate et scripte, non ti volti benignamente ad 
acceptare quelle. Imperò cbe quivi se sol dire: « Non 
se conosce errore ove supplisce et regna amore » . Pre- 
goti adunque, dilectissimo et da me più che altra cosa 
al mundo amata, che con benigna et allegra facia receve 
ne le tue gratiose mane la mia letera povera de alle- 



— 12 — 

gantia ma de amore abondaDtissima , et quella preben- 
dendo in mano stimati non tocbare udo pocbo de carta, 
ma me propria; per cbe veramente in quella mi sono 
transformata. Ben è vero cbe più volontieri cbe visibil- 
mente mi vedessi cbe in carta scripta, existimandomi in 
tal modo cbe gran parte di mei secreti sarebeno sati- 
sfacti. Tu indica quello cbe dentro del mio core ti porto 
scripto, anci te ne bo facto signore, pur cbe non te sdegni 
de amare cbi ama te. Ma se vera è la interpretazione 
del tuo gentilissimo nome, el quale Erasto in greco , da 
nui è dicto amabile, non indico invano ba vermi a te re- 
comandato. Né credere per queste mie parole esser in 
me voglia alcuna mancbo cbe onesta, però cbe tuto è 
da me con ardento core scripto; a ciò cbe intenda me 
non esser matregna, ma più che madre. Et però cbe 
me desti pur qualcbe admiratione ne le mie nozze cum 
la tua absentia, per dichiararti et dimostrarti cbe sìngu- 
larissimamente te amo et come mio segnore ti riverisco , 
bo preso ardire et fidutia per tal modo scrìvere parte 
del mio penetrai concepto; per le qual se de gratia me 
farai degna, cioè di visitarme cum tue letere o cum tuo 
legiadro aspecto venirme a ritrovare, più apertamente o- 
gni mio secreto intenderai. Al presente in segno del mio 
ardentissimo amore verso di te mando alcune zoie, le qual 
de casa del mio padre portai, pregandote cbe cum quello 
amore le riceva cbe da me ti sono mandate. Vale. 

Serata et sigillata la letera, quella in uno ricbo et fi- 
nissimo vello rivolta (1) et in un una caseleta de boro pu- 
rissimo mise una legiadra collana cum gioe et perle de 
gran valuda, apresso uno anello cum sapbirì diamanti et 
altre varie et pretiose margarite, la valuda de le quale era 
quasi inestimabile. Et trovato el servo et quello bene a- 

(1) Rivolto; cosi il cod. 



— 13 — 

maestrato di quanto dovea exeguire, messolo prima in 
su ano bello cavallo, da Roma el diparti. Esso pervenuto 
a lo aspecto di Erasto et quello ritrovato solo in uno 
suo studio, la letera inseme con le gioie li presenta: 
le qual cose poi che *l giovene bebé viste et lecte, fra 
sé medesimo cominciò a suspirare donde procedesse tanta 
largezza in una donna, de le qual la magior parte natu- 
ralmente sogliono essere avarissime. Onde come prudente 
et savio, ben che anchora fussi inexperto d' amore, indicò 
che questa sua matregna machinasse contra di lui qualche 
insidia de pecato ; et non potendo soffrire nel suo pudico 
et casto pecto tal pensere, deto quanto lì parea si con- 
venisse al servo, stracciata la letera et le zoie reman- 
dando in drieto, quello admonf che più non fussi ardito 
per tal via et modo venire dinanzi a la sua facia. El 
servo de malavoglia ritornato a casa et trovata la impe- 
ratrice che lo aspectava, la sua malitia et falsità operando 
in tal forma li disse: < Serenissima imperatrice, sapia 
come tuto quello che m'imponesti ho exeguito; et ve- 
ramente al mio iuditio el tuo filiastro te ama molto più 
che tu non ami lui, ma quasi sdegnatosi di tanti doni 
non ha voluto quelli acceptare dicendo esserli a bastanza 
el vostro amore , et per tanto ve li rimanda in drieto ; 
solo la vostra letera ha retenuto, la qual, me presente, 
più de mille volte ha lecta et basiata. Non di meno si 
manda a scusare pregandovi che gli perdonati se altra 
resposta non manda. Imperò che per bon respecto lo fa, 
dicendo che in breve spera a bocha potervi parlare; et 
alhora quanto sarà di suo potere vi refirirà gratie di 
tanti doni et di tanto amore che verso di lui in fino al 
presenti haveti monstrato ». Piaque ad Arphrodisia lo 
amoroso rapporto del suo servo, ben che li dispiacesse 
in parte el retornare de' soi presenti in dietro et il non 
recevere di mano del suo filiastro altra risposta; non di 



— 14 — 

meno confidandosi de le parole del malitioso servo et du- 
bitando che forse troppo longa sarebe la sua venuta, 
aspectò opportunità di richiedere el suo sposo impera- 
tore de bavere gratia di poter vedere il suo filiolo et da 
lei amato Erasto. Et a questo, acciò che falito non li 
venisse tal pensiero, pose ogni ingegno et arte come nel 
sucesso intendereti. 

Come Arphrodisia 
obtiene la gratia di far venire Erasto a Roma. 

Cap. 4.*^ 

Non doppo molto tempo venne in mente ad Ar- 
phrodisia el modo de vedere el suo filiastro. Onde inse- 
gnata dal diavolo con le consuete malìtie de le donne, 
per meglio potere adimpire le sue sfrenate voglie, expectò 
di ritrovarsi in loco ove più felicemente si concordeno 
le campane, ciò è nel ledo ; nel qual dimorati alquanto ne* 
loro abraciainenti, in questa forma al suo marito pose a 
dire: e sposo dilectissimo, o dolcissimo amore mio 
bello, conforto et requie del cor mio; per quello amore 
fra noi congiuncto et per quello piacere et solazo che 
insema bora prendiamo, te prego che a uno mio desi- 
derio te piacia consentire, si come al presente mai non 
patisti di dìscontentarmi , havendoti io pur sempre do- 
mandata cosa iuxta et rasonevole, come fia questa al 
presente, a la qual piaciati, amor mio, aconsentirmi » ; et 
agiongendo a le parole acti et gesti amorevoli, tale ri- 
sposta dal suo amoroso sposo ricevete : < Sposa mìa, di- 
lecta mia, amica mia, qual cosa è quella che desidera 
tanto r anima tua ? Aprimi il cor tuo, che iuxta cosa non 
è che io denegi alcuna cosa de le tue adimande, dolce 



— 15 — 

amore! Ecco in le tue maDi ogni mìa sobstantia, tato el 
mio imperio, del quale delibera et despone come te piace 
et voi ». 

locho apto et congruo a chi desidera conse- 
guire qualche suo affecto ! Imparate , imparate , donne , 
che dir non si può di no fra '1 caldo de nenzolì ; 
non è si gran guerra sdegni o coruze che in su le 
piume non retorneno in pace riso et solazo. Ecco 
[come] (1) questa scelesta donna habia legato el suo ma- 
rito a far ogni sua voglia! Pensate, ve prego, qual 
fusse el suo core udendo tal risposta, né v' imaginate che 
molto stesse a dire el suo pensiero. Prima adonque, basiato 
el suo marito a la franciosa, tuta vezosa disse: «Sapia, o 
charissimo et amatissimo sposo mio, io non cercar oro 
né argento né disponere del tuo imperio; ma solo de- 
sidero di veder colui che duoppo nuj ha quello a pose- 
dere, cioè el tuo filiolo et mio filiastro; el qual non 
manche amo che se del proprio ventre fussi uscito. Et 
certo sia io non desiderare tanto cosa alcuna quanto ve- 
dere et parlare cum colui el qual hai generato et sì sa- 
pientissimamente facto custodire et allevare ; et merita- 
mente me pare che amando tu quello grandemente debo 
et io simelmente amarlo; per che non si conviene che 
io sia dissìmile in alcuna cosa a te, ma debia piacere a me 
quello che piace a te et per contrario. Et però, amor 
mio bello, rasonevole cosa è ch'io conosca et vegia quello 
che tu et io amiamo si grandemente et non comportare 
che quello habia contro di me alcuno sdegno, per che 
non posso presumere altro se non che di me è mal con- 
tento, poi che ne le mie prime noze non se degnò de 
retrovarsi. Questa gratia adonque concedime, a ciò ch'io 

(1) 11 cod. invece di come tra ecco e questa ha un pare aggiunto 
sopra da seconda mano. 



— 16 — 

possa dargli ad intendere quanto da me singularmente è 
amato ». L'imperatore, che singnlarmente era preso de 
lo amore de la saa giovena sposa, condesese a la dimanda 
di quella. Né harebe saputo fare altrimenti, poi che più 
facilmente si lascino i vechìj persuadere da le giovene 
che altra età, come al presente in exemplo si mostra. 
Per la qual cosa non suspicando, né gelosia alcuna ha- 
vendo de la sua sposa, volendo presto satisfare a la di- 
manda di quella, mandò di subito per soi fidati messi a 
dire a li philosophi, che se *1 filìol suo fussi bene amae- 
strato et savio, che la seguente matina lo dovesseno con- 
durre et menare a la cita. Intesa li philosophi da'supra- 
decti messi Tambasata et voluntà del loro signore, per 
dare, come savij, perfecta responsione de quello, convo- 
como el giovene, et quello disputando et sotilmente exa- 
minandolo, in tute le facultà lo trovorno instructo et per- 
fectissimamente amaestrato. Per la qual cosa resposeno 
a li messi che dovesseno dire a l'imperatore, come Erasto 
el suo fiolo era el più savio homo de tuto el mundo, et 
cusi, come lui havea comandato, la seguente matina lo 
conducerebeno a Roma. Quelli adunque multi allegri per 
la bona novella, ritornorno a f imperatore, ripieno de in- 
credibile iocundità et letitia, et non manche la sua sposa. 
Fece convocare et mandare a tuti i principi et signori 
et senatori et magistrati che in Roma se trovaveno, che 
la matina seguente fussino tuti in ordine ad andare cum 
Ini incontro al suo unico filiolo. Per la qual cosa tuta 
Roma parca che ìnbilasse et facesse festa. Chi ordina ca- 
valli et palafemi, chi carri triomphanti, chi soni et canti, 
chi veste et sopraveste conteste et facte di mirabile ar- 
tificio. In tal modo che a molti parse, et maxime a T im- 
peratrice, che quella nocte fusse longa mille anni, ex- 
pectando el suo Erasto con grandissimo desiderio. 



— 17 — 

Come Erasto pronostica che 'l suo andare a Roma 
li sarà a periculo di morte. 

Gap. 5." 

Accade che la sera medesima che tante honorabiie 
pompe se ordinaveno, che 'I supradicto giovene sedeva 
solo nel giardino studiando sopra li corsi de' pianeti, sf 
per suo consueto exercitio, come etiamdio per veder qual 
exito dovea haver questa sua andata de Roma ; et come 
perito et docto in essa scientia, cognóbe et vide per una; 
fatai stella che questa sua gita gli dovea essere a vitupe- 
rabile morte. 

Ondfr quello essendo gioveneto et come cosa ter- 
ribile et spaventosa temendo la morte , massime vitu- 
perabile, sì factamente si proruppe a piangere che tuti 
e' septi philosophi cum grande stupore et lùaravilia de 
[a inusitata tristicia corseno a lui; e domandandolo de la 
causa di tanto piantola pena potendo rispondere, cum grandi 
singulti incominciò a dire: < Oymé, misero a me! Hor 
non vedete voi quella iniqua stella che dimostra el mio 
infelice stato? tristo a me, che questa nova jfita sera 
cagione de mia morte vituperabile nel conspectó di li 
homini! ì> Oli philosophi, spaventati, calculando tutti su- 
tilmente, trovomo esser vero tuto quelo che 'I giovene 
havea dicto; et ligandosi a memoria lo eclipsi stato in 
quello giorno et molti altri prodigi] in cielo aparsi, indi- 
corno cusf dover advenire come particolarmente quella 
stella pronosticava. Per la qual cosa V uno V altro guar- 
dandose, non sapeveno per il dolore che si dire né che 
partito se pigliare, perché da una parte temeveno de la 

morte del giovene andando a Roma, da V altra parte 

2 



— 18 — 

che, se non andaveno, lemeveno non conturbare né dispia- 
cere a lo imperatore, ai quale aveveno mandato a dir6 
d* andare la seguente matina. Consultando aduncpie fra 
loro che partito se dovesseno piliare et cercando se re- 
medio alcuno era a questo, respose el savio giovene: 
« Altra via, maestri mei riveritissimi, non c'è, se non una, 
secundo che la opposita stella me dimostra, et questa è, 
che se io posso stare septe di che io non parli ad al- 
cuna persona, scamparò da tanto infortunio. Il che fa- 
cilmente farei se vedessi qualche uno che se opponessi 
a la violentia che mi debe esser facta in questi septi di 
et maxime da una potentissima persona ». Veduto per 
ragione li philosophi cosi esser come dito Erasto liavea, 
cominciorno a dir a quello ciascuno da per sé: « Se a 
te basta V animo perseverare in silentio septe di , a me 
basta el core, et senza dubio spero scamparti per uno 
df ». Et de cosi fare tuli afermaveno. Disse adunque 
Erasto: « Se cusi sperati senza detrimento alcuno po- 
termi salvare septe di da morte violenta, securamente 
menatime al mio padre imperatore ; altrimenti , no ». Et 
de novo giurando et affermando de scamparlo, deposta 
ogni paura, la matina seguente montorno a cavallo ve- 
nendo verso Roma. Già se apparechiava el giovene cum 
la sua constantia et cum el suo libero arbitrio di superare 
et dominare a li influxi celesti, mediante la scientia, la qual 
aquistata havea. Ma l'imperatore, si come ordinato havea, 
cum infinita cavalaria et giente li vene incontro ; ne la 
qual compagnia cum quanto ordine, quanta magnifìcentia, 
quanti trionphi, quanti spectaculi fusse non basterebe uno 
ampio libro ad iscrivere; né maraviglia par ad alcuno, 
imperò che diece annj era stato che da non molte persone 
se havea lassato vedere. Concoreveno adunque, per di- 
versi respecti et cagione, si gioveni come vecchij, sfor- 
mandosi tuti mostrare loro nobilita et richeze. Sola la 



— 19 — 

imperatrice, in compagnia de le gentile donzelle di Roma, 
era rimasa in palazo, né dubitava apresso a quelle ap- 
parere mancho bella, ma tato el contrario, conciofussi 
cosa che di lei si poteva dire: Ove è questo lume ma- 
giore, tuti li altri minori se offuscano. Non restava Ar- 
plirodisìa cum suavissimi unguenti et odori fare profumi 
ne la camera et sala dove demorare havea el suo desi- 
derato Erasto. 

Avicinandosi et aproximandosi adunque V impe- 
ratore al suo filiolo et quello pillando per la mano 
et baziandolo cum alegra facia cominciò a dire: « Ben 
venga el mio dilecto lìliolo, conforto del cor mio, spe- 
ranza, baculo et sostegno de la vita mia! Come state, o 
dolze Gliol mio? » Et de novo baziandolo, espectava da 
lui qualche sapiente resposta. Ma Erasto, ricordandosi 
del suo proponimento, al tuto tacendo et nulla respon- 
dendo al padre, né anchora ad altri, grande admiratione 
porgea di sé al populo. Onde V imperatore fortemente 
contristato et adirato, cum turbolento sguardo si voltò verso 
dì septe philosophi quelli minaciando, dicendo: « È questo 
quello che voi mi ha veti mandato a dire? Che tanto savio 
era il mio filiolo et tanto bene amaestra to? Eccolo che 
bora non favella ! è sapienza el sempre tacere et al 
suo padre a ora et tempo conveniente non respondere? 
Certo no: costui muto, costui mato, costui insensato et 
fora dì sé mi pare. E questa la sapientia che voi inse- 
gnate? È questa la doctrina et amaestramenti che lui ha 
imparato? Qual philosopho ha tal scientia trovato? Non 
Aristotile, non Platone, non altri prudenti et savij co- 
mendorno mai tal costumi ; ma per la salute del mio 
imperio, tal pagamento da me ne recevereti, qual si con- 
viene a tal faticha ì> . Gli phylosophi fìngendo et mostrando 
grande maraviglia risposeno: a Invictissimo imperatore, 
certo sapia el tuo filiolo essere sapientissimo et sopra 



— 20 — 

tuli li altri del mundo doctissimo, si come per noi t'è 
stato manifestato; ma la cagione del suo presente tacere 
a noi è nascosta et totalmente ignota ; ma credi veramente 
che cosa lui ha vista di grande admiratìone, per la quale 
n' è divenuto cosi et nulla voi parlare; però che Thomo 
prudente et savio cognosce et sa quando debe parlare 
et quando debe tacere >. Non per questo l'imperatore 
si tolsi da fastidio, ma tutto malinconoso con V altra sua 
baronia simelmente adolorata, col suo fìolo ritornò al pa- 
lazo; al qual venendo incontro l'imperatrice da lui in- 
tese quanto era advenuto. Ma lei piena de smesurata al- 
legreza per la venuta (1) del filiastro, pocho atendendo a le 
parole del marito, cum una nobel compagnia de donzelle 
andò incontro al giovene tuta ligiadra et vaga, che ben 
si poteva dire: Ecco, il sole in mezzo de le stelle è ap- 
parito! Et cum grande rìverentia salutando Erasto et 
cum quello parlando, al tuto nulla mai dal giovene li fa 
risposto. Questo era uno crudel cortello che passava 
mortalmente el cor de la matrigna, et parendoli che quello 
fussi multo più bello et galante che per fama non havea 
intesa, non potendo contenersi per le acese fiame che nel 
suo core sentiva, disse a l'imperatore: < dolcissimo 
sposo mio, comanda et fa che questo tuo fiolo venga 
meco solo ne la mia camera, et certa mi tengo che da lui 
intenderò la cagion di tal silentio, però che non di pocha 
admiratione è questa, che un giovene tanto savio, bello 
et docto cusf subitamente sia deventato muto ». 

L' imperatore che come neve al sole per dolore si 
consumava, non alcuna snspitione de la sua sposa havendo, 
comandò che solo cum quella in camera dovessi andare. 
Tremava el giovene, vedendosi apparechiare si dura ba- 
taglia: le labre erano già pallide, la facìa ne diveniva o- 

(1) Il cod.: ladvenuta. 



^ 21 — 

bscura, gli occhij piangenti; et tuto ispaorito seguiva la 
cruenta bestia che devorar lo cercava, armandosi non di 
meno cum le arme de perfecta castità et costantia; im- 
però che venuto hera il tempo de adoperare le adoperate 
virtù, et in Dio ponendo la sua speranza, qual non ha - 
bandona chi se confida in lui, pervene ne la dispectosa 
camera ; ne la qual quanto seguita, nel sucedente capitulo 
a pieno dimostraremo. 

Come Arj)hrodisia, serata in camera seco Erasto, 
con molte parole el prega a peccar cum lei. 

Gap. 6. 

Poi che quella affamata lupa bebé conducto a lo e- 
stremo passo V immaculato agnello, serata prima la ca- 
mera prese il gìovene per una mano et cum T altra gi- 
tandoseli al collo, per forza la bocha, li ochij et tuto il 
viso basando, stringendolo et abraciandolo et in su uno 
liticello condnctolo apresso di sé a sedere, in tal forma 
cominciò a dirli, tutavia basandolo : < di glorioso , o 
giorno desiderato, p dolceza grande, o Erasto bello, o 
occhij vagi, bocha saporita, come ti patisse el core a 
conturbar tanta moltitudine di populo col tuo tacere? 
Come poi tu sofferire eh' el tuo caro padre stia in tanta 
pena? Come non ti intenerischeno li mei dolci abracia- 
menti? Ecco il convito cum tante honorabìle pompe ap- 
parechiato, et tu solo perverte ogni ordine dato. Qual 
sdegno, qual corutio ti fa cusi tacere? Per che almeno 
meco non parli? Per che non mi rispondi? Per che non 
mi guardi, che sono di te sf fatamente ìnamorata che 
altro riposo non ho che di te pensare, bora vederti et 
techo parlarti? Di che adoncha temi? Di chi hai paura? 
Lieva da li ochij suspicione et timidità et meco favella. 



— 24 — 

ciarmi di tanto scelesto et diro peccato. Presto, marito 
mio, vieni et vedi et vendica tanta iniuria, che veramente 
questo non è tao fiolo, per che se casi fosse non harebe 
ardito, lo iniqao, de fare tanta iniquità >. L'imperatore 
concorso subito cum tuta la corte a le crida de la ma- 
ledecta femina, et veduto Erasto tuto pallido fugire de 
novo più che prima, contristato et adirato, cum grande 
impeto et furia comandò ch'el suo filiolo fussi preso et 
messo in una obscurissima prigione, credendo veramente 
che cusi fusse come la sua sposa dicea. Ma il giovene, 
come mansueto agnello, ad alcuno non parlava et parola 
alcuna non diceva, non lamentandosi né scusandosi; le 
qual cose daveno. ad intendere al padre et a molti altri 
che tuto quello che era stato dicto, fusse vero. Et cusi 
messo in pregione, la iniqua femina instava al marito che 
senza indusia lo dovesse far morire ; inferendo che se 
cusi non facesse T intervegnerebe pezo a jui che non era 
intervenuto a lei, ciò è che sarebe a qualche tempo causa 
di sua vergogna, vituperio et damno et morte. Non più 
r imperatore pensando, in impelo di furore et tuto pieno 
de indegnatione, comandò et dete per sententia eh* el 
siio fìliolo in termine di tre hore fussi menato a le forche; 
et cusi fu denunziato ad Erasto la sententia del padre. El 
qual quanto la sensualità porgeva, sentiva nel core grande 
affanno et malenconia; ma non perhò perdeva la speranza, 
la qual havea ne'suoi preceptori, sperando per quelli, si come 
haveveno promesso, esser indugiata per septi giorni la 
supra dieta sententia. Et per questo contenevase dal par- 
lare, non volendo che la sua lingua fussi causa de la sua 
morte , si come havea prediclo, àspeclando el tempo nel 
quale da tanta infamia et calunia si defenderebe. Ma 
ecco quanto sieno volubili li piaceri mondani I Podio in- 
nanzi tuta Roma era in Testa et gioia, et hora in si podio 
spatio di tempo s'è mutata in tristitia et pianto. Piangeva 



— 25 — 

el vechio imperatore la sua miseria et callamità; piange- 
veno vechij et gioveni la fortuna de Erasto. Ognuno già 
si era dispoliato le delicate veste et assumpti lugubri et 
negri panni; già se apparechiaveno le bandiere et stan- 
dardi; ciascuno venia a vedere si crudel spectacnlo. Per 
la qual cosa, restatosi li septi pbylosophi insieme, preseno 
partito eh' el primo di loro dovessi fare soprasedere per 
quello giorno la sententia, si come giurato haveveno al 
suo discipulo. Et per cusf fare si mosse er primo pbilo- 
sopho chiamato Euprosigoro. 

Come Euprosigoro, primo philosopho, 
cum acomodata parabola scampa per el primo di Erasto. 

Gap. 7. 

Pervenuto è'I phylosopho Euprosigoro dinanzi a l'im- 
peratore, el qual solo deambulava per una sala, né homo 
alcuno si trovava che ardissi di parlarli. Veduto adunque 
da molti eh' el phylosopho dinanzi da lo imperatore era 
gionto (1), assai fumo quelli che si acostorno per intendere 
che cosa de novo dovessi ad venire. Ma prima ch'el phy- 
losopho potessi salutare o parlare a V imperatore, fu pre- 
venuto da quello in questa forma : < Qual facia o qual ardire 
qual presuntione dinanzi a me ti fa venire ? È queste 
le sapientie et costumi che haveti insegnati al mio fìliolo? 
Che lui al padre non risponda né parli, et cum la ma- 
tregna presuma adimandare di fornicare? In verità, in ve- 
rità ve dico per salute del mio imperio che simel farò 
di vui et pegio che del mio fiolo ». El phylosopho cum 
benigna et alegra facia tal risposta gli dete: a Sappi, o 
inclite imperatore, che biasimevol cosa è fare contra iu- 
stìtia, maxime in quelli che di virtù sono adornati 

(1) Il ms. tra gionto e assai \\^ andavano. 



— 26 — 

et a regere et governare altri sono conslituti. Ma pre- 
saponendo che tu sapientissimo non possi errare fa- 
cendo iuditio contro el tao fìolo , el qual son certo 
che più presto volesti vivo che morto , pur non di 
mancho io te dico che tuti lì homini posti ad indicare 
debeno esser alieni da tre cose principale: da malivo- 
lentia, da desdegno et da ira. De le dae prime non in- 
tendo al presente parlare, ma de la terza; imperò che 
dice uno savio : La ira impedisse Y animo che non possa 
discernere il vero. Nel qnal vitio, se vitio se debie nomi- 
nare, mi pare che tu sia incorso al presente; et spe- 
cialmente movendoti a le parole de una feminella, la 
qual certo si come le altre , non altro [ha] in se' che 
malitìa, ma pocho senno et mancho intellecto ; per la 
qual cosa grande vergogna te ne adviene seguitando di 
lei a guardare pur a sue parole. Ma veramente a te in- 
contrarà come advene ad uno cavaler romano de uno 
suo cane, el qual molto amava d. Respose T imperatore: 
€ Come? i> Al qual subito disse el phylosopho: « Io 
son contento di dirtelo cum questi pactì, che se quello 
che io te dirò te piacerà, che tu me prometi per questo 
giorno lassar di non far morir el tuo fiolo et mio caro 
discipulo. Et se 'I mio Consilio non sarà da te approbato, 
di lui et di me farai el tuo volere ». Aconsenti et giurò 
r imperatore di far tanto quanto il phylosopho havea par- 
lato. Esso adunque incominciò a dire. 

« Era uno cavaliere romano, el qual havea uno cane 
molto legiadro et bello, giovene et conpito di tuta bontà, da 
lui sìngularissimamente amato. Havea ancora costui uno suo 
fìliolo unico et maschio, il qual faceva nutricare et lactare 
in cuna apresso di sé. Adviene che in quello tempo uno 
gioco militare se dovea fare in teatro di Roma, al qual 
conveniva andar questo cavaliere; et essendose partito di 
casa, la sposa et molier sua andò cum le altre servicial 



V 



— 27 — 

de casa inxieme cum quella che lactava il fanciullo in su 
uno terazo per vedere, o almancho sentire la festa e 
gioco che in teatro si facea, solo lasciando il fanciullo in 
camera serato insieme col cane. Accade che per esser la 
casa in una parte alquanto vechia et essendo in essa una 
grande apertura, intrò per quella uno horibile serpente, 
et volendo andare per devorare il fanciullo et il cane ve- 
dendo, subito levato in pie* cominciò a conbatere cum 
il dicto serpente; et infra questo conbatimento l'uno 
per l'altro tocando la cuna, quella si rivoltò sottosopra 
in modo eh' el fanciullo rimase sotto sano et salvo cum 
la cuna adosso; ma il cane che non per questo teneva 
il fanciullo securo, tuto arabiato si per amore di difen- 
dere quello et si per molte ferite che dal serpente havea 
recepute, cum canina rabia, si dete adosso al serpente, 
tanto che a 1' ultimo il cane rimase vincitore et ucise il 
serpente. Et non più che conpita la bataglia de queste 
bestie, vene in camera la nutrice del fanciullo, et non 
vedendo quello, ma revoltata soto sopra la cuna, et ve- 
dendo ancora el cane tuto sanguinoso, dubitando che 
quello non havesse morto el fanciullo, cum grandi stridi 
et nimori uscendo fora di casa tuta scapigliata, si fugiva 
piangendo et percotendo la facìa et il pecto. Ma la madre 
del fanciullo, che cum le altre serve era ancora in sul terazo, 
domandando a quella de la cagione de dicto pianto et 
di tanta tristicia, rispose et disse come il cane havea 
mangiato il fanciullo in cuna. A le qual parole comin- 
ciando lei insieme cum le altre a piangere et cridare, 
non però di quelle alcuna andando a vedere se cusl 
era, ecco ritornare el marito vincitore de la bataglia et 
trovando la mogliere et tute l' altre piangere, et doman- 
dando de la cagione, li fu dicto come il suo cane da 
lui tanto amato havea occiso il suo figliolo in cuna. 
Costui .pieno di hirore, credendo a le parole de la 



— 28 — 

moliere et de r altre sioche femine et vedendo venire 
verso di sé el cane tuto insanguinato a farli festa, come 
era consueto di fare, molto più incrudelito per vederlo 
in tal modo innanzi, cavò fora la spada et cum essa 
tagliò in due parte el cane. Quello calpestando et male- 
dicendo, piangeva il suo filiolo, minaciando et vilania di- 
cendo a la moliere e a le altre femine de la cativa cu- 
stodia che del fanciullo haveveno bauta. Andò non di 
mancho cum quelle done et cum molti soi amici a la 
cuna per vedere al mancho se parisse qualche cosa del 
filiol suo, et drizando la cuna trovorno il fanciullo sano 
et salvo senza macula alcuna ; per la qual cosa repieni de 
alegreza e di stupore, et guardandosi in torno, videno el 
serpente occiso et tuto morsicato. Judicorno adunque 
per questo eh* el cane volendo defendere il fanciullo dal 
serpente, cum quello conbatendo, Tavea occiso. Unde el 
cavaliere fu molto dolente d'haver occiso el cane et 
poco mancho che non occise la moliere et le altre 
femine, le quale ereno state casone che havesse morto el 
cane, el qual dovendo recever beneficio (1) de la sua fedeltà 
e custodia, ne havea conseguito la morte; et tanto ne dolea 
a le persone che ereno presente, che tuto el pianto si 
rivoltò sopra la innocente morte del cane. Et tuto questo 
adviene per esser stato troppo credulo a le parole de 
quelle femine. Imperò che prudentia de Thomo è prima 
vedere e tochare cum mane . e poi indicare, et non cum 

■ 

furore et ira metere ad efTecto alcuna cosa. 

Concludendo adunque, o maximo imperatore, cusi 
interverà a te dando fede et prestando orechie a le pa- 
role de una feminella, et per quella in molta furia co- 
mandando che occiso sia el vostro dilecto e unico fiolo, 
el qual ove doverebe forse ricevere laude et premio, ne 

(1) bf (il resto indecifrabile). 



— 29 — 

conseguisse danno, morte et vergogna. Però ti Consilio 
che deposto ogni furore, volia prima examinare el caso 
del tuo filìoló e cum chi ti voi bene consiliarti, et cusi 
potrai dare optima e perfecta sententia >. Piacque a 
l' imperatore el parlare de Euprosigoro e quello coman- 
dando, relaxò per quello giorno la sententia come vera- 
mente havea promesso. 



Come Arphrodisia, cum una sua parabola, 
induce V imperatore che la matina seguente sia morto Erasto. 

Gap. 8. 

Retornando la sera V imperatore in camera a la sua 
sposa, la trovò stare de mala volia et tuta conturbata, et 
domandandola de la cagione, quella rispondendo disse: 
4 Certo che ralegrarme non posso, poi che si presto hai 
revocata la sententia del mio prono e disonesto filiastro ; 
ma sapia veramente che a te incontrare come incontrò 
a uno nobel segnore el qual havea in uno suo giardino 
uno grandissimo pino; questo ne produsse et germinò a 
pie' suo uno altro molto più bello et drito, al qual esso 
signor pose grande amore et molto se ne delectava et 
ralegrava, et cum grande custodia el facea alevare. Uno 
giorno dovendo questo signore andare di fora, discosto 
asai da la cita, per facende occurente, chiamato a sé 
r ortolano che custodiva el giardino e comandoli ch*usase 
ogne sua diligentia cerca quella pianta del novo pino, 
ordinandoli sopra tuto che la dovessi mantenere dricta 
et bella et che, se bisognasse, che per quella tnti li altri 
arbori dovesse tagliare, et partisse. Doppo molti mesi re- 
tornando a casa el signore, non prima smontato da ca- 
vallo, che subito andò al giardino per vedere se era ere- 



— 30 — 

scìuta la sua pianta et bella et drìcta; la qual trovò tuta 
storta et male in asseto; onde fortemente turbato cfaiamò 
l' ortolano et disse : € Per che haj tu hauta si mala cura 
de questa pianta? Non ti ricordi tu quanto io te la ri- 
comandai? » Rispose Portolano et disse: e Li rami del 
pino vecbio f anno facto cusi storzere » . Albera disse el 
signore: « servo iniquo et maledecto, bor non te a- 
vevi io dicto che tu taliasse tuti li altri arbori et rami, 
che impedisseno questo, a ciò che dricto et bello se con- 
ducesse? » Et comandò ch'el servo fusse messo in 
sempiterna carcere, et fece taliar el pino vecbio per 
veder se poteva aiutare et drizar la pianta giovene. 
Per modo alcuno non puoté curare né drizare. 

E cusi è intervenuto a te, che havendo dato questo tuo 
Bolo a la custodia di questi septi phylosophi, vedi che piega 
trista li hanno data. Ma se tu sarai prudente et savio et 
tenerai el mio Consilio, meterai quelli in sempiterna car- 
cere et al tuo fiolo iniquo et maledecto darai la morte, 
per che invano t' afaticarai sperando che quello possi di- 
ventare meliore, e per fermo tiene che se questo pec- 
cato li perdoni, presumerà uno altro magiore contro di te 
comettere, che sarà la tua disfatione, sol per poter regnar 
con loro. Hor se tu sei savio et prudente et ami il tuo 
bonore, fa tanto quanto da me t*è stato conseliato; se non, 
che miserabii morte ti si apparechia! > 

Turbossi asai T imperatore, si per veder contristata 
sua moliere, si ancora per haver udito lo exemplo et il 
recordo de lei a sé decto. Onde rispose : « Dati pace , 
dilecta et cara spoxa, eh' el tuo bonore et mio vendicarò > . 
Per la qual cosa renovò la pristina sente ntia per la sub- 
seguente matina. 



— 31 — 

Come Dimurgo, 2!" phylosopho, cum nova parabola, 
fa suprastare la smtentia per il 2.* di. 

Cap. 9. 

Non era apena V alba dispartita, che con solicitudine 
si apparechiaveno li ministri de la iusticia. Ma non dor- 
mendo Dimurgo 2.*^ phylosopho, per non esser prevenuto 
se presentò per tempo a la udientia de lo imperatore. 
Al qual, poi che fu uscito fora, quello prima facte le de- 
bite reverentie et salutatione, in tal forma prese a dire: 
« Già fu molti anni, o illustrissimo imperatore, che io 
per tua benignità et gratia sono apresso de la tua sacra 
maestà; nel qual tempo sempre ho cognosciuto quanto 
inzegno è il sapiente et optimo Consilio che tu possiedi ; 
ma sopra le altre virtù, che mi paieno haverte illustrato, 
è stata la iustitia che in te sempre è resplenduta, per 
che contro a iusticia non mai mi racordo che habi facto. 
Ma occurendo al presente uno caso fortuito, sono venuto, 
come è de mio debito, a consiliarte sopra il caso et sen- 
tencia data contro il tuo fiolo. Né ricerco premio o laude 
alcuna se quello te piacerà; ma solo che per questo 
giorno li perdoni la vita: la qual cosa se mi prometi di 
fare, tanto salutìfero ti sarà el mio Consilio che non solo 
a te, ma a tuti e' posteri sarà futuro admonimento ; e come 
tu sai, uno optimo Consilio, al tempo del bisogno, è più 
da existimare che luto 1' oro del mundo, et come ancora 
è in proverbio : Chi cum molti si Consilia non perìse 
solo » . Promise adunque T imperatore di non fare occi- 
dere il suo fìliolo per quello giorno se il Consilio li pia- 
cesse; ma per contrario se quello non fusse bono, jurò 
de farlo cum Erasto per la gola impicarlo. El phylosopho 



V, 



— 32 — 

adunque cum grande arte di pronuntiatione et audatia 
incomentìò a dire : 

« Sappi, maxime monarcha, che a te incontra, occi- 
dendo el tuo fiolo, come intervene ad Ypocrate summo 
et excelente fisico; el qual havendo uno suo nepote si- 
melmente in medicina peritissimo, stato da lui perfetta- 
mente instructo et admaiestrato in tal arte, adviene che in 
quelle parte el filìolo de uno re se infermò a morte. De la 
qual infermità disperosene tuti li medici che in quella 
provincia si rilrovaveno; fu consiliato il re dovere man- 
dare per Ypocrate per la liberatione del suo flliolo, di- 
cendoli che se quello era da scampare per arte, solo 
Ypocrate il poteva mantenere in vita. Il re e la regina 
anxij et curiosi de la sanità del giovene, udicto il Con- 
silio, subito spaciorno ambasciatori cum grandi presenti 
et quantità de denari mandando a dire et pregar Ypo- 
crate che lì fusse de piacere de andare a curare el loro 
filiolo, prometendoli grandi thesori et avere. Gionti li 
ambasciatori a Ypocrate et exposo a quello la causa de 
la lor venuta et presentandoli li doni a lui mandati, 
Hypocrate refferendo a Ihoro gratie de tanta fede et di 
tanti presenti, disse : « Quanta sia la fede e liberalità del 
vostro inclito re , per molti exempli al presente con- 
templo: per la qual cosa asaì mi dole che, essendo già 
decrepilo per graveza del tempo e di senetù, non po- 
tere, come sarebe di mia voluntà, venire ad fare ogni 
suo contemplo. Ma conpiacendovi mandare cum voj uno 
mio nepote doctissimo e in tal arte experto, el quale ben 
che sia giovene, non di mancho se homo alcuno poserà 
sanare quello, questo sopra tuti lì altri saprà el modo e 
la via ». Considerati li ambasciatori non poter menare 
Hypocrate, et presi speranza ne le parole sue, coUdussine 
el nepote a lo expetante e desideroso re. Poi che gra- 
tiosamente fu receuto , el medico visitò V infermo gio- 



4. 
l 



— 33 — 

veneto et rìsgaardando ne la facia del re et de la regina, 
et consilìatosi cum li altri medici de li accidenti de lo 
infermo, non era filiolo del , re : onde dechiarosi per 
molti modi domandando dì voler parlare cum la regina 
in secreto; la qual cosa fu facta. Disse adunque el me- 
dico a la regina : e Se tu me prometi di dirmi di quello 
che ti dimandare la verità, io farò sano el tuo fiolo, 
altramente non » . Promiseli quella giuramento, come vo- 
luntarosa de la sanità del fiolo, dirli il vero di luto quello 
fusse adimandata. € Dimi , disse el medico , chi è padre 
di quello giovene? > Respose la regina e non senza ru- 
bore : « Chi credi tu che sia suo padre, altro che 'I re ? 
di che mi fai questione tu? i> Disse el medico: « Da poi 
che tu mi negì la verità, sapia che io mi partirò et el 
tuo fiolo se morirà s». Udendo la regina tal sermone, et 
dubitando che per el tacere suo non perisse el filiolo, 
pregò el medico et cum sacramente se fece afermare che 
di quello che lei li parlassi, a persona del mundo non ma- 
nifestarebe. Onde disse : a Tu poi sapere, excellentissimo 
doctore, quanto sia grande V infortunio de quelle donne 
constitute in regimento, el non generar filioli; conce- 
sia cosa che a* lori mariti per tal cagione vengano in 
odio et da loro sono abandonate et discatiate, cercandose 
altre femine, a ciò che non potendo di loro legìptimi 
heredi lasciare, qualche bastardo procurarsi aquistare; et 
de questo io ne posso dare bona testimonianza, che 
stata sono più anni a marito, . non ho potuto pur una 
volta concipere, mi era data la colpa come a sterile e non 
acta a fare filioli; da tuti mi vedevo quasi abandonata. 
Onde mi proposo in animo de experimentare se la colpa 
era mia o del sposo, mio re; et venuto a caso un giorno 
el molinaro a portar la farina a corte, et trovandomi 
quasi sola, imperò che era andato il re a cacia, feci 
chiamare il dicto mulinaro et monstrando de haver in se- 

3 



— 34 — 

creto a parlarli, hebe non so che volti ad usar cum lui; 
et parendomi non doppo molti giorni esser gravida, trovai 
modo de aver a far col mio sposo re; et cosi in tempo 
de nove mesi partorì questo reputato da tuti vero fiolo 
del re; per modo che da poi in qua sono veramente 
stata regina. Tu adunque, intesa la mia fortuna, pregoti 
che me restituisca quello che cum mio inzegno et cum 
mio grande periculo ho aquìstato ». El medico subrì- 
dendo alquanto li rispose: « Non dubitare che in breve 
ti darò sano et salvo el tuo fìliolo >; et subito comandò 
che a r infermo non fussino più administrati cibi delicati, 
ma di grosso nutrimento; et cusi in pochi giorni rendè 
fortificato et libero el supradicto giovene. Per la qua! 
cosa dovendosi partire el medico, el re li fece dare 
grande copia de oro et de argento et cum grande ho- 
nore acompagnarlo in fino a la patria sua. El qual ri- 
tornando ad Hypochrato li narò quanto havea adoperato. 
Udendo si gran cosa, Hypocrate incontinente, acceso de 
invidia, cominciò a dubitare che quello non devenisse più 
nobile e perfecto medico di lui, maxime dovendo re- 
maner herede de tuti li soi libri de li quali gran copia 
havea composti. Prese donque partito di occiderlo secre- 
tamente, e pensato el modo, chiamò el suo nepote in 
uno suo bellissimo orto ripieno de infinite herbe virtuose, 
et cominciollo a domandare se conosceva la virtù de al- 
cuna d'esse herbe; rispose quello de si; li disse: « Chi- 
nati et prendela »;et cusi facendo, T invidioso Hypocrate 
lo percosse de un acetta, la qual tenuto havea ascosa 
apresso di sé, per modo tale che non fu bisogno dei 
secundo colpo, et cusi colatamente lo sepelf. Non doppo 
molto tempo per divino iuditio infirmato Hypocrato de 
grandissimo fluxo de corpo, et volendo molti medici re- 
stringere quello et al tutto non potendo, disse a loro, 
come disperato, Hypocrato: « Da poi che vuj non mi 



— 35 — 

sapeti curare, né il fluxo restripgere, vi voglio dimo- 
strare quanta sia la scientia mìa » ; et fecise portare una 
coppa piena d* aqua frescha et in quella metendo una 
certa polvere sua la bevete et subito fu restagnato 
el curente fluxo in tal modo che per via alcuna non 
potea andar del corpo. Onde conoscendo non potersi 
aiutare né guarire, fortemente piangendo dicea: € me 
dolente, e misero a te Hypocrate! Se qui fusse el mio 
nepote certo per lui de questa infìrmità sarei curato! » 
Et cusi lamentandosi et suspirando passò de questa vita. 

Considera adunque, o maximo imperatore, che se 
Hypocrate non havesse il suo nepote occiso, al tempo 
del bisogno da lui sarebe stato liberato. Per la qual cosa 
concludendo dico: che se uccidi in tanta furia il tuo fi- 
liolo, non dubitare che tempo vera che di lui barai bi- 
sogno, e iutarte non ti potrà ; e cusi tu medesimo sarai 
del suo e tuo male cagione. Si che fa ora quanto a te 
pare et piace, che a bono intenditore poche parole basta » . 
Piacque asai a V imperatore la narrata parabola , e so- 
prastete alquanto dimorato. Finalmente per quello giorno 
relaxò la già dacta sententia. 

Come Arphrodisia induce de novo /' imperatore 
a comandare che la 3," matina sia morto Erasto, 

Cap. 10. 

Credevasi fermamente la imperatrice che 1 suo fi- 
liastro la instante matina dovesse esser conducto a le 
forche, et inmaginatosi che '1 suo sposo imperatore non 
pocho receverebe di tal perdicta fastidio, apparecchiò uno 
magno et ornatissimo convito, acciò che per quello invitato 
venisse a desmenticare la morte del filiolo. Non era de 
consuetudine ritrovarsi insieme continuo a mangiare ; 



— se- 
ma a certi di et bore, secundo el beneplacito de lo im- 
peratore e DOD coDtra, per simel modo fusse stato da 
la sposa invitato. Venata adunque Tbora del disenare, 
si apresentò l' imperatore a la sala de la sua cara sposa, 
et fecesela poner a sedere a lato cominciando a dire, 
come per quello giorno, per bon respecto, non bavea 
facto uccidere Erasto. La qual cosa udita Y arabiata fe- 
mina, messa in collera, cum impetuosa sfaciatagine li re- 
spose: < Ben conosco quanto pocho ti sia caro lo bo- 
nore e qual sia la fede cbe già più volte m'ai promesso ; 
ma certamente io spero per divino iuditio a te dover 
incontrare non mancbo danno cbe s'incontrasse ad uno 
porcbo per lasarsi gratare et losengare ; lo etlecto del quale 
da me ti sarà conto se mi prometi ancora cum questo di 
fare uccidere el scelerato Efasto ». A la qual rispose 
r imperatore : < Cosa grata mi sarà intendere del sucesso 
del porcbo, ma non perhò ti prometo per ogi mandare 
el mio Solo a morire, per cbe cusì ó iurato; ma doma- 
tina, non acadendo altro, ti prometo te et me vendicare 
da ogni injuria. Piacete adunque el caso del porcbo na- 
rarmi, che cum atentione starò ad audire » . Et lei udita 
la promessa , subito incomintiò a dire. 

9 In uno grandissimo et fulto boscbo babitava uno 
smisurato porcbo sàlvaticbo, el cibo del quale ereno le di- 
verse generatione de fructi cbe per non artifìcio alcuno, ma 
solo per la temperìa de l'aera, qui se producevano in tuta 
perfectione. Ma fra li altri delectabili a questo porcbo , era 
uno altissimo et grosso pero, i fructi del quale volendo tore, 
el dìcto porcbo se acostava al piede de quello et tanto sco- 
sava cbe da sé scaziava la famelica voglia e poi si di- 
spartiva. Advene cbe uno pastore babitante in quelle 
parte perdete uno suo bove, lo qual fugi al boscbo del 
prenominato porcbo. Goniecturando el pastore esser difi- 
cile cosa di ritrovare quello, disposesi non di meno di 




^ 37 — 

cercarlo, et finalmente più di caminato per el dìcto boscho 
et già vedendo frustra ogni sua faticha, deliberò di ri- 
tornarsi a casa. Et preso già el camino, ecco che non 
doppo molto pervene dove era el dicto pero; et ereno 
si belli i fructi di quello che subito mosseno appetito al 
pastore di volerne mangiare. Onde gitato uno suo ran- 
dello et. fatene cascare, el qual retrovato esser molto me- 
liore de sapore che di veduta, si propose di colierne 
uno sacho et quelle presentare al suo signore, acciò che 
mediante quelle el placasse de la ira del perduto buove; 
per la qual cosa, per meglio poter fare, assese sul pero 
et cominciò a cogliere de le più belle. In questo mezo 
vene el fameliclio porcho et acostossi al pedale et co- 
minciò, come era di suo costume, a far cadere de le pere. 
El pastor vedendo si oribel porcho et forte di sé te- 
mendo, cominciò haver paura, et non si asegurando di 
desmontare in terra, prese per partito gitar gran quan- 
tità di pere al porcho acciò che pasciuto si dispartisse. 
Ma il porcho trovandosi moltitudine di pere avanti et 
cum manchó faticha che non era el consueto, per tal 
modo si ne impite la panza che quasi era in sul cre- 
pare. Onde non essendo acto al camino se pose a repo- 
sare a pie del pero. Il che vegiendo il pastore, quasi 
uscito fora de senno non sapea che partito (1) pillare: d'una 
parte temea el descenso per il porcho che era apresso, 
da r altra che sopragiongendo la nocte non fussi cibo 
de altri animali salvatici. Ma come fanno coloro che posti 
fra due inevitabili casi elegeno quello che è mancho male, 
tale fece el pastore, che recatosi a memoria la corpu- 
lenta natura del porcho, cominciò a descendere pian 
piano, in tanto che cum uno pie poteva gratar la schena 
al porcho. Sentendose el porcho suavemente gratare si 

( 1 ) Il ms. partir. 



— 38 — 

voltò cum la pancia al pastore et cum la schina a terra: né 
fa coadacto a gratare col pie el pastore, per modo che 
quello, preso da dillecto, cominciò fortemente a dormire. 
Disceso adunque il pastore in terra e preso il suo col- 
tello in mano lo acoro, et cusi uscite fora del suspecto. 
El simel dirò a te dover intervenire, credendo a le pa- 
role de questi toi phylosopbì, i quali dubitando de la vita 
loro experimentano ogni modo et via come possino con 
mancho loro danno a te nocere, non altrimento che si 
facesse el predicto pastore al salvatico porcho. Esso per- 
dete el buove, e loro hanno perso Thonore; esso cercò 
di raquistar la pace del segnore con il presente de le 
fructe, e questi cum loro favole et parole cercano scam- 
pare el periculo nel qual già sono incorsi; esso amazò 
il porcho gratandolo, et questi cercano la tua morte In- 
sengandoti a non dover seguire la iustitia. Sia adunque 
savio et prudente, che stulta cosa è dir puoi : < Io no 1 
pensava > . < Confortati, disse V imperatore, e sta di bona 
volia, che domatina si darà principio a vendicar mia 
tanto offesa ». Et cusi ordinato si poseno a mensa. 



Come Termo.S.^ phylosopho, obtiene cum sua nova parabola 
che soprastata sia la sententia contro Erasto, 

Cap. 11. 

Convenutosi insieme la sera li septi phylosophi per de- 
liberare a quali de loro s'apartenesse la defensione del loro 
discipulo, et tochato la sorte al 3."" phylosopho per nome 
chiamato Termo, homo veramente calido et accurato in 
ogni sua facenda, quello ne la instante matina, solicito et 
ben proveduto, intrato in camera de lo imperatore et 
factoli le debite reverende et salutatione, con un pru- 



— 39 — 

dente et audace sguardo, in tal modo lì prese a dire: 
€ Mosso da singulare amore et reverentia verso la tua 
inclita et imperiai persona, sono venuto dinanzi a quella, 
non dismenticato quanto per el tempo a questo fine 
al presente ti sia piaciuto ogni mio ricordo et Consilio. 
Et per che al presente, havendoti colui che '1 tutto rege 
felicitato in darti uno fìliolo de tante virtù et docte, tu 
medesimo a le parole d'una feminella cerchi dì farte el 
più miserabile et infelicissimo, non ho potuto sofferire 
tanta tua ignorantia, che almancho per me non ti sia recor- 
data. Et veramente, inclito mio imperatore, se sapeste 
de qual pasta sia la magior parte de le done , io mi 
tengo certo che non solo a le sue parole ti movisse, ma 
come vipera gitante il suo veneno, la facia sua (1) advertire- 
sti. E per che me ocorre uno optimo et singulare remedio, 
a tal proposito preso da uno prudente et sapientissimo 
homo per liberatione et sanità di sua moliere, non ti sia 
ingrato di scoltarme atentamente el progresso di quello, 
el qual non dubito che di non pocha utilità, consolatione 
et piacere ti sarà. Se ti piace adunque et ami, conciedi 
gratia di starmi a scoltare; brevemente et sucinte tal 
caso da me proposto ti fia narato » . Condescese T im- 
peratore al phylosopho dandoli facultà di parlare, et quello 
cusi incomentiò a dire. 

« Uno antiquo savio et nobile cavaliere duxe in 
matrimonio una giovene molto bella , la qual per le 
sue belleze grandemente era amata et vagegiata da 
lui. Questa , non doppo molti mesi , fu presa d' amore 
de uno legiadro et formoso giovene, in tanto che se 
disposi di provar cose nove et haver a far cum lui; 
ma dubitando pur del marito, né parendoli haver al- 
cuno in casa di confidarsi in tanta facenda, uno giorno, 

(1) Il ms. tua. 



— 40 — 

non potendo più tale incendio soportare, per ultimo re- 
medio andata a ritrovar la madre, in tal modo el sao 
pensiero discoperse: e Madre dilecta et cara genitrice, 
per quello amore e filiale dillectione che sempre me haj 
portata, pregoti che di me ti rincrescha et di me liabi 
compassione et a me non denegi el tuo adiuto. A te 
sola me pare descoprire ogni mio pensiero. Si come 
ancor son' io, fusti giovene et bella et sotoposta a V io- 
cendij de amore; tu meglio che me cognosce quanto sia 
fragile el nostro sexo et tanto più quanto a li homini siamo 
sempre in derisione, concesia cosa che loro tante femine 
quante vedeno volieno havere a far cum loro; et nui 
misere, se per una volta caschiamo per fragilità in qualche 
peccato, perpetuamente siamo in abominatione a quelli. 
Cognosco però molto bene che più utilità et honore sa- 
rebe el poter refrenare el senso da tal piacere, che darsi 
a tanta lascivia et brutura; ma non solamente è da in- 
colparne el nostro essere, ma la natura che si à facte 
tale; et per tanto di novo ti prego che non potendo io 
refrenare questo appetito, tu cum la tua prudentia voglia 
darmi locho, modo e vìa che satisfacia a quello , acciò 
che r honor mio et tuo sia salvato, secretamente facendo 
in questo la mia voglia; et bene poi cognoscere quanta 
sia la fede che a te sola, madre dilecta, porto in tanta 
ardua deliberatione, poi che altri che te non ho voluto 
rechiedere; non mi desdire, ti prego, la prima gratia che io 
te habia rechiesta; non m'esser pegior madre che se sieno 
le altre a le lor fìole. Imperò che non molti anni fano, 
quando nui giovenete insieme ci troviamo, che da molte, 
anzi quasi da la mazor parte, udi come spesse volte le ma- 
dre loro haveveno condesese a le loro voglie, si per com- 
passione, come per salvarle da ogni vergogna et per che 
non se havesseno a fidar de gente incognite e aliene , 
mediante le quale ne fusseno cadute in fabula populare. 



— 41 — 

Tu adunque il simile fa et quello giovene, che da me ti 
sarà monstrato, piacete almeno per una volta rednrre al 
mio contento. El quale, Siene certa, che non si presto 
barai veduto quello, che di lui più che .me t'inamorerai, 
tanto è bello, acostumato et gentile, et tanto savio et 
prudente che dal primo dì che T uno de T altro s' ina- 
morassimo^ persona alcuna mai non se n' è haveduta ; la 
qualcosa finalmente se tu farai, sempre sarò chiamata 
tua filiola e salvarò cusi V honor mio come quello di casa 
mia; ma il contrario facendo sono disposta di meter 
ogni bavere V honor et la vita per conseguire questa mia 
volia. Respondi adunque quello che ti pare di seguire in 
tanta mia impresa ». Non senza admiratione havea la 
madre ascoltata la filiola, in tanto che ripiena de stupore 
non sapea che si dire, né che se respondere; vedea et 
cognoscea la filiola sua ebria de amore et il pensier suo 
deliberato; retrarla da tal pensiere non li bastava l'animo : 
proposise non di meno in animo quello che far dovea et 
cusi respose a la filiola : « Dulcissima et più e' altra da 
me amata filiola, ascolta et intendi bene quello che la 
tua madre ti dice. Non so pensare qual cagione ti mova 
a volere violare el thoro maritale et fare tanta ingiuria 
al tuo gentile et caro sposo. Tu vedi quale sia l'amor 
suo verso di te ; iniqua adunque cosa sarebe conturbarlo 
et fare quello che forse a me et a te saria cagione de 
morte ; imperò, si come tu hai deto , se bene loro 
rumpeno la fede a le lor moliere, non perhò voliano che 
cusi sia facto a Ihoro, anci el più de le volte se talìeno 
le corna o per via de coltello o de veneno. Ben è vero 
che alcuni se sono retrovati, per numero perhò pochi, 
che advedutose del fallo de le lor moliere, non se sono 
curati né fatone demostratione alcuna, come se cosa al- 
cuna non havesseno facta. Onde non so si tal fusse il 
tuo marito; et però mi parerebe che tu prima experi- 



— 42 — 

mentase a quello facendoli qualche ìniuria et dispecto, et 
se per quelli vederaj che non si turbi, veni securamente 
da me et farò cosa che te sarà in piacere > . Non fu dito 
né a SQrda né a muta; costei subito se ne andò nel 
giardino et exterpò fora de la terra uno bellissimo lauro 
molto in pregio et delectevole al suo marito, sotto l'um- 
bra del quale spesse volte cum gli amici si ritrovava a 
parlare. Et lei vedendo tornare el marito a casa, lo 
messe sul focho; la qual cosa vedendo el gentilomo do- 
mandò per che cagione si grande danno e mala opera 
havea facta; la quale li rispose: < Questo ho facto per 
che non havea legne che più mi piacesseno » . El marito, 
ben che li dispiacesse tale acto, non di meno di fora non 
se ne dimostrò turbato, né a quella disse altro se non: 
< Male haj facto; ma io te perdono et guardati che più 
non ti avenga tal cosa i». La giovene veduto quello che 
era seguito et udita la resposta del marito, corse di su- 
bito a la madre dicendo voler sua promissione, non es- 
sendosi turbato del dispecto facto el suo marito. < Voglio, 
disse la madre, che un'altra volta provi el tuo marito; vanne 
et uccide el suo cagnolo, et si te dimandare poi che cagione 
Tabi morto, respondi haverlo occiso per esser quello in fa- 
stidio et per che imbratava tutj li panni de casa » . La qual 
cosa andò e fece e rispose e disse quanto consiliato ha- 
vea la madre. Né per questo si dimostrò turbato el savio 
cavaliere. Onde quella dieta a la madre el suo contento 
adimandava, et respondendo lei esser ragione, non di 
meno li comandò che la 3." volta lo experimentasse per 
tal modo: < Tu domenica da matina, quando el tuo ma- 
rito harà convitato tuti li soi amici et posti quelli a mensa, 
sedendo tu a lato al tuo sposo, tien modo et via che 
quando più la mensa sarà piena , dimostra di fare 
qualche piacevoleza, et poi in un subito leveti in pie e 
gita sottosopra la tavola. Et se per questo non si turba 



— 43 — 

el tuo marito, vieni presto da mi et troverai apparechiato 
per quella nocte el tuo amoroso i». 

Era sabbato quando disse questo la madre a la fi- 
liola tal parole, onde troppo lungo li pareva el tempo a 
dover expectare a la matina ; ma venuta la bora del con- 
vito et posti a mensa, quella come paza relaxata in riso 
et levatasi suso in pie dricta con furia et impeto gito 
sottosopra la mensa. De la qual cosa molto turbossi el 
marito et fu per occidere in quello puncto la sua moliere; 
ma si ritene, et rafrenando V ira, voltò el sdegno in riso 
per rispecto de li convitati et comandò subito fusse re- 
parechìata la mensa et restaurato el convito; et cusi fu 
facto. Da poi conpito el pasto et il magro disenare et 
spartitosi li amici e convitati, el marito de la giovene 
fece accendere un gran focho, apresso del quale fece 
denudare la sposa et legarla ad una scrana, et comandò 
ad uno barbiere che la salasasse da ciascbaduno brazo 
dicendo : « Veramente io ho cognosciuto eh' el sangue 
ti bole adosso per el qual sei deventata matta. Ma ecco 
che io te voglio guarire » ; et lasciando uscir gran quan- 
tità di sangue, vene a tanto che quasi pareva morta ; onde 
comandò che fusseno astrecte le vene e posta a lecto a 
riposarsi. A la qual venendo la madre dicea: e Tu sai 
bene eh' io te ho promesso , perhò di' quello che tu 
voi che io facia ». Ma quella a pena potendo respondere 
disse: < Ecco madre che io sono quasi moria et tu voi 
ch'io atenda a lascivij cum amorosi; non più, non più, 
madre, per che spento è il foco che mi facea bulire ! » 

Hor cognosci et vedi, inclito imperatore, quanto fusse 
utile la medicina del savio cavaliere? Vedi in quanto 
pocho di tempo sanò quella da ogni sfrenato appetitto? 
Tu adunque fa el simile a questa tua muliere, falli tirar 
el sangue matto che essa ha ne la testa et cognoscerai 
che la sua malitia viene per superabondantia di sangue. 



— 44 — 

E tale sarà ei fracto di questa medicina che U e lei el 
el too Solo scamperai da morte et Tìtuperìo ». Non di- 
spiacque ei Consilio a V imperatore et proposise di peo- 
sarri so, et per monstrare che grato li fosse el dicto del 
phylosopho relaxò per quello giorno la sententìa del fiok), 
si come a* sai predecessori havea fatto. 



Come Arpkrodisia, cum novo modo e cum nova parabola» 
fa revocare la sentenza cantra Erasto. 

Cap. 12. 

Non era tanto aspectata dal caro Ulixe el retornare de 
la casta Penelope, che cam pia desiderio non aspectassi 
Arphrodisia le nove del morto filiastro; ma sabito inteso 
quanto era seguito, presa de grande dolore, fa necessario 
redarla in iecto, ove quasi morta stete per spazio di due 
bore. Et venata bora del mangiare non giovò né forza né 
pregare a farla piliare alcuna cosa e cusi passò el giorno 
in saspiri et giemiti e cogitatione. Venata adunque la 
sera et di novo opressa da grande accidente, fu corso a 
r imperatore referendoli che se viva volea trovare la sua 
sposa non indusiasse representarsi a la sua camera. Passò el 
core a T imperatore questa inbasciala, imperò che sopra 
modo amava quella ; onde mosso in furia corse a la ca- 
mera et trovata giacere la sposa come morta in sul Iecto, 
tenero de io amore suo, se gito sopra de l'imperatrice 
basiandola et confortandola, et per tenereza et compas- 
sione, di lachrime bagnò el viso a la sua dilecta sposa. 
La qual apresso al dolore che havea fingendo di star 
pegio che non stava, cominciò fortemente a piangere et 
a dire: e Questo è il merito che del mio amore verso 
di te ricevo; ecco che per tua cagione moro desperata; 



— 45 — 

ma io soQ contenta de morir cusi miseramente per far 
contento chi mi voi male. Non però volio tacere quello 
che mi pare esser di tuo honore et utilità, ben che pòcba 
stima de le mìe parole faci: io te haviso, et legatelo al dito, 
che questj toi phylosophi ti farano mal capitare, per che 
non in mancbo herrore me pare te esser incorso che si 
fusse uno prepotente re dignissimo; el caso del quale 
piacendoti ascoltarmi, non curaro, ben che faticha mi sia, 
nararti el tutto ». 

L' imperatore, sf per T imperatrice come per in- 
tendere el caso del prenominato re, benignamente et 
gratiosamente rispose de esser contento; anci la pre- 
gava che liberamente dicesse quanto era suo deside- 
rio. Et lei primamente molto ben suspirando et ge- 
mendo, incomentiò cusf a dire. 

« Uno prepotente el richissimo re cadde in uno acci- 
dente molto rincrescevole ; imperò che solo la virtù visiva 
exercitava tanto quanto era nella sua cita. Ma fora di quella 
era totalmente orbo. Costui domandando a diversi medici et 
savij Consilio per la liberatione del suo accidente, non trovò 
mai chi lo sapesse curare. Havea ancora costui conducti cum 
gran precio di denari septi phylosophi apresso de la sua 
persona: li quali li exponeveno li sonij et li auguri] ; nò 
questi per simel modo monstravano no 'I saper sanare. 
Ma come piacque a Dio, che non permete lungamente el 
mal regnare, fu consiliato lo afflicto re a dover mandar 
per uno peritissimo homo chiamato Merlino, optimo expo-^ 
sitore et cognoscitore de le cose occulte, affermando se- 
curamente che se persona alcuna el dovea sanare, lui 
solo era idoneo et potente. Piacque el Consilio al re, e 
subito mandò soi ambasciatori et messi cum grande quan- 
tità de oro, acciò che presentassino quello et pregasseno 
che li piacesse di representarsi denanzi a la sua corona; 
le quale cose ad pieno exeguireno V imbasciatori. Onde 



— 46 — 

exponendo quelli la voluntà del lor signore, ecco passare 
ano homo in gran freta: el qual visto da Merlino fu da 
lui chiamato in presentia de li ambasciatori et disse: 
e Tu vai a li phylosophi del re per domandare de uno 
ìnsonio che t' è in questa nocte avenuto et quello che tu 
porte in mane in scripto è lo insomnio. Onde se tu me 
lo voi dare, io te dirò ciò che signiflca lo insomnio tuo, 
la qual cosa li phylosophi non sarano i». Quello disse: 
« Messer io non desidero altro se non d' intendere et 
sapere la expositione di quello: ecco adunque lo scripto; 
guarda et vedi quello che ti pare ». Merlino alora disse: 
« Tu te haj insomniato esser una fontana d* acqua chiara 
et bolente in casa tua t>. Et quello confirmando esser 
vero, sobgjonse : < Vatine adunque a casa et guarda sotto 
al focolare tuo et troverai grande peso de argento >. 
Udendo queste cose T imbasciatori del re andono in- 
sema cum quello per veder se cusl era. Et trovato si 
come Merlino havea predicto, per la qual cosa ripieni 
de admiratione scrisseno al re quanto haveveno visto et tro- 
vato, et che di certo sarebeno dinanzi a la sua sacra co- 
rona presto. E retornati a Merlino lo messeno a cavallo 
et condusselo dinanci al loro signore. El qual poi che 
fu receputo cum grando honore et intesa la malatia del 
re, li disse: t Sacratissima corona, se tu desideri de 
conseguir la sanità del tuo accidente è di bisogno che 
tu facia taliar la testa a li toi septi phylosophi, et su- 
bito sarai liberato ; et sapia non ci esser altro remedio 
che questo ». El re, udito tal Consilio, molto se con- 
tristò, imperò che tutto el suo reame se governava et 
regeva al Consilio d' essi septe phylosophi. Onde rispose 
non voler per modo alcuno far tanto homicidio. Al qual 
disse Merlino: « Poi che simplicemente non voi aconsen- 
tire al mio dicto fa sostenere et guardare in locho securo 
li septi phylosophi a ciò che non fugesseno. Intendo de 



k 



— 47 — 

scoprire la loro nequitia. Et poi vatene e fa scavar sotto 
el tuo lecto et troverai bulire una caldara fumigante septi 
vapori constructi et generati per arte magica in tuo nome, 
e' quali sono cagione di questa tua infirmità, et che a- 
parà essere vero quello che per me è slato dicto; subito 
che harài quella trovata comentia a far taliar la testa a 
uno de' septi phylosophi et in quello instanti vederai 
manchare uno de septi vapori et tu alquanto de la tua 
infirmità alegerire i^ . Fu adunque cavato sotto el lecto et 
trovato quanto era stato predìcto; fece el re taliar la 
testa a uno de' phylosophi et vide spento uno vapore et 
cessar alquanto in lui la doglia. Per la qual cosa suces- 
sivamente morti tuti septe, si trovò libero et sano el re 
più che mai fosse a' tempi soi. Onde retenuto apresso 
di sé el prudente Merlino, lo constituf universalmente 
vici re del suo teritorio. 

CusI dubito , anci sono più che certa , che questi 
toi phylosophi te hanno incatenato, incantato et ace- 
cato el sentimento , mediante el qual non cognosci el 
tuo periculo ; ma se tu facessi al mio Consilio co- 
mandaresti esser taliata la testa al tuo flolo et a tuti 
septi sui preceptori et vederesti el fructo et utilità grande 
che tu ne conseguiresti; non di meno fa quello che ti 
pare et piace, che una volta sono disposta de morire in 
pace » . Turbossi grandemente T imperatore udendo tal 
exemplo; per la qual cosa confortò la sposa a star de 
bona volia, imperò che la matina comentiarebe a fare el 
suo Consilio; et cusi comandò che 'l filiolo fusse menato 
a le forche, prometendo ancora et giurando di far el si- 
mile a li phylosophi ; et cusf fu messo in ordine. 



— 48 — 

Come Oionoscopo, 4.** phylosopho, cum grande ingegno e 
arte, fa revocare la sententia per el quarto di cum 
una sua nova parabola. 

Cap. 13. 

Rimase per quella nocte T imperatore con la sua india- 
volata sposa, da la qual fu molto acarezato, instigandolo 
et incitandolo a la vendeta del suo honore. Unde perve- 
nuta presso la hora de Talba, fece V imperatore chiamare 
a sé uno de' più fidati camarierì ch'eli bavesse, et coman* 
doli che senza indusio alcuno facesse exeguire el precepto 
cerca la sententia del filìolo; ordinoli che subito morto 
quello, facesse prendere e sostenere li septi phylosopbi 
et separatamente in diverse pregione rincluderli. Instigava 
perbò tutavia Timperatrice a fare amazare li septi phylosopbi 
insieme cum el fìliastro, ma non vole aconsentire V impe- 
ratore dicendo che più per tempo et cum più crudel 
morte li volea far morire. Levossi adunque Arpbrodisia 
per veder passare el filiastro et per solicitare et far dare 
expeditione a la sententia. Ma non dormiva Oionoscopo, 
i° pbylosopho, homo veramente singularissimo et excel- 
lente ne la arte et scientia de V augurare; el qual veduto 
la sera avanti per augurio portar periculo per la matina 
innanzi di el discipulo Erasto, non aspectò de esser chia- 
mato né solicitato, ma gionto per tempo a la camera de lo 
imperatore et volendo intrare a quello, li fu sarata la porta 
in su li ochij et probibito totalmente l'intrare. Per la qual 
cosa vene quasi in angonia de morte, dubitando non esser 
tardo al socorso del discipulo. Ma ecco li medici de 
l'imperatore gionti a la camera, venuti per visitare l'impe- 
ratrice, inteso quella haver hauto alcuni accidenti; onde 



— 49 — 

aperte le porle et inlrando quelli dentro, el phylosopho 
husò del presumluoso et cum loro insieme pervene da 
r imperatore. Ma li medici , trovata star bene T impera- 
trice, preseno licentia, et presto si dispartireno. Rimase 
adunque Oionoscopo in presentia de T imperatore, et vo- 
lendo comenliare a parlare, più volle li fu prohibito; fi- 
nalmente perseverando quello, incomentiò a dire: « 
inclito e illustre imperatore, ove è la sapientia tua et 
lunganimìtà, ove è la forteza de lo animo et la grande 
iustilia temperata cum la equità, che in te regnar soleva? 
ove sono le altre virtù che tanto te adornaveno et feli- 
citavano in questa vita? Se' tu deventato affeminato, che 
tanto solevi esser virille e costante? Ah, ah, maximo im- 
peratore! Retorna, retorna in te medesimo, et prima con- 
sidera molto bene ogni opera e facto; consiliate cum 
chi ti voi bene et cum chi ha T animo alieno da le pas- 
sione; ricordeti del proverbio che dice: Tutte le cose 
che a far tu hai, fa cum Consilio et non li pentirai. Dime, 
ti prego, quando fu maj che tu despregiasti el bon Con- 
silio? Tu più tosto voi credere a le parole de una fe- 
minella, che mal te Consilia, che a le parole de uno tuo 
Adele che ben te amaestra? Tu debe pur sapere che 
non è malìtia sopra la malitia de la dona, né più afrè- 
nato animale si trova quanto lei; non perdona a padre 
madre, non a fratelli , non a (llioli, non finalmente al 
marito per vendicarse di quello etiandio che cum ragione 
li sarà slato facto. Et che questo sia vero piaceli de a- 
scoltarmi, che non ingrato ti sarà Tessermi stalo ad au- 
dire ». Cum tanta efficatia pronuntiò Oionoscopo le sue 
parole che costrenseno T imperatore a slare a audire; 
ben che in animo suo fussi de far morire senza fallo el 
suo fiolo, non di meno, datoli facullà a parlare, in tal 
modo cominciò per suo exordio: « Audite, cieli, quello 
ch'io vi favello; ascolta, terra, le parole de la bocha 

KHASTO i 



— 5() — 

mia; intendi, inclito imperatore, el mio parlare, et voi altri 
astanti advertite et non perdete, che cosa inaudita, stu- 
penda et admiranda, a exemplo et utilità de tuti, volio 
nararvi. 

Fu, non molti anni sano, in una famosissima terra, 
et quasi de le prime doppo lo excidio de Troia in Italia 
edificata, uno nobilissimo et prepotente cavaliere, de' beni 
de la fortuna molto' dotato, el quale condusse in matri- 
monio una gentilesclia et bella àonna.del numero de uno 
millione cernuta, per che de bontà e virtù era dotata; al 
governo de la quale ereno molte fantesche e familij. 
Non perdonava costei a le fatiche; di e nocte era vigi- 
lante ne la cura de la casa, in tanto che molte volte era 
in tedio a li familij et fantesche. Questa per caso trovò 
una de le serve sottoposta a uno dì familij de casa, 
per la qual cosa mossa in ira, prese uno bono bastone 
et cominciò fortemente a batere la fantescha, in tanto 
che quasi la lassò per morta, et al famìlio subito dete 
lìcentia. Ma odi, ti prego, imperatore: non fu batuto animai 
rational, non castigata anima intellectiva, ma il diavolo 
de lo inferno. Questa serva di Lucifero già si propose in 
animo de vendicarsi contro de la madona , sf per le 
reclute batiture, si per la expulsione del suo amoroso; 
onde imaginava che via o modo tener dovesse a vendi- 
carsi. Non aspectò che molto tempo passasse, anzi tro- 
vato non doppo molti di el suo messere et sposo de 
la gentildonna in loco solitario e secreto, li prese a dire: 
« Se mi prometi, o caro mio messere, tenermi celata de 
quello che io te favello, io te dirò cosa che de non pocha 
admìratione ti sarà t>. « Di quello che ti piace, disse 
el cavaliere, che tutto sarà secreto nel mio pecto ». Et 
quella: « Tu poi sapere quale sia T amore et fede che 
io porto et sempre ho portato a te e a la madonna, 
credendo veramente servire a persone da bene et bone; 



— si- 
ma quanto io ne sia inganata intenderai. La tua sposa da 
te singularissimamente amata et da te reputata fìdele et 
casta, più volte me sono acorta lei farte le corna et le 
male fine cum uno de li toi servi ; la qual cosa tanto me 
è despìaciuta che, non supportando tale iniquità, più volte 
fra me et lei f ò ripresa, recordandoli quanto gran male 
fa a farte le corna. Ora io, misera mi, ne sono stata 
batuta quasi a morte, e vedendo non di meno non se 
retirar di tal peccato, acciò che tu cum la tua prudentia 
riparia si facto scandelo (1); et certo sia che quando 
de questo vorai esser certificato , tutto ti farò tocar 
cum mane ». Fu dura cosa a persuader questo al ca- 
valiero, tanto pudica reputava sua mogliere; ma el dia- 
volo, che era intrato ne la lingua de questo suo men- 
bro, agiunse et disse : « Fa cusf, messer mio dolce : non 
corere a furia, né tu dirli alcuna cosa. Ma va e consi- 
dera quali de questi toi servi sia più amato da questa 
tua inhonesta sposa et vederai, come vole el peccato, che 
celar non potrà lo amore eh' eia porla a tal servo ; per 
che celar non si può amore né tosse ». Havea in casa 
questo cavaliere uno gentilescho e fidel servitore, bello 
de corpo, ma più bello de anima. Costui per le sue virtii 
et costumi era mollo amato de bono amore da la ma- 
donna, in tanto che a pochi altri comandava cusl volun* 
tiera come a questo; el quale, non si presto li era im- 
posto alcuna cosa, che subito da lui era diligentemente 
exeguita. Per la qual cosa cominciò a intrare in gelosia 
al suo messere, che cusi fosse come da la fantescha havea 
udito; et parendoli, come adviene a coloro che sono gelosi, 
che ogni acto che facea la sua sposa, o il suo servo, di- 
mostrasseno esser vero quello che di loro havea sentuto, 
e già più volte propososi in animo de taliarse le come, 

(1) Cosi nel lìis.: certo manca te ho voluto dir ciò o parole consimili. 



— 52 — 

si rafrenava tanto quanto era lo amore che verso de la 
sua sposa havea portato. Ma crescendo de df in di la 
suspectione, deliberò di provare se in acto carnale li potessi 
trovare; onde chiamata a sé ocultamente la serva li disse: 
« Dimi, ti bastarebe l'animo in farmi tochar cum mano 
quello che cum lingua m' ai declo? » Respose la male- 
decta femina: « E quale cosa è più facile de questa? 
Tene questo modo: mostra de andare in villa a stare 
parectii zorni et poi sta nocte torna et fami segno che 
io te apra, et venerai et troverai la carne nel lavezo » . 
Non dispiaque tal Consilio al credui cavaliere, per la qual 
cosa, messosi in ordine, disse a la sposa: « Atendi al gover- 
no de la casa che volio andare alcuni di a dimorar in villa 9 ; 
e preso licentia, si diparti de casa ; non perhò uscendo 
de la cita, ma fina a le sei bore de nocte occultandosi. 
Apparendoli la bora de tornare a casa, si cinse uno pu- 
gnale avenenato et vene al palazo et dato ei segno, la 
fantescha, che non dormiva, udito esser pronto el messere, 
corse a la camera del decto servo, che si raposava, e cum 
furia li disse: « Presto, presto Arigo, corri su a la ma- 
dona che ti chiama che si sente male » . El servo, come 
era de suo costume et prumpto a ubedire, corse su a la 
camera in camisa ; et la fantescha in questo aperse la 
porta al messere dicendo: « Va presto et troverai la 
pietra col fucille che bateno focho, et va presto et piano 
che non ti senteno, acciò che non si nasconda il tuo in- 
fido servo ». Ma gionto Arigo a la camera de la ma- 
donna disse : « Che comandate , madona ? Eccomi qui ; 
dice la serva che da vuj venga presto ». Rispose la ma- 
donna: « Va, dormi, va, che non ti chiamo; ma ella de' 
essere imbriacha come è de suo costume ». Ritornando 
adunque Arigo giù per la scala per ritornarsi a dormire, 
riscontrossi nel messere et tuto se marevigliò, et volendo 
parlare non potè, tanto fu presto el cavalier a passarli . 



— 53 — 

el core ciim el pugnale, credendo fermannente che quello 
venisse da dormire cuni la sua sposa el tanto più ve- 
dendolo in camiza descalzo; et sbofando andossene a la 
camera e trovata la molier in lecto el descedata , co- 
nienciò con impetuosa furia a dirli vilania el a balerla. 
Ma la innocente donna, oppressa da la inopinala venula 
del marito, quasi Iremebunda, volea parlare al marito, 
ma non potea, si solìcitava el cavalier bater cum el po- 
molo del pugnale la bocha de la povera donna. Haven- 
dola adunque per alquanto spacio slraciala et batula, preso 
per partito non voler cura coltello spargere el sangue de 
quella che tanto havea amata, né soportando tanta in- 
giuria, vole che quella, a sé stessa dessi morte; per la 
qual cosa datoli una atosicata bevanda inanzi li disse: 
« Prendi qual più ti piace di questi dui partili: o voi 
che cum questo pugnale ti scani et passi el core del pedo, 
voi questa bevanda sorbire; ellegine una et non pe- 
nare ». La misera donna fortemente tremendo, posta in 
tanto discrimine, come nave in tempestoso mare fra Ca- 
rudo et Siila, quale partito se dovesse piliare et ellegere 
non sapeva; né per qual colpa si aslrecta penitentia et 
morte li fusse apparechiata non si imaginava , come 
quella che havea preservalo el corpo suo da ogni alieno 
abraciamento ; non era senza grande admiratione recor- 
dandosi quanto era stato lo amore fra loro congiuclo et 
vederselo in si picolo spatio de tempo si crudele inni- 
mico. Per la qual cosa, preso alquanto de animo, ardi- 
tamente cominciò verso del marito cum lachrime a dire : 
« Piaceli caro et dilecto sposo mio, per quello amore che 
lungamente me haj portato, per quelli dolci abraciamenli 
fra noi già dece anni slati, per quella inviolabile et 
incorupta fede che io le ho conservata, ascoltami al- 
quante paiole, prima che per le lue mane et per tua 
cagione separi V anima mia de questo misero corpo in 



— 54 — 

tanta angonia al presente posto. Io chiamo in testimonio 
colini che creò el cielo et la terra, chiamo universalmente 
tuta la corte celestiale, tuta la humana et vivente al pre- 
sente generatione, et se intellecto el sapere alcuno hanno 
li animali terestri, aquatici et volatili, o se le stelle et pia- 
neti posseno dare influentia alcuna ne' nostri corpi, chiamo 
et prego che non permeteno che la verità de la mia in- 
nocente vita, cusf miseramente sia annulata et spenta; 
eccome qui ne le mane tue in me facto crudel sposo, anzi 
contro de questo innocente et pudico corpo, T anima del 
quale non possa ascendere in loco de salute, se mai in 
penser te ho manchato, non che de facti. Dimi alman- 
cho, li prego, per qual cagione o per quale mio def- 
fecto cerchi la mia morte et cusi crudelmente da te 
separarmi? » Ah quanto è la forza del diavolo in uno 
animo crudele iracundo et desperato ! Questo misero 
ecco che non lo moveno le vere et fidele parole de la 
sposa; per li capilli in camisa strasinandola la condusse 
ove r inocento servo jaceva morto et qui cum vituperose 
parole diceva : « Passiti nel sangue et cruore di colui che 
si dolcemente ti pareva gustare! » El qual spectaculo 
visto da quella tremebunda et quasi morta, se imaginò 
quello che era, ciò é che la perfida serva era cagione de 
la sua morte, et vedendo obstinato el marito et de a- 
nimo deliberato, preso in mane el bichiero et levati li 
ochij al cielo disse: « increato Padre, o Signor mio, 
tu che soli conosci et vedi lì secreti del core, fa ma- 
nifesta la mia innocentia et non permetere che si mise- 
ramente perisca, el se pur te piace che cusl la vita mia 
finischa, ecco la morte, posta ne le mane mie, in questo 
pocho de vetro contenta. Non me imputare, o Dio, homici- 
dìale de me medesima, imperhò che violentemente ricevo lai 
veneno, et più tosto questa morte ellegio per non veder 
versare el sangue mio per le man de colui che con sin- 




— 55 — 

cero et ardente amore ' ho sempre amato et reverito. 
Pregoti ancora, se iuslo prego nel tuo conspecto fu mai 
accepto, che tu perdoni a questo mio al presente ac- 
cecato sposo, come de core ancora perdono io ». Et 
cusi declo, prese el mortifero veneno. Vedendo lo acce- 
cato marito ei sucesso de sua moliere, mandò per una 
famosissimo in quello tempo predicatore e quello intro- 
dusse a confessare la moliere, sf per esser stato rechiesto 
da lei, si anchora mosso per vedere se mediante quello 
potesse confirmarsi in oppinione sua, de lo haver con lui 
manchalo la sua sposa. Ma trovato el confessore esser 
quella inocente e senza colpa alcuna et pregato da la 
donna, comenliò a persuadere al cavaliere a rendersi in 
colpa a Dio, el qual da lui era stato per la morte de la 
casta donna, tanto offeso. Ma quello come fora del senno 
si diparti da sé dicendo: « puro fraticello et sempliceto, 
poi che credi darmi a intendere el bianco per el negro, 
et il vero per el falso, maxime havendo. lochalo cum 
mano el cum proprij ochij visto quello che lei forse per 
vergogna non ti ardisse a dire; andate, andate et con- 
fessatela melio che poleti, che à perso Thonore et el corpo, 
almeno non perda T anima » . El frate negava esser vero 
quello €he lui credeva, ma finalmente, non lo volendo ascol- 
tare el gentilhomo el diparti da sé, et la donna in poche 
hore rendf V anima al suo creatore. Doppo la morte de 
la quale, ritornato alquanto el marito in sé, cominciò a 
ruminare et pensare le parole et li elTecti de la morte 
sposa, et le parole et reprensione del frate. Onde, per 
farsi pili certo se credulo havea el falso o no, guidato 
dal diavolo, di cui già era facto membro et servo, chia- 
mata a sé la scelerata fantescha , la comenliò a pregare 
che come el facto era andato li dovesse manifestare , 
l)ronietendoli che se bene havesse manchalo conlra sua 
madonna, li perdonarebe el da lui mai non sarete ha- 



— 56 — 

bandonata. Ma quella tremando non ardiva de parlare, 
dabitando che se se discoprisse el suo fallo et peccato non 
ne conseguisse la morte. La qual cosa vegendo el cava- 
liero , preso el pugnale in man , comentiò a cominire 
et minatìare a la serva a dir el vero, ben che H tutto 
sapessi; se non, che di presente seguirebe el servo e la 
madona ; ma altrimente facendo reciverebe remissione del 
suo peccato. Et tanto sepe dire et fare che, come vote 
el peccato, questa scelerata confessò l'ordine de la cosa; 
agiongendo haverlo facto non perché la madona ne re- 
cevesse morte, ma ne fussi bastonata et mal tractata da 
lui per vendicarse de le batìture recente da lei. La qual 
cosa intesa lo mìsero cavaliero, agiongendo male a male, 
percosse de quello pugnale nel pecto de la fantescha et 
subito morì. Et considerando in quanto errore era incorso 
per haver troppo creduto a le parole de una feminella, 
volto in furore, prese uno capestro e ligandolo sopra 
de la donna che giaceva in terra morta, scrisse prima cum 
el pugnale in nel muro in questa forma: 

Qui iace in terra la mia cara si>osa. 

Per aver dato fede a le parole 

De la fantescha iniqua e mulitiosa. 
El servo senza colpa el eie! se cole; 

E quella eh' è cagion de tanto errore 

Nel pili profundo gir piange el si dole. 
Ma io seguendo lei moro in furore. 

Cusf compito rimase apicato, tardo acorgendosi del 
suo fallo. » 

Di tanta admìratione et stupore fu a tuli h cìr* 
custanti la pronominata historia , che pochi furono che 
senza lacrime ascoltassino el fìne de tale naratione. 
Per la qual cosa fu indicato esser cosa ragionevole 
et insta de far sopraslare la sententia de Erasto, acciò 



— 57 — 

che cum più aconcio fussì examiaato lo excesso suo. 
Al qual Consilio non potendo contradire io impera- 
dore, parendoli exemplo più che admirando, onde fu con- 
ceso che quello giorno se ritornassi a la pregione Erasto , 
fin a tanto che miliore expiditione si dessi al caso suo; 
et cusi se parti victorioso el bono augurante Oionoscopo. 

Come l* imperatore partito da Roma, 
Arphrodisia cum sue littere lo induce a renovar la sententia. 

Cap. 14. 

Retrovandosi l' imperatore in tanta perturbatione de 
animo per le continue molestie che recevea da la sua 
sposa e da li septi pliylosophi, et imaginandosi ogni bora 
per la presentia di quelli et il miserabile accidente del 
filiolo, proposesi in animo e deliberosi de absentarsi al- 
quanti di da Roma a uno suo loco molto solitario et 
quieto; si per suprastare a la sententìa del flliolo, si per 
non haver ognedl a combatere cum sppsa et phylosophi. 
Onde muntalo a cavallo, senza dire a Y imperatrice cosa 
alcuna o ad altre persone, si condussi al suo salutarlo 
palazo. La qual cosa udita da T imperatrice, più dolente 
che mai fusse a la sua vita, se tirete in uno suo studiolo 
secreto; prima, per rabia et stiza batendosi et maledi- 
cendo et batendose le mane e il pecto et lamentandosi, 
maledeva amore et piangeva come desperata la sua mi- 
sera sorte. Ma per non manchare né sucumbere a la sua 
impresa, tolto cum impetuoso sdegno il calamo in mane, 
in questa forma al suo sposo imperatore scrisse: « La 
misera et infelice haliandonata et derelicta Arphrodisia 
al mio signore sposo tal salute quale in lei esser si tro- 
veno. Ben che indarno me affatichi a scriverli, non perhò 
volio desistere de non recordarti la tua salute e el tuo 
lionore e bene, per che volio che più vincha el mio 



— 58 — 

amore che io ti porto, che la pocha stima che tu fai de 
me. Qual è quello che havesse mai credulo che 'l mio 
sposo da me tanto amato, senza saputa alcuna da me si 
fussi dipartito? Forse che 'I mio troppo volerti bene 
offende la tua serenissima maestà? Ma sapia, et questo 
tien per certo, che sempre per tal cagione ti sarò in 
odio ; concessia cosa che altra persona che te amar non 
possa. Non è el mio amore come è de consueto de 
dire, che 

Amor de donna è come neve biancha 
Che presto viene et presto mancha. (1) 

Che, salva la reverentia de tali falsi calumniatori,più fermo 
e stabile è lo amore ne la donna che in altro sexo ma- 
sculino, come per exempli senza numero si potrebe pro- 
vare; imperhò che infiniti sono quelli che cum fama et 
honore sarebeno vixi al mundo, se al Consilio de lor mo- 
liere havesseno dati fede. Et quanto questo sia vero legi 
et intendi bene quello che nel subseguente è scripto. 
Legese essere stato quasi a tempo nostri uno richis* 
Simo re, ne la corte del quale si ritrovava haver dui Ihesau- 
rieri: uno sopra modo avarissimo; T altro per el contrario 
in expendere era largissimo. Volendo adunque el prefato 
re lo acumulalo suo ihesoro dare in custodia, luto et si- 
curo lo messe ne le mane de Tavaro Ihesauriero, sperando 
più presto doversi augmentaro ne le mane de quello 
che sminuirsi. El quale, preso el thesoro et quello sotto 
custodia de una fortissima torre serato, l'adito de la quale a 
tuli era denegato, excepto che al dicto thesauriere, in (2) 
tanto ne vene anxio et curioso che poco ereno quelli giorni 
che da lui non fusse visitato tale thesoro. Accade che 

(1) Io (io il verso com'è nel ms. 

(2) Prima di in nel ms. si legge et. 



— 59 — 

quello altro thesauriero, atendendo a compiacimento de 
uno suo unico fiolo, a darse piacere et vita chiara, né 
refrenando la sua prodigalità , in breve tempo vene 
miserissimo. Havea costui una discreta et sapientissima 
donna per moliere, la quale non cessava di et nocte 
admonire et reprehendere il suo marito a doverse rafre- 
nare de tale luxuria et prodigalità, ricordandoli che se 
andasse seguitando le sfrenate volie del filiolo, misera- 
mente finirebeno la lor vita. Ma quanto questo fusse 
bono ricordo, nel sucesso si dimostra; imperhò che V uno 
e r altro facendose beffe di quella che cum amore li 
consiliava, deveneno a tanta calamità et miseria che quasi 
fugiva[no] la humana conversatione.Onde, non potendo sof- 
ferire tanta inopia et miseria, deteno opera de haver 
varij feranienli da rumpere muri et da conficar casse, 
et andosseno de nocte a la predicta torre ove era stato 
reposto el thesoro regale. Quella cum grande arte et in- 
zegno rotta el penetrato fina al ihesoro, ne tolseno quella 
parte che a loro pareva conveniente, dicendo fra loro, 
esser più conveniente el più secura cosa el tome a pocho 
a pocho, che in una volta spoliare la torre di tutto el 
thesoro, maxime essendo quello sempre a ogni loro be- 
neplacito; el cusi per tal modo teneno alcuni giorni. Ma 
il core de lo avaro, che sempre era geloso di quello che 
già li era incontrato, andossene a la tore et trovò smi- 
nuito parte de V oro. Per la qual cosa venutone in grande 
affanno et dolore, comentiò a proquirere et investigare 
unde havesseno hauto intrata o exito quelli che dicto 
thesoro havevano asportato via, et trovato finalmente el 
loco, s' imaginò in che modo dovessi prendere tali ladri ; 
et preso partilo, fece occultamente cavare una profimda 
fossa soUo la ro tura del muro, la qual fece reimpere di 
pegola et de vischio; et debilmente disopra ricoprirla. 
Andando dunque el Ihesauriere prodigo col fiolo a la 



— 60 — 

torre per far quello che era di loro costume, et intrando 
prima el padre dentro, si ritrovò saltar nel mezo de la 
impegolata fossa, et manchandoli ogni adìuto a dover u- 
scire di quella, imperhò che tutto era snmerso da la testa 
in fora, et dubitando per tal modo esser conosciuto, ad - 
moni el filiolo a non dover descendere al basso, exortan- 
dolo a taliarli la testa a ciò che per tal via sconosciuto, 
venissi a liberare el padre de infamia et lui da crudel 
morte. El Consilio del quale non dispiacendo al fiolo, 
taliò la testa al padre, e quella in secretissimo locho se- 
peli. Da poi ritornato a casa, narò a la madre in quanto 
periculo era stato et quanto era seguito, pregando non 
di meno che non dovesseno alcuni de loro piangere o 
lamenlarsine, acciò che non fusseno per tal pianto ca- 
gione de la sua morte. Et eccoti levatosi la matina per 
tempo lo thesauriero avaro, e pervenuto ne la torre, cre- 
dendo trovar vivo el ladro et preso al veschio, el trovò 
morto et decapitato. Onde non potendo refigurar quello 
per lo habilo devisalo e per el tronchato capo, fece che 
'I re comandò che dicto corpo fussi strasinato a sono de 
tromba per tuta la terra , imaginandosi forsi per tal via co- 
gnoscere el mal factore. Et cusf fu facto ; et strasinato per 
tutte le strade, è pervenuto dinanzi a la porta del morto 
thesauriere, el qual speclaculo vedendo la donna, insieme 
cum le altre de casa comentiorno Tortamente a piangere 
e cridare. Ma il giovene vedendo questo et dubitando 
non esser discuoperto, prese uno cortello et ferissese 
gravemente in una cossa, de la quale habundantissimo 
sangue usciva. A le qual cride venendo li officiali del re 
per intender la cagione, rispose el giovene: «Sapiate: queste 
donne piangeno et cridano per che io a caso, volendo ta- 
gliare uno legno, me ho forato si crudelmente come vedete » . 
Li officiali credendo che cusi fusse si dispartirno. Ma non 
doppo molto sopragionse, per divino indillo, lo spasimo 



— ci- 
ne la gamba del giovene et come desperalo rendè l'a- 
nima a cui era facta serva. Et tato questo misero fine 
bebé per non haver voluto aquiescere a li sopradicti 
amaestramenti de quella prudente et savia donna, la quale 
per loro cagione si rimase in miseria e infelicissima. 
Onde cusf indico a te dover intervenire, da poi cbe 
de'mei fideli ricordi ti fai beffe : che questo che tu tiene 
per tuo fiolo, li condurà un di a si misero fine, che non 
solo chi ti voi bene, ma chi te ha in hodio piangerà el 
tuo infortunio; né li potrai excusare che da me più volle 
non ti sia slato recordato. Fa, non di meno, pur a tuo 
modo et aconsenti più tosto a'septi phylosophi che cerchano 
d' inganarli, che a me che nocte e df penso di far quello 
che sia in tuo honore el gloria, come ho speranza un di 
che a tuli sarà manifesto. Vale ». Queste cose descripli 
in lilera el sigillala, la mandò per uno velocissimo corere 
a la sacra maestà de lo imperatore; la qual poi che hebe 
lecla,lucto si comosse, et perturbalo in animo per molle 
ragione, comesse a uno de* suoi fidati canzelieri, che la 
malina seguente riscrivesse in dreto a V imperatrice 
cometendo in arbitrio de quella lo excidio di Erasto : o 
darli morte o perdonarli la vita. 



Come li phylosophi seguitano la corte, et come Philantropo, 
5.^ phylosopho , cum nova parabola fa soprastare 
la seììtentia per el quinto di. 

Gap. 15. 

E' phylosophi, e' quali de bora in bora ereno vigi- 
lanti et cogitabundi sopra el caso del loro discipulo, 
conobeno alcuni di loro per via de strologia et alcuni 
per via de nigromanlia el alcuni altri secundo le loro 



— 62 — 

facultà et scientie, portare non pocho periculo el prono- 
minato discìpulo, et veduto ancora cum quanta velocità 
s' era dipartito ei cavalaro dal palazo, iudicorno che la 
maligna imperatrice non dormisse per cercar la morte 
del filiastro. La sera adunque, ben che de nocle fusse, 
inseme tutti septe se miseno in camino per gire a ritro- 
vare r imperatore, et demostrando seguitar la corte, per- 
venerono dove dimorava quella. La venuta de' quali in- 
tesa da l'imperatore, gli fece convocar ad sua presentia 
et per esser già avenenato da la receputa litera de la 
sposa, non potè fare che non prorumpesse cum impeto 
et furore a dir vilania et minatiar a lì septi phylosophi, 
alegando ritrovarsi per el lor mal governo el più infe- 
lice imperatore che mai regnasse a Roma ; imperhò che 
lui ne la sua vechieza expectando el sostegno del baculo 
filiale et che gli dovessi a lo extremo df serarge li oc- 
chi], cossf per la proprava (1) doclrina et mali amae- 
stramenti, era constrecto a privar di spolie quello che 
da lui n' era vestito. Et tanto fu el dolore che gli crebe el 
core in tal recordatione, che pocho manchò che non fa- 
cesse incarcerare i septi phylosophi. Ma la prudentia loro 
et longanimità de animo, che ne li casi adversi si di- 
mostra, et maxime la inata humanità di Philantropo, quinto 
phylosopo, el qual in tal forma prese a dire (2): « S' el 
non fussi, o inclito imperatore, la longa consuetudine et 
conversatione facta apresso la excelsitùdine tua et la do- 
mestica familiarità, non ardirei al presente non solamente 
parlare; ma de alciar li occhij; ma ricodandomi tu sopra 
li altri prìncipe probatissimo ne la prudentia, del quale 
non vidi mai esser abominevoli, ma si ben grati et ac- 
cepti coloro che per tuo honore et salute si sono sforciatl di 

(1) il cod., protrava. 

(2) Manca il verbo dì modo finito. 



i 



. — 63 — 

ricordarti qualche bono et optimo amaestfamento, ho preso 
fìdutia cum brevità de parole demostrarti quanto è da 
esser cauto in dare fede a le parole femìnelle. Né questo 
sapia, clementissioio principe, da me esserte dicto per che 
intenda acusarmi de la colpa a nui data, ma per che. 
possa comphrendere che spesse volte sotto ombra di 
verità molti falsi si credeno, et per el contrario. Intendo 
adunque, inquanto piacia a la tua celsitudine, nararti uno 
caso sf stupendo, che forse meditando in quello cono- 
scerai non esser defacile, come anchora ho decto, da dar 
fede porger orecbie a la mordace et falsidicha lingua 
de le donne, et che te piacia de ascoltarmi. Domando, 
prego, suplico et che di gratia speciale volia porgere 
r orechìa a quello che da me al presente ti sarà raconto > . 
Fu difìcile cosa che V imperatore concedesse tal gratia al 
phylosopho; non di meno fu constrecto a darli facoltà 
di parlare. A V audienza del quale fumo convocati tutti 
li secretarij et consilieri imperiali. 

El phylosopho adunque in tal modo incomentiò a dire: 
« Ben che sia da presumere, o excelso imperatore et voi 
altri sapientissimi astantj, non vi esser ignoto lo exemplo 
che al presente intendo aducere, el qual se ben per a- 
vanti hareti inteso, non existimo perhò dover esservi in- 
grato el rememorare de quello, concesia cosa che le cose 
amaestrevole et di doctrina piene, se ben sete volle fus- 
seno repetile, non saranno maj ingrate nel conspecto de 
li auditori. 

Et per tanto dovete sapere che non sono molti 
anni che uno de* nostri romani , el nome del quale 
non sarà da me conmemorato per non far nota alcuna 
a li sucessori di tanto nobile patritio, andato al governo 
de una amplissima provintia, costui condusse in matri- 
monio una formosa et vaga donzella, de le belleze de 



— 64 — 

la quale già per tuto el mundo era sparla la fama. Per 
la qual cosa el savio patrilio, pensando che le cose belle 
piaceno universalmente a lutti, et che difDciI cosa è cu- 
stodire quello che da molli è amato, deliberò de trovar 
modo che non gli havesse a esser fato le corna. Onde 
trovala una altissima et fortissima torre, in quella rinchiuse 
la delicata et formosa spoxa, non lassando adito alcuno 
ad entrar a quella se non, ne la sumità de la torre, una por- 
licella [a] la qual se andava per uno ponte levadore contiguo 
el apicato a una convicina torre: muniva et sugillava del suo 
anello la dieta porticella. Ma più e più volte la prono- 
minata donzella si dolse de la pocha fede del suo ma- 
rito che li havea, atestando che più tosto elegerebe come 
Lucretia amazarse, o come vergine a perdere la vita, che 
mai el pudico et casto thoro violassi cum alieno abra- 
ciamento. Non perhò sepe mai trovar modo né tempo 
che 'I suo geloso sposo la liberassi de tal carcere. Ben 
è vero che quatro volte V anno ne le principal feste de 
la terra, cum grande magnifìcentia de apparalo, la fecea 
uscir de la torre, et doppo le qual feste se retornava a 
la predestinata torre acompagnata dal marito et da tutta 
la nobilita de la corte e sarata per modo et via dicto de 
sopra. Accade che uno giovene de grande condictione et 
de nobile sangue vene a la terra in una de le occurente 
feste, sf per vedere li digni spetaculi che in quella si 
faceveno, sf anchora per vedere la bella sposa del pre- 
fecto; onde redutose la matina per tempo al palazo, ec- 
coti apparer quella apresso de la quale perdeva el sole de 
splendore, et come volse amore o la fortuna, si riscontrorno 
questi dui in uno sguardo, per modo che l'uno a l'altro 
de amor se passorno el core. Et per tutto quello giorno 
el gentil giovene compagnando la resplendente donna, li 
dava inditio come di lei fortemente era inamorato.Ma quella 
conoscendo el stato suo si sforzò, ben che faticha fusse. 



— 65 — 

levarsi dal core el pensar in questo giovene; imperhò 
che impossibii cosa li parea di poter mai trovar modo 
da spingere el focho che già se comenzava accendere. 
Ritornatosi adunqne a la torre rimase el giovene non al- 
trimente che sono colloro eh' e' loro propinqui vedono rin- 
chiusi in sepultura; et non trovando giorno né nocte ri- 
poso, se deliberò non ritornare più a la cara patria, spe- 
rando qualche volta venir al suo contento ; et per che el 
giovene era richissimo , comentiò a frequentare la corte 
per intendere et investigare la conditione et natura del 
prefecto; et de la natura et complexione de quello facto 
chiaro, comentiò a donare et presentare largissimi doni 
a diverse persone, et intanto se intrinsecò cum il pre- 
fecto , che spesse volte se trovaveno in con vili et in 
feste insieme. Conciliatosi adunque quasi in amicitia al pre- 
fecto, con tuta la terra mostrò de voler habitare in quella 
patria; onde se comprò uno casamento contiguo et a 
muro a la pronominata torre, quello renovando et ador- 
nando de infinite gentileze. In questo mezo vene uno 
altro giorno solemne nel qual dovea la bella giovene u- 
scir de la torre. A la qual presentia si ritrova lo ina- 
mòrato garzone, et havendola acompagnata per grande 
parte del giorno, si diparti da quella et tornossi al suo 
adornato alogiamento, acciò che, dovendo quella passar 
da presso, vi fussi da lei veduto habitare ; et come fu suo 
pensiero cosf adviene. El quale spectaculo fu tanto grato 
a la gentildonna che diflQcile saria a chi descrivere Io vo- 
lesse, per che sMmaginava tutto esser facto dal giovene 
per lo amor che verso de lei portava; né ancho per 
questo si pensò perhò mai dover aver piacere alcuno 
cum lui. Ma il giovene, che per ciascuna bora era cogi- 
tabundo, quale modo o via dovessi pillar a dover perve- 
nire al suo considerato contento si propose in animo, et 
cusi deliberato messe ad effecto: ciò è che fece ocul- 

EHASTO 5 



— 66 ^ 

tamente comprare feramenti da rumper muri, e trovata 
una de le sue camare esser congiunta al muro de la torre, 
et ocultamente lui con le proprie mane cominciò a rum- 
pere el grosso muro; et tutto quello che de giorno o 
ver de nocte rumpea, a certi ordinati tempi facea portar 
via. Et ben si può dire che la fortuna aiutava questo 
giovene, imperhò che tanta era la groseza del muro, che nel 
mezo de quello intagliò una scala che respondeva sotto el 
lecto de la gentil donna. Et parendoli quasi esser al fine del 
rumpere, indusiò al giorno festivo che in breve se appa- 
rechiava a celebrare, et finse per quello giorno sentirse 
alquanto male; onde subito che fu de la torre uscita la 
sposa, esso si dete a rumpere et trovò che la scala, come 
ho dicto, respondeva sotto el lecto. Facto dunque alegro 
et de bona volia, stabili una busa a la grandeza sua, la 
quale al suo piacere apriva et serava con una squadrala pie- 
tra. Pensossi adunque el giovene che, se la proxima nocte 
se discoprisse a quella, che lei per la inopinata presentia 
sua non facesse qualche clamore; fece suo pensiero che 
cum uno picolo breve et dono, visto da la gentildonna 
ne le due feste passate, manifestarli lui esser stato pre- 
sente ne la sua renclusa camera; et cusi aperto uno 
scrino de la donna, dove sui pendenti et cose pretiose 
reponea, in quello mise el dono rinvolto ne la poliza, 
cum queste tale parole havea scripte: « Fui qui pre- 
sente et in questa nocte obscura tornarò a te. De non 
aver paura! » Reserato lo scrino et la bucha, se apre- 
sentò a la fenestra a veder passare la sua signora; né 
doppo mollo fu che vene la cavalaria, et si come pas- 
saveno dinanzi al prefato giovene, tuli lo reveriveno et 
salutaveno; vene anchora la formosa donna et cum sa- 
gace sguardo salutò quello, da la qual fu cum grande 
prudentia resalutalo. Entra la donna ne la lorre, resera 
la porta et sigillata, relornasi ciascuno al suo albergo. Va 



— 67 — 

la donna in pensiero del non esser apparito el gìovene 
sino al tardi, chiudesse in camera et spoliósi, et aprendo 
lo scrinio trovò cosa inconsueta: apre, vede et lege; co- 
nosce, dubita et pensa come tal cosa sia; non sa existì- 
mare. Onde fra sé stessa cominciò a dire : « Non so si 
dormo, s'io me vegio o sogno: ecco ch'io vedo qui 
pur cosa palpabile. sarei mai dilusa da cosa fantastica ? 
Questo mi pare un don d'uno gentil giovene; ma come qui 
sia stato portato non so pensare. Et sarebe mai che in forma 
di si gentil giovene si fussi trasformato Giove? Se cusf 
è, non è maravilia se qui è comparito. Altre volte già 
prese forma de Àmphitrione; quando se trasformò in 
cigno; quando in grandine et pruina et oro; quando in 
vacha et quando in diverse forme, secundo el suo comodo 
et volere. Dhe dimostrati a me, hor prego, o sommo 
Jove : se in questo gentil dono tu sei converso, non mi 
celiare el tuo aspecto gratioso, et se pur al presente qui 
non sei, ma questa nocte te apparechi di tornare, vìea 
presto, ti prego, a ciò che non ti para la nocte qual fa 
quella che consumasti a Àlmena » . Già si partiva Pbebo dal 
nostro hemisperio, che la giovene perfumava la camera e 
'1 ledo de suavissimi odori. Sentf alcun strepito sotto el 
lecto et alquanto impaurita stava cum li ochij tesi per 
veder se persona humana o divina s' apresentava, et su- 
spirando et gemendo ecco el giovene uscire de sotto el 
lecto, pulito et legiadro più che non fu mai Ganimede 
nel conspecto del summo Giove. Vole cridare per ale- 
greza la donna, ma non potè tanto fu opresso el core de 
la presentia delectevole del giovene. Corse adunque el 
giovene et abraciò la desiderata donzella, la quale, per 
superchio amore quasi exanimata, cade ne le bracia del 
suo amoroso; ma doppo molti basi et conforti retornata 
quella in sé medesima, comentiò a dire: « Ben venga 
quello che 1 ciel regie et governa! gratia non pensata 



— 68 — 

et a me ogi aparila, dime se sei mortale o pur divino » . 
Rispose presto el giovene : « Confortali, madonna, et sapia 
cbe son homo come te mortale, ma, per el tuo amore, 
al presente sono facto divino. Pregote adunque che da la 
tua gratia non mi discatia. Eccomi sempre a ogni tuo pia- 
cere; cognosci che per gratia superna el per fortuna 
prospera sono qui nel tuo conspecto conducto; hora- 
mai, se voi, poi socorere al mio facto con la tua gratia; 
porgiti a chi cum le bracia aperte te aspecta ». Dicto 
questo tacete el giovene. Ma odi, inclito imperatore, la 
risposta facta da colei che pocho innanzi si mostrava si 
pudica et casta. Disse quella : « Imposibile sarebe tener 
el focho acceso nel pecto ascoso et che quello non ar- 
desse; parmi adunque cosa conveniente a quello che la 
fortuna me à parechiata non mi mostrare ingraia; im- 
perilo che non posso pensare se non che per divina virtù 
sei qui aparilo. quafè quello s' inmaginasse che la 
donna del prefecto, custodita in si forta torre, radilo de 
la quale a tutti é prohibito excepto che al mio marito, e 
si ritrova cum persona aliena? Chi iudicarebe questo, si 
come ho dicto, se non per gratia del Cielo infusa? Io che 
mai seppe che fussi alieno abraciamento, sono conslrecta 
a darmi a quello che la fortuna me ha mandalo. Vieni 
adunque et vindica la ingiuria a me tante volle a torto 
facta, che non havendo pensiero de pecare era tenuta 
rinchiusa come peccatrice ; bora vedo che fortuna s' è 
voluta vendicare contra a colui che cum suo ingegno 
credea superarla ; vieni adunque et fa quello che ragione 
volinlieri t' à concesso fare de me, et perdonami se dal 
primo di per fino a questa bora non mi son monstrata grata 
del tuo amore, per che impossibile mi parea poter a tal 
partito venire ; el perhò fruisce el godi el bene et solazo 
e piacer che Amore a te et a me in questo puncto ce 
ha concesso ». Lassio pensare a vui auditori quello che 



— 69 — 

doppo tale parole seguisse. Demorali finalmente più giorni 
et nocte secundo lor comodo et possibilità, la giovene, 
che ti parea haver trovata mercantia a sé conveniente, 
deliberò che questo suo piacere non li havesse esser in- 
teropto ; onde trovandosi una nocte ne' dolci abracia- 
njehti del suo amoroso, gli prese a dire: « Giovene gen- 
tile, discreto et sagio et fortunato, ascolta quello che te 
dice colei che più che Tanima sua te ama. Tu cum el tuo 
inzegno hai trovato modo de pervenire a tuo piacere in 
questa camera, ma non haj pensato modo a fare che questo 
nostro piacere sia eterno; unde io ho trovato modo et via, se 
aconsentir me vorai, che inviolabil sarà el nostro amore. 
Prometemi adunque de tormi per tua cara sposa et io 
te dirò el partito che barai a fare in tale impresa ». Pro- 
mese et consenti et zurò el giovene de fare tutto quello 
che fusse suo volere, el quella sugiongendo disse: « Prendi 
sicuramente, et non temere, queste delicate et pompose 
veste del mio marito et dì quelle te adorna et comparissi nel 
conspeclo del mio geloso marito, el quale son certa che su- 
bito vedendole li parerà come cosa vera queste vestimento 
esser de le sue ; et per tanto da te tolto licentia me vera a 
ritrovarmi a la torre. Ma tu, non soprastando, viene el 
riporta le diete veste che da me saranno nel loco con- 
sueto reposle; et quanto seguirà da me questa nocle in- 
tenderai ». Pigliò el consiglio el gentil giovene» vestissi 
el dinanzi, al prefeclo si rapresenta. Veduclo el prefecto 
li parea quelle, si come ereno, le sue veslimente; non di 
meno tacete et partisse per andarsene a chiarirsene. Re- 
pórla el giovene le veste prima che 1 prefecto sia pur 
a meza via, per che più facile adito havea el giovene 
che U prefecto. Gionge lo sposo in camera a la sposa 
tutto, dubioso, domanda le sue vestimenta, vedele trare 
del suo locho consueto , sta admirativo et finalmente 
finge per quella volta più non le volere et credesse che 



— 70 — 

quelle del giovene sieno simile a quelle. Partissi adunque 
el prefecto: sera, sugilla, et al palazo si ritoma. Vene la 
nocte, torna el giovene aspectato da 1' amorosa donna et 
quanto è seguito li raconta. Onde doppo li loro abra- 
ciamenti, disse la donna: « Due o tré volte voglio an- 
chora che de diverse altre veste del mio marito ti adorni 
et per simil modi fazi come haj facto al passato ». Le 
quale cose fune exeguite, et finalmente uno altro giorno 
rivestisse de altri nobili panni , collane et anelli et prese 
in sua compagna uno cagnolo de la astuta donna, et cum 
quello si rapresentò dinanzi al prefecto. Lascio indicare a 
vni quello che pensava nel suo core el geloso signore, et 
perhò, si come le altre volte havea facto, se ne andò a 
la torre et finalmente trovò tute le veste et zolie el il 
cagnolo a li lochi consueti. Onde venne doppo tanti expe- 
rimenti, che, se vedea cosa alcuna simile a le sue, credeva 
esser el contrario, et che '1 giovene havendolo visto por- 
tare simili vestimenti, se fusse voluto assimiliare a lui. La 
maliciosa et astuta donna veduto quanto di sopra è decto, 
sogionse al suo dilecto et disse: € Hormaj è tempo che 
'l mio pensiero metta a compimento. Tu adunque prepa- 
rerai una galea o nave al porto et in quella preparata di 
nocte me condurai. Ma prima voglio che inviti el mio ge- 
loso et becho marito, cum tutta la nobilita de la terra a 
vederti sposare una gentildonna in sul lito del mare, et 
poi che tutti seranno dunati ove tu barai apparechiato de 
celebrare le noze, mi farai condure de galea al conspecto 
del mio vechio marito, el quale sìa certo che si ben li 
parerà me esser la sposa sua, tacerà non di meno, du- 
bitando non esser inganato dal suo iuditio, come ne' giorni 
passati indicò esser inganato; et ne la sua presentia spo- 
sami, el celebrato el convito daremo le vele a' venti et 
ne la tua dolce et cara patria tornaremo >. El giovene 
luto lieto per lo optimo et ben Consilio comprò una per- 



— 71 — 

fecta galea armata in porto; invita el signore e li nobili 
patricii de la cita al convito et a le noze per la matina 
seguente ; conduce la nocte la bella donzella al porto. Et 
ecco la matina seguente tutta la terra in compagnia del 
prefecto a honorare le future noze. Nel conspecto de li 
quali facta venir la sposa ornata de' soi più preciosi 
panni, si rapresentò dinanzi al signore, et a quella tene 
la mano al recever de T anello. Ma non si presto usci la 
donzella del navilio che da tutti fu iudicata esser la sposa 
del prefecto, et lui sopra tutti li altri questo pensava et 
dubitando non remanere inganato come a' di passati, tacete, 
et simelmente tacete el populo vedendo el isignore non fare 
demostra tione alcuna. Compita la festa el lo abundante con- 
vito, el giovene inseme cum la nova sposa preseno da 
tutti licentia et montali in galea, a sono de trombi et pi- 
fari e bonbarde, cum prospero venlo dal lito se despar- 
tireno. Retornò el signore a casa tutto insensato el fora 
di sé, monta ne la torre et trova la roba et la moliere 
portata via, cerclia dove possa esser uscita et trova el lati- 
buio sotto el ledo; onde fu preso da tanto dolore el ver- 
gogna che quasi in furore volto, non potè sostenere nel 
conspecto de li homini tanta ignominia, et prima maledi- 
cendo la sua desgratia et fortuna, de Talta torre se gito 
a terra ai cusf miseramente mori. 

El per questo poi cognoscere, illustrissimo impera- 
tore, quale animo, quale inzegno sia quello de una donna^ 
che veramente non è cosa si ardua che non faci leve, 
se cum amore si governa. Concludo adunque, excelso 
principe, et cusi ti prego et conforto che a parole sde- 
gnose lusengevole di donna non presti fede alcuna, 
per che sempre lo animo suo è applicato a qualche ma- 
litia ; et se ascoltarai el mio consiglio non corerai a furia 
in occidere el tuo filiolo, per che sono più che cerio che 



— 72 — 

in breve leiupo sarai facto chiaro di quello che tanto 
obscuro e tenebroso ti pare ». 

Fu iudicato da' savij circumstanti esser utilissima cosa 
in soprastare alla sentenza di Erasto; ne la qual oppinione 
concorse anchora T imperatore. Ma presto si muta chi 
cum muliere usa, come nel sucedente intendente. 



Come ritornato V imperatore a Rama, trova Arphrodisia 
malenconiosa, et da quella ascoltata nova parabola^ 
innova la sententia. 

Gap. 16. 

Quanto facilmente si muti lo animo de coloro che 
sono legati de Io amore de le donne, nel presente impe- 
ratore si può facilmente comprhendere; imperhò che ha- 
vendo el prefalo imperatore ascoltato el Consilio de Phi- 
lantropo et deliberatose soprastare a la morte del Bolo, 
retornò la sera a Roma, et per confortare e carezare 
Arphrodisia sua mollerà, de la qual havea inteso stare in 
molta tristitia et malanconìa. Intrato adunque la nocte a 
quella, la trovò fortemente piangere et sospirare el volen- 
dola r imperatore confortare, quella molto più suspirava 
et piangeva, facendo el gatone, et intanto habundorno le 
lachrime, che '1 pecto de Y imperatore, sopra al quale se 
reposava la testa de Arphrodisia, tutto si bagnò; per la 
qual cosa tanto se inteneri T imperatore che non mancho 
che lei versaveno li ochij sui foncte de lachrime. Il che 
visto da la malitiosa femina, suspirando comintiò a dirli: 
« Hor che mi gioveno le lue abundanle lachrime? So 
ben che per compassione di me non piangi, per che se 
me amassi e di me ti rencrissesse, non liavereste tante 
volte ludificate li mei consilij ; et perhò piangi sopra de 



— Ta- 
te, imperilo che a le incontrare magior danno et disonore 
ascoltando questi toi cosi sagaci et perfidi philosophi: che non 
intervena a le come a uno re pagano el quale per* grande 
multiludine de exercito vene a poner assedio a questa nostra 
cita de Roma, acompagnato tutavia da tre excellentissimi 
magi, al Consilio de li quali luto V hoste si governava. Que- 
sto, adunque, re in breve tempo condusse a tanto el populo 
romano, che impossibile era da potersi rrparare e deffendere 
dal iugo de tal servitù pagana. Onde T imperatore con- 
vocò in capitolio tutto tutto el populo et magistrati de la 
cita, exposi, bene che a tuli fussi noto, in quanto peri- 
culo et discrimine era posta la libertà romana, et cavan- 
dosi la corona di capo quella in mezo del populo gito 
in terra incitandoli a defendere V imperio e la loro cara 
patria. Mososi per tal acto.el cor de tutj li romani, et 
cum impeto et furore deliberorno o de liberar V imperio 
insieme cum quello tuli perire; et dato ordine de a- 
saltar lo exercito pagano per la matina seguente. E li tre 
magi, inleso per spie quanto era deliberalo , se reslrin- 
seno insieme et proposonsi in animo de cercar milior for- 
tuna et aquistar magior thesoro el credito appresso de lo 
imperio romano, se quello per loro industria et sapere 
fussi de tanto assedio liberalo. Onde per dare expedi - 
elione a' loro pensieri disseno al re pagano che acura- 
lamente dovesse custodir lo exercito suo per Ire giorni, 
per che voleveno discostarsi da Roma per tre giorni, et 
operar in tal modo le loro arte che victoriosamente a- 
quislarebe a man salva l'imperio romano. Et cusf dispar- 
titosi, perveneno ascosamente a T imperatore in Roma ; li 
quali trovalo V imperatore et senatori romani aparechiati 
per la matina a saltare el campo, comenliorno ardita- 
mente a parlar a quelli: « Deponete, o maximo imperato- 
re, deponete le furiose arme, imperò che venuto non è 
ancliora el tempo che vostra republica debia mancare. 



— 74 — 

Questi sono li ultimi partiti da piliare che da vuj al presente 
sono ordinati. Se piace adunque a voi, inclito imperatore, 
et anchora a questi nobili patricij, a nui basta l'animo de 
recuperare V honore perduto et liberar V imperio da tanto 
periculo, senza occisione de persona et periculo de lo 
imperio » . Fu vario el pensiero nel populo et ne li ma- 
gistrati, dubitando alcuni che questi non fussino venuti 
per adormentar el populo romano, acciò che vitupero- 
samente fussino presi et morti; alcuni altri comendaveno 
el partito; onde deliberato prhendere speranza in le pa- 
role de' tre magi, et per che locho et tempo doves- 
seno quelli piliare, fu promesso, facendo quanto haveveno 
deto, grandissima largitione et premij. El primo adunque 
mago, confortando el senato et el populo dixe : e Andate 
et state de bona volia che per mia arte et inzegno in 
questo giorno non presumerà alcuno de li adversarij su- 
mere arme contra de vuj, et tanto terrore meterò in loro 
che apena questa nocte alcuno de loro prhenderano 
sonno T> . Et cume promesse cusf fece. El secundo Ai uno de li 
altri magi fece el simile ; et fu tanto lo spavento che 
prese V hoste del re, che quasi tutti stavano in ordine 
come se dovessine fugire. El terzo giorno dubitando el po- 
pulo romano non essere assaltati, trovandose debile de 
forze per la fame grande, vene el terzo mago et confor- 
tolli et exortoli a non dover temere; et havendo facto le 
sue arte, vestitosi de vestimenta lugissime vermilie et de 
boro cum due ale grandissime et in mane una lucente 
et forbita spada assese in su una altissima torre, posta 
a r oriente a riscontro el campo de li inimici, et levandosi 
el sole, risguardando li pagani in cima de la torre, videno 
el mago slare nel modo et habito sopradicto, et resplen- 
dente quello come fusse uno altro sole, et apparendo di 
statura grande e fiero, iudìcorno quello dover esser lo 
Dio de' romani venuto a la defensione de la cita et per 



— 75 — 

offendere li inimici. Per la qual cosa el re cum tutti li soi 
seguazi, manchandoli el Consilio de' soi magi, pien de stu- 
pore maraviglia et timore, come da' nemici fusseno caliati 
e sconficti, cum loro vergogna el danno si dispartirno; 
et a li tre magi fu observato tanto quanto stato era a 
loro promesso. 

Questo esemplo ti dà ad intendere quale fidutia 
securtà possi ponere in questi toi philosophi, ti quali 
certamente con loro arte magica et maligna industria 
ti hanno assasinat(\ che altrimenti non puoi disponere se 
•non quanto te consiliano. Ora s'el sia da dare più fede a 
le loro falaze parole che a li mei fideli et sinceri consilij, 
lasso questo al presente iudicar a te. Ma intendi et sapia 
et scrivitelo al core quello che mi è venuto a bocha in 
questo subito: se non ti guardi da li consilij de questi 
scelerali phylosophi, tu insieme cum el tuo imperio ca- 
pitarai male ; et questo, una altra volta te lo ricordo, le- 
gatelo al deto. » Comosseno assai li acti, gesti, lachrime et 
sospiri de Arphrodisia lo animo del credulo imperatore, 
et considerando el fine de le sue parole perturbosi ne 
la mente; comandò per suo rescripto secretano dover 
esser morto la seguente matina el suo fiolo et cusf a lei 
giurò et dete per sententia. 

Come Agatho, sexlo phylosopho, cum la sua elloqnentia 
e nova parabola, in publico Consilio obtene la revo- 
catione de la sententia data. 

Gap. 17. 

Non è alcuno de inzegno predicto che non confermi 
esser la virtù et eloquentia de tanto potere el forza che 
qualunque cosa ardua si sia, che non facino parer leve 



— 76 — 

et piacevole, imperhò che queste danno forza et nutri- 
mento, illustrano et substentano tutte le cose facte et creale; 
le cose obscure et tenebrose lucide le rendono, et le 
famose senza nome , tacere non li sanno ; cosa alcuna al 
mondo non è, sia quanto se volia eccellente , che virtù 
non regnando, possi longo tempo perservare, non cosa 
magnifica o preclara che al tuto non perisca; non sf de- 
siderabile , non si egregia che appocho a pocho non 
manchi, se virtù non fosse et la eloquenlia; non precepti, 
non amaestramenti , non ragione né lege, non costumi 
sarebe : ogni cosa cum inganno si farebe; cosa alcuna da 
forza et da iniuria secura saria; vederesti despregiar Dio, 
rumper li iuramenti et li perfidi longamente regnare; a- 
nichilarse V amicitia; senza modo et senza ordine ogni cosa 
veleresti fare. Questa è quella antisonante lira in mano del 
preclaro Orpheo, al sono de la quale li homini salvagi si 
dismesticano, li animi furiosi si placano, li ingegni rudi et 
sechi frondano et fanno fructo ; questa è quella armonia et 
suave concento insculta ne Io egregio pedo deÀmphitrione, 
per la quale se edificano le mure a Tebe, coadunansi li di- 
spersi, et li rustici a civilità se riducano ; questa è quella 
che in tanti infortuni] non habandona mai el facundo 
Ulìxe; la republica romana mentre che a questa dete 
opera, per tanto se ampliò et fecese grande. Onde per 
demostrar parte de sua natura nel sexto phylosòpho, 
chiamato Agatho, ne la revocatione de la data sententia 
facemo che lui a tutti si farà manifesto. Ha vendo lo im- 
peratore, come de sopra è decto, signato el rescripto et 
datò per sententia che 'I filiolo .dovesse esser impicato, 
rimase per quella nocte apresso della sua muliere, di- 
sposto non se voler partire da quella, che le nove del 
morto filiolo intenderebe. Ma ecco quello che aparechiaro 
li cieli et la fortuna. Gionge a meza nocte uno cavalaro 
in molta freta, et non* doppo molto se ne gionseno dui 



— 77 — 

altri, lì quali, venendo de le parte afifricane, portaveno li- 
tere de una regina habitante in quelle Provincie, signifi- 
cando per sue litere come per esser lei de natione et 
sangue romano, era constrecta, per amor de la patria, 
notificare come el suo marito re coadunava innumerabii 
exercito e deliberato venir a dominio del populo romano, 
et, per quanto havea inteso, che 'I suo marito re cum 
multi populi italici si eren coUigati, et per tanto cono- 
scendo el grande periculo de la sua antiqua patria, si 
havea proposto in animo la liberatione de quella; et che 
quando la maestà imperiale volesse atendere a' sui con- 
silii, presto li darebe preso el reame insiema cum el suo 
marito re; ma che a questo bisognava celerità grandis- 
sima et exercito copioso el quale mandato fusse in sua 
regione. Lecte adunque in tal tenore le litere, pareveno 
de tanta importantia le aportate nove a l'imperatore, che 
subito se diparti el somno da quello. Parendoli adunque 
importar el caso, né per sé medesimo sapendosi pillar 
partito, fece cum multa celerità gran parte de' senatori 
in sua presentia insieme cum li septi phylosophi convocare. 
A li quali exposto quanto per le litere havea inteso, fu 
da diversi et in diversi modi parlato ; ma finalmente non 
si concludendo cosa alcuna per fermo, Agatho, sexto 
phylosopho, levatosi in pie fece, per esser quello in 
grande reputatione apresso de tuti, silentio nel senato et 
disse: « Optimo ricordo, anci perfectissimo Consilio, o 
inclito imperatore, et a vui altri sapienti senatori, da' no- 
stri antecessori fu dato, esser da prudente et savio el 
sapersi acomodarse a tutti li tempi; il per che, repen- 
sando r hora et il tempo et la causa per la quale siamo 
adunati in questo locho, sono mosso fra tanti nobili et 
perfecti consultori a dir in brevità la mia sententia; et 
per che V bora me interdice lungamente parlare, et la 
causa non pocha examinatione recercha, quanto in me 



— 78 — 

sarà possibile, declioaDdo da 1' uno et l' altro extremo, 
piliaremo el mezo, a ciò che la tropa dimora non affati- 
disca vui, sapienti auditori, et la brevità del parlare non 
lassasse indiscussa tanta ardua et difficile impresa. Farmi 
adunque, excelso principe, secundo el tenore de le litere 
recitate, quatro principale parte contenirse in quelle. La 
prima, dire questa regina esser de natione et sangue 
romano ; la secunda, che per esser de tal patria, notifica lo 
exercito apparechiarse per el suo marito contro de questa 
in vietissima republica; tertio, el suo spoxo re ha versi per 
tal cagione cum multi populi italici coUigato; quarto et 
ultimo, promete tradire ne le man vostre el reame et lo 
sposo, mandando cum celerità copiosissimo exercito in 
suo auxilio. A le qual parte brevissimamente responderò; 
et prima, non me pare, se ben mi recordo, ne' nostri 
antiqui annuali farsi alcuna memoria de alcuno nobile 
sangue romano esser trasmigrato et passato, o ver per 
caso alcuno in tal provincia esser rimaso; onde non so 
indicare come questa dal patricio sangue comune habia 
origine; a la secunda parte rispondo esser quasi impossibile, 
imperhò che tanto aparechiamento de exercito non si pò- 
tria fare che da' nostri indici oiQtiali, o veramente spie, 
non fusseno stati facti certi; et tanto mancho il credo 
quanto ne la terza parte dice haver cum sé populi multi 
italici colligati; la qual cosa quanto ne sia da credere 
per vero lascio a vuj, prudentissìmi auditori, indicare. Im- 
perhò che quale è quello de' nostri antecessori che per 
propria virtù tenesse tanto pacifico (1) et tranquillo el suo 
populo et in vera pace non solo li italici e gente latina, 
ma anchora le barbare natione in vera concordia all'im- 
perio romano obsequentissime?; et che sia vero quanto 
per me ne la terza parte è stato deto, lo dimostra la con- 

(1) Il ms. pecco, con abbreviazione. 



— 79 — 

clusione de diete litere, ove propone el tradimento del 
suo reame et molto più la persona del suo sposo re. 
La qual cosa pensando, mi viene in tanto horore che non 
so qual gratia mi sostegna in piede et prestimi virtù a 
più oltra parlare; ma tutto sarebe nulla quello che per 
me è stato deto, se cum una optima conclusione da me 
non fusti satisfacti, inferendo a tuttj nui qual causa Tabi 
potuta a tal impresa inducere. Il che intendendo fare, 
supplico a la excelsitudine tua, o maximo imperatore, et a 
vui altri, padri conscripti, che vi sia de piacere de pre- 
starmi, a quella che intendo brevemente seguire, grata 
audientia, persuadendomi non dover esser ingrato né i- 
nutile a V audientia vostra quello che me sarà al pre- 
sente recitato. 

Ne 1 antiqua cita de Modena, non sono molti annj, 
condusse in matrimonio uno antiquo citadino de* primi 
de la terra una altra a sj pare de sangue, ma non de 
anni; imperhò che quella essendo molto tenera et di 
giovenille etade sì trovava maritata a uno infermo vechio; 
onde tanto odio verso de quello concepite che sola 
constrecta da necessità li parlava o dormiva con lui , et 
vedendosi non bavere mercanti a che satisfacesse al suo 
appetito, procurò per mezo d* una sua fantescha accen- 
dere in amore di sé uno gentile et formoso giovene, in 
decta patria de' beni de la patria asai dotato. Il che li 
fu facile cosa a fare, imperò che inteso el giovene l'ap- 
petito de la dieta femina, senza aspectare molte rechieste, 
non volendo litigare et perdere, retrovata quella , vene a 
tutti li acordi che de animo ereno a la donna; el in 
fede et segno perpetuo de tale amicitia si zurorno mai 
non si abandonare. Né doppo molte septimane parendo 
a la donna che *1 suo piacere non fusse a compimento, 
dovendose col giovene aritrovarse , havea a usare mille 
astutie et arte periculose a farli perdere V honore et tal 



— 80 — 

piacere, del quale più facea stima che de cosa che al 
mundo liavesse. Retrovandose adunque uno giorno ne li 
dolci abraciamenti del suo amoroso, lì prese a dire: 
« Molte volle, da me dilecto et sopra ogni altra cosa a- 
mato, ho pensato infra me stessa, examinato se M nostro 
amore è reciproco, come per la presenlia di fora si ma- 
nifesta, et molti dubij mi sono nati in tati pensieri : non 
che da me proceda, imperhò che del mio amore verso di 
te ne farei, quando bisognasse, mille experientie, come 
presto poteresti vedere quando in tal dubbio anchora tu 
simelmente fussi, che cum grande nostro discuntio et 
periculo ce siamo ritrovati insieme, né mai ti sei curato 
di provedere a levarci da li ochij la causa et la radice 
de tali impedimenti. Unde io ho argumentando più et più 
volte per me medesima che pocha stima facia che per- 
petuo sia el nostro amore et piacere; imperhò che se 
stima alcuna de ciò facissi, tengomi certa che provedi- 
mento senza fallo alcuno haresti imaginato. Il che non 
havendo facto, sono in grande pensiero et affanno ». El 
giovene ateso diligentemente a quello che la donna si 
dicea, non senza suspiro amoroso disse: « Madonna et 
signora del cor et vita mia, levate da vuj ogni suspitione 
et penserò de credere che da me non siate, si come da 
vuj sono, amato; et se per quanto da vui è stato deto 
non ho facto promissione alcuna, imputatelo a pocha expe- 
rientia et non a pocho amore, et tanto più non sapendo 
quello che ve andassi per la mente; ma in verità ve dico, 
per quello amore et fede fra noi giuncta et data, che 
altra cosa da me non tanto [è] desiderata, quanto sarebe la 
morte del vostro vechio marito; per che dove el nostro 
amore al presente convene stare oculto, alhora si farebe 
manifesto, disponendomi, come per iuramento ho facto, a 
non conoscer mai altra donna per mia sposa altra che vui. 



— 81 — 

E ben che dura e aspra cosa sia, in tanta fiama de amore, 
indusio alcuno aspectare, spero non di mancho presto dover 
evenir quello che da me si desidera et pensa » . Non dispia- 
que le parole del giovene a la inebriata donna , et perhò 
subgionse et disse : < Eli è ben vero che se dubio alcuno 
mi surgia ne la mente cosi non di meno nel cor mio 
concludea come per tue parole m'ahi facto manifesto; et 
perhò in quanto piaceti solo una gratia da te domandare, 
la qual se tu me farai, in breve tempo spero che m'haraj 
per tua sposa » . Li rispose el giovene che : « Condecente 
non sarebe che a te cosa denegassi alcuna » . Et quella : 
<i Tu cognossi in quanta reputatione apresso de tutti li 
homini de la terra tu sei, non cavandone grado alcuno 
fora, et perhò vatine da qualche medico et con el tuo 
ingegno adopera se poi intervenire modo alcuno a far 
infermare uno corpo, per la qual infirmità a pocho a pocho 
venga a manchare; et inteso questo torna da me che tal 
provedimento farò che presto ci levaremo denanzi da li 
ochij questo vechio matto ». Andossene el giovene et 
tanto fece quanto era stato amaestrato, et inteso el modo 
refferi alla donna el tutto; et lei, per non perdere el tempo, 
una povera vedovella a sé chiamata, si convienne cum 
quella che se de una certa polvere li portasse ne con- 
seguirebe tanto premio. La povera vedovella, de necessità 
constrecta et cupida de tal guadagno, procurò in pochi 
df dita polvere et quella portò a la pronominata donna, 
la qual receputa et oltremodo lieta et contenta, la merzé 
promessa dete a la vedovella et subito se mise a lo 
experimento de decta polvere; né passò pur el ziorno 
che '1 marito fu preso d'una febre molto lenta, per la 
qual cosa se mise al lecto, et volendo per li medici subito 
mandare, li fu prohibito da la donna, inferendo che cusf 
presto non si volia meterse ne le mane de' medici, li quali, 
per esser cupidi di danari et vedendolo haversi poco 

ERASTO 6 



— 82 — 

• 

male, trovarebeno forse modo di farli crescere tale infir- 
mila per poter venire a' loro desegni. Persuaso el vechio 
da la donna, ben che ad altro fine havea prohibito la 
venuta de li medici, se aquietò al melio che potete. Non 
dimeno mostrandosi la donna doler de tal male, preso 
una solicita cura a governarlo et fora del consueto, 
vole dormire apresso del marito, dal quale cercando più 
volte la imbechata, non potè conseguire altro che dua 
volta, a gran fatica però; né questa facea la donna per 
volia che havesse de lui, ma solum per conducerlo più 
presto a morte. Pervenuta la meza nocte levossi la donna 
et presa una bona taza de peverada, o voliate dir brodo 
de capone, et in quella de la supra dieta polvere infuse 
et al vechio marito la porse a bere; la qual parendoli 
alquanto de stranio sapore, vole lasciarla stare dubitando 
de qualche inganno; ma constrecto da la donna la be- 
vete. Comentiò el vechio andar de male in pegio, et doppo 
tre giorni finalmente factì a sé chiamare li medici et ve- 
duto da quelli el lento suo male, non suspitando cosa 
alcuna, iudicorno tale infirmitade dover proceder da età se- 
nille dal troppo zugar de la moliere; et per tanto ordinorno 
alcuni optimi restaurativi, li quali ben che non fussino in 
reparo a la polvere, non di meno si sostentaveno el 
vechio corpo, che già parea a la donna frustra ogni sua 
faticha ; et retrovossi più volte con el suo amoroso et dis- 
seli : « Io me credo che la nostra medicina dovesse fare 
bona operatione, ma vegio che per el remedio de li me- 
dici costui se mantegnarà in vita più de un anno, la qual 
cosa molto me molesta, non potendo metere ad efTecto 
il nostro desiderio; perhò mi parerebe che tu dovessi 
provedermi de alquanto mortifero veneno et insieme cum 
li soi restauramenti, con le mie proprie man giel darò et 
restauraremelo de tutti li danni che anno a venire » . La 
qual cosa denegò fare el zovene, inferendo che doppo 




— sa- 
la morte di quello dovendo per sposa pillarla, facilmente 
iudicarebe colui che de tal veneno el servisse: < Mi di tanto 
lìomicidio esser culpevole, et cusi, credendo farmi sposo, 
sarei forse constrecto o partirme de questa terra o in 
odio de tutto el suo parentade devenire; onde me pare 
che stiamo a vedere quello che la fortuna ne amaestrarà; 
tu pensa qualche altro che facilmente a tal desegno 
^pervenire possiamo ». La donna vedendo prolungarsi el 
suo appetito et non potendo soferire de aspectare tem- 
po , fece de novo a sé chiamare la povera vedovella 
et disseli: a Se me provedi de tanta quantità de veneno, 
io te darò tal premio che per parechi mesi ne potrai 
vivere honoratamente ». Parve diflOcile a la vedovella; 
ma la quantità del premio li fece prometere quello che 
non senza gran faticha potea adimpire. Mossosi adunque 
a la cercha, et come vole el diavolo, cooperatore de tuti 
li mali, vene a capitare in dieta terra uno azurmadora 
vero erbolatto, che de tale mercantia era copioso; onde 
convenutosi cum questa vedovella del premio, la servf de 
uno veneno mortifero, el qual portato a la expectante 
donna, ne consequf molto magior premio che non li era 
stato promesso, et l'erbolato, tolto li denari, subito de la 
terra fece departenza. La donna molto contenta prese el 
veneno, lo messe in uno odorifero consumato, et quello la 
matina per tempo volendolo dar al marito, salendo in su la 
bancha del lecto, come piacque a Dio, la taza usci de man a 
la donna et tutta per terra si versò. Onde mostrandosi tur- 
bata del caso et dubitando del marito non suspicasse qual- 
che male, fece per la fantescha portare un' altra taza de 
consumado et quella decte al vechio. Doppo partita dal 
lecto cominciò a biastemare el cielo e la terra et tuta 
la humana generatione, vedendosi impedita et rotta ogni 
sua fantasia. Ma già propostosi in animo de quello che 
far dovea et intendeva, atese diligentemente al marito, 



— 84 — 

in modo che in pochi giorni comentiò andare fora 
de casa. Chiamata da poi un di la donna in secreto la 
sua fidata fantescha li disse: « Già sono più anni che 
r amor et fede eh' io t' ho portato apertamente hai po- 
tuto cognoscere; imperhò che secreto alcuno de' mei, né 
concepto, te ho tenuto ascoso, et, come tu sai, fìne al 
presente da me sei stata tractata non come fantescha, 
ma come sorella ; et certamente posso dire che io non' 
fece mai cosa che più mi sia piaciuta quanto è stato ei 
fidarme dì te ; imperhò che tu non ingrata de' benefici] da 
me recenti, sempre me sei stata fidata in ogni mia im- 
presa; né pur in parole, non che in facti, hai manifestato 
cosa alcuna de quelle che da me tenevi in cre- 
denza. Ho conosciuto anchora quanto t'è paruto a 
male el mio esser maritata in questo despectoso vechio, 
che a te si come a me ha portato pocho amore; et ve- 
ramente se havessi a la sua cativa lengua guardato, più 
volte te saresti partita de casa, dicendomi tu esser ina- 
morata de uno familio et che ciò che potevi robare 
de casa tolevi per dare al tuo amoroso. Ma io che co- 
jioscevi a che fine tal cosa mi dicea, non feci mai de- 
mostratione alcuna, come quella che tal cosa non cre- 
devo; et per che pur mi dispiace el viver cum tanti re- 
specti apresso di lui, me ho proposto in animo a uscir 
de tanti fastidi], et te, si come me, liberare de tanta ser- 
vitù, in quanto perhò volia condescere al mio desiderio: 
et questo non ho altro se non che mi son deliberata le- 
varmi da li ochij questo mio vechio marito, desposta 
conducere in matrimonio quello giovene che per tuo mezo 
ho già molti mesi posseduto et fruito. El premio et uti- 
lità che tu barai a possedere de questo, sarà quella docta 
che a te piacerà, prometendoti apresso a questo de tro- 
varti uno giovene per marito che satisfarà al tuo appe- 
tito et gusto; né mai da me farai dipartanza; a quello 



I 



— 85 — 

bene et a quello male che starò io, starai anchora ta. 
Dime adunque se voi esser mia fida compagna a quello 
che intendo a fare, come ne le mie altre imprese fino 
al presente mi sei stata » . La fantescha, che sopra modo 
amava la madona , ascoltate le parole sue et inteso le 
promesse, desiderosa di fare quanto per lei si coman- 
dava, respose es$er apparechiata et prumpta a ogni suo 
beneplacito in questa et in ciascun'altra impresa, pur che 
lei trovasse el modo et via a fare quanto era suo in- 
tento. De la qual resposta asai contenta, expectò la sera 
per ritrovarsi a la presentia del gìovene, el quale, come 
de consueto, era venuto a la donna. In una sarata camera 
insieme con la fantescha se n' andorno et quivi la donna 
al suo amoroso disse : a Quanto sia stato lungo el 
mio desiderio et voluntà in potermi una volta cole- 
garmi cum teco in matrimonio, per molti segni et varij 
effecti hai cognosciuto; ma qual sia stata la cagione che 
al mio desiderato fine non sia pervenuto, altro che '1 
pocho animo tuo et mìo non so incolpare. Imperò che 
se vero è lo amor in effecto come tu mostri portarmi, 
et sapendo qual era el mio concepto, veramente che *l 
primo di, come ardito giovene, dovevi insurgere in questo 
mio vechio et ritroso marito; ma tu timido, cosa non 
conveniente a vero amante, hai donata la vita a quello 
che disturbava ogni nostro bene et pace; volendo io non 
dimeno meter ad effecto quello che per te è manchato, 
molte vie et modi ho experimentati, venutomi perhò tutti 
faliti et vanì. Hora non potendo più anni et mesi la se- 
poltura sua expeclare, novamente ho facto pensiero che, 
se tu sei quello giovene che ''deveresti et demostri et 
che me hai promesso de>^ssere, che tu conduca a fine 
in questa nocte, con lo aiuto nostro, quello misero vechio, 
cibo veramente da esser dato a mangiare a' cani. Io li 
ho dato uno beverone che dificil cosa sarà che fine a 



— 86 — 

da matina si desti; tu adunque auìmosamente prenderai 
ei coltello et le canne de la gola li taglierà! ; et cussi usci- 
remo fora de tanti suspecti et gelosie. Né ti mostrare 
a questo infingardo né ville, se non voi esser da me 
indicato di pocho amore ». Stava ^d ascoltare el gio- 
vene la mordace lingua de la donna; né, volendo, sapea 
contradire a quella; ben è vero che molto desiderava la 
morte del vechio, ma non harebe voluto per le sue man 
si fusse facto; non di meno respose esser apparechiato 
a far tutto quello che era de suo piacere. La donna a- 
dunque, prima giocato alquante volte col giovene a le 
braze per veder come era galiardo, lo introdusse inanzi 
meza nocte al lecto ove jacea el profundo somno del marito 
de radultera femina. Al qual conspecto giontì, subito che 
dal giovene fu visto , preso de gran spavento et orrore, 
non fu ardito metere le mane ne lo innocente sangue; 
la qual cosa vedendo la donna represe quello come ville 
et da pocho, et comandò che 'I giovene et la fantescha 
piliasseno li piedi del vechio a ciò che descedandose non si 
potesse movere, et preso in mano uno ornalo coltello et a 
la gola il pose, scannando quello non altrimente che si 
facino li bechi et capreti. El qual poi che cusf fu morto, 
molte parole obrobriose in suo vituperio la sceleste donna 
disse, ferendolo con lo coltello el core et la testa, in di- 
verse parte del corpo. Da poi, preso partito quello che 
di lui dovevano fare, revoltorono in uno straciato nen- 
zolo, tuti tre portorno el morto corpo ad apresso le 
fosse de la terra, et quivi lo lassorno al fredo. Ma quando 
Dio permete oculto uno tal delieto? Ascollati, vi prego, 
el sucesso de questo. Comentia la nocte a nevicare per 
spatio de molte bore, et andando la matina per tempo 
el fornare a comandare el pane, come é de consueto in 
quella terra, vene a dar di piedi nel lenzolo del morto. 
Il che sentendolo, preselo in mane per veder che cosa 



N 



— 87 — 

si fusse, vene a discoprire lo ocullo et interfecto corpo ^ 
et spaventato oltra modo per la presentia obscura di 
quello et per l'abondantia del sangue che quivi era, 
subito corso al massaro de la contrata, et nontioli quanto 
havea trovato, tornorno insieme cum multi altri a tal 
spectaculo et diligentemente investigando chi si fusse. Fi- 
nalmente conosciuto, ma non senza grande faticha, non 
sanno però indicare chi de tal malefitio sia stato origine 
et causa, et discoprhendo a torno a torno, trovorno sangue 
sotto la neve, el qual prescrutando quello, et le vestigia 
seguitando, perveneno (ina a la casa del già defuncto 
corpo. Per la qual cosa andossene al capitanio de la cita, 
homo de grande astutia et inzegno; comentiò a intero- 
gare de li modi et condetione de la moliere del morto 
et intese esser giovena et bella et lungamente esser stata 
inamorata de uno gentil garzone de la terra. Fece la ma- 
tina uno teribile bando mandare, come in tal cosa se 
conveni'a; el quale udito dal giovene, subito prese par- 
tilo et andossene cum Dio. El fugir del quale poi che 
fu inteso dal capitanio che tuto spiava, fece coadunare 
multitudine de gente armata, et circumdata la casa prese 
a man salva la donna, fantescha et familij. Et non più 
che giunta dinanzi al capitanio, interogata se a tale ma- 
lefitio havea tenuto mane, cum manifesta sfazagine ri- 
spose, esser slata lei cum le proprie mane et che se mille 
volte havesse hauto el modo de fare, V arebe facto ; et 
senza molte losenge et minacie narò per tal modo el 
suo sucesso, che, non senza grande admiratione, dì tutto 
fu formato un processo amplissimo. Non mi extenderò 
cum quanta anxietà fu cerchata la liberatìone di quella 
dal padre di lei et quanta largitione et doni el securtà 
date, per non far più nota al nobile sangue, ben che lei 
di viperina natura si fosse dimostrata. Fu finalmente dato 
per sententia dover esser quella decapitata insieme cum 



— 88 — 

la fantescha et penitentiati tuttj li altri colpevoli nel pro- 
cesso. Essa, come andasse al novo sposo, senza timore 
vergogna alcuna, non mai volendosi rendersi in colpa 
del delieto comesso, presente tutto el populo, finf mise- 
ramente la sua juventù. 

Lo exemplo del quale, inclito imperatore, et vuj 
altri nobili patritij, non è stato da me per altro re- 
citato , se non che per questo veniate a comprhen- 
dere la natura et complexione de le donne. Da Io 
odio et amore de le quale Idio scampi tutti li mortali. 
Et concludendo, brevemente dico che la pronominata re- 
gina, eisendo quella giovene et il marito assai vechio, 
mossa di novo amore adulterino o da qualche odio con- 
ceputo verso de quello, procura cum grande instantia lo 
excidio et ruina del marito et del reame; non altrimenti 
che si facia V imperatrice mulier vostra la morte del fìliol 
vostro Erasto. El quale recordo perhò stia decto cum su- 
portatione de vostra sacra maestà; la qual prego et supplico 
che ne la morte de dicto vostro fiolo non cusf facilmente 
voliate incorere; et silmelmente fate notificare al prono- 
minato re quanto per sua moliere regina se circhava, et 
conoscerete finalmente tutto el discorso facto da me esser 
più che vero ». 

Cum tanta admiratione fu ascoltato el phylosopho 
che primamente tutti, nessuno in contrario sentendo, 
comosseno in oppinione de Agatho, et non solo l'impe- 
ratore si tolse da T impresa predicta, ma relaxò la sen- 
tentia del fiolo proponendosi di consultare fra el senato 
de la causa del suo fiolo Erasto. Ma non è homo si 
circumstato et forte, che, porgendo le orechie a le parole 
de una femina, spesso non se muti de una in altra op- 
pinione, come la experientia fin a qui s' è visto. 



— 89 — 



Conte Arphrodisia^ andata a ritrovare l'imperatore, cura 
sue lachrime et nova parabola fa impregionare li 
phylosophy et revocar la sententia, 

Cap. 18. 

Expectando Arphrodisia el tornare de V imperatore a 
lecto, indarno se afatichò in tenerli caldo la sua posta, 
imperilo che demorato in senato, come nel precedente è 
dimostrato, dubitando de novo non dover venire a le 
man cum la sposa in dover far amazar el filiolo, liaven- 
dolo per quello giorno promesso di lassarlo in vita, a- 
presossi et propososi in animo più maturamente pensare 
sopra tal sententia, et perhò per quello giorno se absentò 
da r imperatrice. Ma lei, che sempre era suspectosa di 
quello che al fine Y interviene, vedutolp non tornare et 
la sententia del filiastro remìssa, fece a sé chiamare uno 
de' primi canzeleri de lo imperatore, el qual per mezo 
de la imperatrice era stato asumpto a tale oflìtio ; et 
quello interogato de la conclusione facta in senato la 
nocte passata, fu da lui imformata quanto era sucesso 
et decto contro di lei; per la qual cosa devene in tanta 
anxietà et passione de core che pocho mancò che non 
passassi de questa vita, et comenciando a piangere et la- 
mentarsi, né volendo per quello giorno prhendere cibo 
conforto alcuno, fino a la sera si condusse. Ne la qual 
ex[)etando dover da l'imperatore esser visitala, tal pensier 
anclìora li vene falito. Propososi dunque in animo di an- 
darlo a trovare a la camera; et non più che facto el pen- 
siere, acompagnata solo da due donzelle, si ritrovò apresso 
del suo sposo. Al qual, cum lachrimoso viso , incomentiò 
a dirli: »( Ecco dinanzi al tuo conspecto quella misera 



— 90 — 

et infelice femina derisa et beffata tante volte; ogimaj 
posso ben dire, per che falsa sarebe ogne mia credulità 
credendo a T imperatore di quello che per experientìa 
provo, esser da te amata come mai non me ha vessi ve- 
duta né conosciuta; per che in quanto pretio et extima- 
tione apresso dì te mi trovai ne la presente occurentia 
è manifesto; ne la qual certamente, se pur non volevi 
vendicar una tanta injurìa contra di te et de me facta, 
non dovevi anchora tante volte in publìco et in secreto 
contro al mio bonore lassar lì toi maledecti phylosopbi 
insurgere. Ma se tu considerasti l'arte et Tastutìa loro et che 
essi usano per la liberatione del loro incestuoso discipulo, 
non posso credere che tanto obrorio da li ochij non ti 
levassi. Ma conosci in questo solo quanto amino et il tuo et 
mio honore, quanto hanno presumpto denonestarsi de me 
et dir quello che vituperosa cosa sarebe a dire de una pu- 
blica meretrice ! Che pensi adunque, se non che costoro 
cercano la tua ruina, danno et vergogna, non altrimenti 
che si feceno tre fratelli ceciliani, da V ingani de' quali 
fu deluso uno de' tuoi antecessori imperatore?; lo effecto 
de lì quali piaceti de ascoltarmi , si come contro di 
me et in mio desonore conportasti de stare a scoltare 
le mordace, falsìfìce lingue de' phylosopbi ». Queste et 
altre simile parole tanto poterno apresso de lo impe- 
ratore, non solum che condescendesse a la audientia di 
quella, ma la pregò instantemente a narar quanto havea 
proposto. La qual cosa in tal modo adimpìte. 

( Tu poi sapere come cosa manifesta la nostra in- 
clita vita secundo la conditone et qualità de' tempi esser 
stata doctata de degne opere amirabile et virtuose; de le 
qual cose uno più che li altri fu de tale gratie et doni insi- 
gnito. Imperhò che uno tuo antecessore imperatore havea 
una statua de metallo cum mirabile artifìcio insculta: questa 
tenea uno arco in mane carico de una pontuta saeta, a 



- 91 - 

riscontro de la quale era posto uno focho artificiale 
che contìnuamente ardea ; cosa molto utile a tute le gente 
et maxime a' poveri. Era inscripto anchora in fruncte de 
la dieta statua queste parole : Chi me ferirà, io ferirò lui. 
Acade che uno matto de sete cote, legendo le supradicte 
parole andò et feri la dieta statua, la qual incontinente 
descharicò V arco et percosse cum la saeta nel dicto focho 
et subito amortollo et spenselo. Una altra maravilia havea 
el dicto imperatore in Roma, la quale facea diligentemente 
custodire, et questo era uno spechio grande et bello, 
nel quale si conosceva qualunque tradimento se ordinava 
per ciascaduna provincia o cita contro l'imperatore ro- 
mano. Uno re fu adunque in Cicilia che molto havea li 
romani in odio ; ma per questo spechio non si poteva 
discoprire loro inimico, né quelli per tradimenti o guerra 
ofifendere. Onde pensava dì e nocte come potesse gua- 
stare desfare o veramente robare el supra dicto spechio; 
et sopra questo molto consultandosi, veneno a lui tre fra- 
telli dicendo : a Che premio conseguiremo da te se quello 
spechio, che tu desideri tanto disfare o de haver, a man 
salva ti portiamo? d A li quali respose el re: < Certo 
se mi conducete ad eflfecto quello che prometete, io vi 
prometo et giuro donarvi tanto quanto vui domandante, 
se ben me domandastine la mità del mio reame » . Quelli 
udendo si facte promesse resposeno: « Certo sia, o ma- 
ximo re, che, se a nostro modo farai, in breve tempo ne 
le tue proprie mane ti portaremo lo proprio spechio; 
né dubitar d' ingano o fraude alcuna a quello che ti 
prometeremo et parlaremo: fa trovare et dare tre ba- 
rilli pieni de oro ». Et haute quello preseno camino et 
non reslorno che perveneno apresso de Roma, et hordi- 
nato quello haveveno a fare, miseno uno de' barilli de 
oro in certo loco sotto terra, et signornò diligentemente 
dicto loco, el il simile feceno de li altri dui barilli; se 



- 92 - 

non che da un' altra parte de la terra li ascoseno. Da 
poi se n'andorno al palazo de Tinìperatore; domandorno 
a li camarieri di quello et di voler per bona cagione 
cum lui parlare. Le qual cose essendo reflferite a l'impe- 
ratore, comandò che fussine introducti a lui; li quali poi 
che dinanci fumo gionti, facte le debite reverentie, dis- 
seno: « Sappi, inclita maestà, che più tempo fa nui a- 
biamo inteso de la tua magnificentia et gloria; onde nui 
tre fratelli, per divina gratia havendo dono singulare fra 
li altri, siamo venuti, in quanto ti piada, a jnpar- 
lire teco parte, anci tutto el dono a nui concesso, cono- 
scendo manifestamente non regnare in te parte alcuna 
de ingratitudine. Nui certamente habiamo segni veraci 
et maxime in trovar oro et argente et cose preciose, et 
ciacuno de nui sogna la sua nocte, si come tu, volendo, 
per experientia potrai vedere, di trovare qualche thesoro 
ascoso, de li quali grande copia habiamo per certeza 
esser in questa terra » . LMmperatore che molto desiderava 
oro et argento et comular thesoro, odilo tal novella, a- 
legro et giocundo ricevete li tri fratelli cum grande ho- 
nore et magnificencia, et fece preparare uno magno con- 
vito, doppo el qual disse T imperatore a li tre fratelli : 
« Quale de vui insognarà in questa nocte? » El magior 
respose thocar tal sorte. Al quale T imperatore disse : 
« Andate dunque a posarvi in la bonora e da matina 
tornante da me. ^ Et cosi feceno. Et venuti la matina. disse 
el magiore a T imperatore: « Sacra maestà, io me ho 
insognato uno barille pieno de oro et perhò comanda 
che meco vengano homioi da cavare et che anchora mi 
menano in parte de oriente, fora de la tal porta ». Et 
tuto questo dicea per mostrare che nulla fentione o ma- 
litia li fussi. Il che fu facto. Usciti adunque fora di Roma 
monstravano de andare a segno de la calamitta mesu- 
rando fino al locho dove era il barille ascoso, de oro, et 



— 93 — 

qui facendo cavare, Irovorno si come quello dissi haverse 
insognato. La qual cosa vedendo V imperatore fu molto 
contento et disse a loro : € Questa è cosa che molto me 
piace; ma chi dì vuj si sognarà quest'altra nocte? » 
Rispose el secundo: < A me tocha, sacra maestà » . Et ciba- 
tose cum nobile vivande et andati a possare, veneno la 
matina per tempo da l'imperatore et li disseno quello 
haverse insomniato di trovar el dopio più oro che Taltro ; 
de che V imperatore fu molto lieto et giocundo, et co- 
mandò, si come de prima havea facto, che gente andas- 
seno a cavar dìcto thesoro; la qual cosa fu facta. Quelli 
el tutto tingendo per la similiante cautella et modo sopra 
dicto, et ritornati a V imperatore cum li dui barilli de oro, 
fumo da lui visti molto volentieri et molto li amava et 
acarezava, in tanto che simili baroni non havea in corte 
si ben veduti et sf ben tractati. Onde disse el tertio a 
r imperatore : « A me tocha questa nocte a sognare ; 
perhò andativi a dormire; domatina tornaremo dinanzi a 
tua maestà ]>. Da la qual venuti la matina seguente, li 
disse el tertio: <l Bone novelle te porto, serenissima co- 
rona, liavendomi insognato de trovar grandissima quan- 
tità de thesoro dentro de la cita » . Rispose T imperatore 
voler andar cum loro a veder si grande maraviglia, et 
quelli factosi menar al locho dove el supradicto spechio 
dimorava, cominciorno fra sé medesimi a far varie mi- 
sure et inquisitione; finalmente disseno a' cavatori: «Ca- 
vate qui sotto a questo spechio ». La qual cosa udendo 
l'imperatore disse: «Oymé guardate che lo spechio non 
si rompa!; che non vorei per tuto l'oro del mundo che 
questo si guastassi ». Disseno li gioveni: «Non dubitate 
de questo, imperator dignissimo ; et a ciò che cum più se- 
curtà si cavi et che lo spechio non si venga a maculare 
a guastarsi et non di meno el thesoro habiamo, nui 
cum le proprie mane atenderemo a questa opera, ben 



— 94 — 

che tempo assai li aodarà, essendo quello in molto pro- 
fondo locho; tutavia non ci parerà faticha per far cosa 
grata et che vi piacia ». Et cusi cominciorno a cavar 
diligentemente a pocho a pocho, in modo che si condns- 
sino a la sera, et mostrando de mesurar disseno manchar 
anchora alquanti piedi et per tanto parerebe a loro che se 
dovesse indusiare la matina seguente, acciò che cum 
più diligentia et segurtà possesseno lavorare; al qual 
Consilio condesese presto T imperatore, et cusi fu messo 
ad effecto. Li tre fratelli in su la meza nocte tornati al 
spechio, quello furorno et portolo al re de Cecilia et con- 
sequireno grande thesoro et havere. Né doppo molto 
tempo per la perdita de dicto spechio manchò poco che 
dal dicto re non fussi subiugata la nostra inclitissima 
cita. 

Reducendo adonque a proposito, dicoti che anchora 
presso di te sono le diete maravilie; ma questi toi phy> 
losophi, a le parole de li quali porgi tanta fede, cercano 
de extirpare et ruinare. Tu poi dire che sia quella statua 
che cum Y arco de lo amore mio verso de te cercho de 
diffendere el lume del tuo corpo, ciò è lo honore et 
conservatone del tuo imperio; et li toi phylosophi iniqui 
et perversi et matti de perversa stultitia cercono de fe- 
rirme acciò che 'I lume presto venga a meno ; sono an- 
chora quello spechio per el quale è stato discoperto la 
incontinentia del tuo fìolo, et mali amaestramenti de' soi 
preceptori. Se aspecti adunque eh' io te sia levata da li 
ochij, non dubitar che de corto te troverai in tanto pe- 
riculo de vita che miseramente piangerai el non haver 
seguito el mio Consilio. Per che casone pensi tu che li 
phylosophi cum tanta solicitudine cercano la liberatione 
del scelesto Erasto, se non per che dubitano che morto 
quello, tu come insto signore, ricordandoti di loro mali 
amaestramenti, li farai morire miserabilmente? El cono- 



— 95 — 

scendo come astuti et maiedecti, che per li mei insti, utili 
et boni recordi cerchi di fare quello che sarebe a te 
honore et a loro danno et vergogna, hanno coniurato tuli 
centra di me. Ma sia come se vole, che deliberata sono, 
che tu vendichi una mia tanta iniuria, o io prhenderò 
partito al facto mio. Dime, se 'I te piace, quello che haj 
in animo tuo di fare ». 

L' imperatore, ascoltato la sposa sua, devenne non 
altrimente che le altre volte, et per conforto de la sposa 
fece comandare al capitanio de la rocha che facti a sé 
chiamare li septi phylosophi li rinchiudesse in una obscura 
carcere, iìn che la matina deliberasse de la morte loro. 
La qual cosa fu de subito adimpita et la imperatrice 
ne viene alegra et contenta, sperando veramente dover 
seguire quanto era suo intendimento; et per quella nocte 
rimase apresso del suo sposo, non lassando arte modo 
né via da mantenerlo in tale oppinione, che in tal nocte 
tute per lei non fusseno exercitate. Ma, come piaque a 
Dio, presto fu rotta la tela che cum tanta malitia et ver- 
sutia era slata ordinata, come intendente qui de sotto. 



Come Erasto, presentendo la capttira de li phylosophi^ 
alquanto se contrista ; et per che via Leuco, septimo 
phijlosopho, scrivendo a t imperatore et nova para-- 
boia proponendo, dal senato è prolungata la sententia. 

Cap. 19. 

Erasto, el quale era in presone da molte guardie 
custodito, per ciascun giorno havea da dete guardie u- 
dito resonare quanto per li phylosophi et per l'impe- 
ratrice si tractava, non perhò parlando cum alcuni de 



— 96 — 

quelli, ma solom cum lì soi costomi taoto morigerato et 
gratìoso a tatti sì prestava, che non senza grande con- 
passione era custodito. Veduto adunque fra le guardie 
secretamente ragionare, et dimostrando non esser el facto 
suo, stete tanto con le orecbie ateso, che intese come li 
phylosophi ereno retenuti et incarcerati; per che fu molto 
dolente et tristo, dubitando che 'I septimo giorno, non 
havendo chi lo difendesse, miserabilmente sua vita non 
finisse; et tanto afifanno et pena la sensualità di questo 
sentiva, che per tuto le carne, posto quasi in angonia, 
un sudor fredo stilava. Ma poi che fu alquanto de pensiero 
in pensiero trancorso, discaciata la sensualità et presa la 
rasone in mano, comentiò a confortarsi in Dio et sperar in 
quello che cosi come per mezo de essi phylosophi era 
scampato sei giorni, cusf sperava, mediante el septimo, 
passar l'infortunio di tal giorno. Ritrovandosi adunque 
lì phylosophi rinchiusi in una arctissima prigione, deve- 
neno in grande ansietà e dubitatione del poter socorere 
Erasto loro discipulo; et quasi fora de ogni speranza, 
preso per partito el septimo phylosopho, per nome chia- 
mato Leuco, de experimentare el suo candido et pere- 
grino ìnzegno, cognoscendo imperhò apertenirse a lui in 
tener modo a far soprastare la data sententia, preso a- 
dunque in mano el calamo, in questa forma a V impera- 
tore scrisse. 

a Al mio invictissimo et sacratissimo imperatore 
sempre augusto, Leuco phylosopho salute manda. 

Di quanta sapientia et prudentia li nostri antecessori 
fussino la promulgata et condite lege assai ne rendono te- 
stimonio^ imperhò che antiveduto quante discordie, mali- 
volentie, invidie, calumnie, homicidi, rapine, sacrilegi], 
incesti et adulteri] nefarij ne' presenti tempi doveano 
regnare, volendo che a tuti fussi administrato la debita 



j 



« 



— 97 — 

iustitia, ordinorno che in tute le cause ocorente, primo 
fusse lo actore el reo, et il iudice alieno, e non de su- 
specto a niuna de le parte; e per che molti ne le cause 
proprie, o per tropo amore, o per tropo timore molle 
volte manchaveno in defensione o in aprobatione de le 
loro ocorente cause, et per tanto, sucessive, fu trovato li 
procuratori et consultori in favore et in contraria parte; 
onde sucesse poi questa promulgata sententia: In .causa 
propria cercha lo advocato che per te responda. Cono- 
scendo anchora li usi per te per qualche disordine do- 
versi promulgare et qualche iniqua sententia, constituirno 
el libro de T apelatione a ciò che debitamente a tuli fusse 
administralo iustitia. Per la qual cosa ritrovandomi in 
una artissima et crudel prigione, non per manchamento 
contro a la tua maestà, secundo me dieta la conscientia, 
habi comisso o per peccato, ma solum per la verità et 
deffensione de quella ; imperhò che non me potendo io 
persuadere insieme cum li altri mei conpagni phylosophi 
come el tuo filiolo et nostro discipulo habi contra lo ho- 
nore et contra la honestà de tua moliere cosa alcuna 
voluto tentare, ci siamo sforciati qualunque de nui cum 
diverse demostratione, farti cauto che non cusi de facili 
era da dar fede o porgere orechie a parole feminille; et per 
essere el tuo ingegno nobile acomodatissimo a le persua- 
sione rationabile, più volte a li nostri racordi tu sei incli- 
nato. Ma non è homo cosi constante e forte che, ritrovan- 
dosi ne li dolci abraciamenti de una giovene e bella sposa, 
che quella persuadendo in contrario, non lo tirasse o 
inclinassi a ogni suo intendimento. Il che si demostra 
per eflfecto ne li hesterni giorni et al presente più che 
mai; imperhò che tu a le false lachrime o busarde pa- 
role de Arprhodisia, senza risguardo o inditio alcuno de 



ERASTO 



— 98 — 

manchamento verso di le comisso per nai, o verso de 
altra persona, ti sei piegato, come se fussemo Iraditorj 
et rebellì del tuo stato et de lo imperio romano, in una 
obscura carcere a farci rinchiudere; et ben che tu, ma- 
ximo imperatore, non sia subiecto a lege alcuna, non è 
perhò che la conscientia, se quella voi exanùnare, non ti 
dovesse remordere, consentendo per parole de sposa 
contro ogni debito di rasone de fare. Onde non so pen- 
sare se cum tal premio usi pagar coloro che sempre 
vigilanti sono stati a far cosa che de tuo honore, utille 
et contento fussi; et se dicesti che per el mal governo 
haute di tuo fìolo, cum tal pagamento ci rimunerasti, ti 
respondo : el tuo fiolo Erasto esser più perito in tute 
le scientie che homo mortale che ogi se trova, e se ben 
stupido e muto al presente ti pare, tempo vera, e presto, 
se non te rencresce lo aspectare, che tanta eloquentia e 
doctrina a tute el populo romano demostrarà, che uno 
corente fiume o veloce fulgore saran niente a compara- 
tione de quello. Non ti maraveliare de queste mie pa- 
role, imperilo che tuo filiolo, come savio, sa 1' bora e 1 
tempo quando proferir debe el suo sermone. Ma per 
che molte volte interviene el contrario de quello che ci 
persuadeno, maxime dando fede a chi è alieno de ogni 
pietà e rasone, volio sobiungere uno leribile caso a' 
tempi nostri occorso, el qual, ben che alquanto dissimile 
al proposito nostro, darà non di meno lume a qualche 
bone concepto e iuditio. 

Retrovossi ne la cita de Milano uno peritissimo me- 
dico si de scientia come de beni de la fortuna molto 
ben dotato, al quale naque de una sua legitima sposa 
uno fiolo maschio de incredibil belleza et allevato a la 
età di anni septe. Si demostrava di tanfo inzegno che di 
non poclia admiratione era a tuta la terra e gente. 
Accade che 'l diclo fiolo se infermò de una acutissima 




— 99 — 

febre, al governo del quale, ben che '1 padre fussi pe- 
ritissimo, convocò dui altri valentissimi medici et, per es- 
serli quello unico, non lassava cosa alcuna a fare per la 
liberatone de quello. Finalmente, doppo molti experimenti 
et remedij senza iuvamento alcuno facti, el febricilato 
fanciullo altro df et nocte non chiamava se non che una 
cippolla biancha li fusse data in cibo. A la qual domanda 
el padre cum li altri dui medici si consiliorno de con- 
descendere; ma la madre, donna simile a le altre, se 
contrapose a la ordinatone de li medici, né per modo 
alcuno se vole inclinare a la domanda del (ìlìolo, dicendo 
che non volea amazar el filiolo cum una cipolla, cibo 
più tosto da detrimento che de utilità; per il che venne 
el filiolo in tanta anxietà che non doppo molti di rendè 
r anima al suo creatore. La morte del quale fu de tanta 
dolia et pena al padre et a la madre, che se non 
fusseno stati lì molti conforti de li amici , come despe- 
rali sarebono morti. V'ole non dimeno l'orbato padre pre- 
rimar et perscurtar la causa de si repente morte, et fato 
el filiolo sporare, altro defecto non fu trovato in quello che 
nel fondo del stomacho, verso la parte del core, uno pezo de 
candido et frigido cristallo, mediante el quale fu indicato 
el giovene esser morto; né maravilia fu se medicinalmente 
tanti valenti homini non lo haveveno saputo curare, con- 
cessia cosa che de tale infirmila nulla si facesse mentione 
ne li loro libri. Preso adunque cum multe lachrime el 
pezo del cristallo a perpetua memoria del defuncto filiolo, 
e fece fare uno manico a uno coltello e questo seco 
adosso portava, et in ogne asumptione de cibo lo ado- 
perava. Ma ecco quello che vole dimostrare natura: era 
el giorno de lo ani versano del morto filiolo, che ritro- 
vandosi a mensa el medico li vene uno insatiabiie appe- 
tito de una cipolla bianca, et comandato che quella il 
fusse posta a mensa, vene el familio e mentre che '1 pa- 



— 100 — 

tron suo bevea presentò la cipolla e posela apresso al 
pronominato coltello, e beuto eh' ebe el medico, e me- 
lendo mano per piliar el coltello, lo trovò senza manicho, 
et investigando come tal cosa fusse advenuta, trovò et 
cognobe che la posta cipolla havea resoluto in aqua el 
predicto cristallo. Per la qual cosa come homo pruden- 
tissimo indicò che M filiolo per instinto de natura e per 
la liberatione de sua infirmità cum tanta ìnstantia havea 
domandato la cipolla biancha; et manifestamente cono- 
scendo esser stato causa de la morte del filiolo, maxime 
havendo comportalo che la molier non havesse exequito 
el lor precepto, in furore volto, prese in mano el coltello 
e la cipolla e, non senza lachrime de la moliere e de 
gli astanti, in questo modo prese a dire: « Ecco, infe- 
lice padre, ecco di quanto male tu sei cagione! Ogi è 
lo aniversario del giorno exitiale del mio unico filiolo. 
Oymé che questo ho meritato di vedere acciò che ven- 
dicar possa la innocente morte del mio fiolo! Qual sarà 
quello che non condanni et vituperi, poi che per le pa- 
role de uria sciocha, impia e crudel moliere sono stato 
causa de haver dato al mio filiolo la morte? Hora co- 
nosco, ma cum mia pena et dolia, che natura mi volea 
conservare quello che a crear mi era stata propitia. Ecco 
el segnale; ecco la cipolla, tante volte dal mio sventurato 
(ìlio domandata. Ecco che ogi la natura come sdegnata 
contra di me, me ha voluto far certo di quello che, per 
parole de una matta, non voli exequire : lui è morto per 
non esser stato contentato de la domanda e volia, et io 
seguirò lui non saciando lo apetito de quello che desidero. 
Prebenda adunque ogni mortai exemplo del misero fine 
et maxime in non voler lasarsi in cose de importantia 
governare per oppinione de femina. Ecco, la maledecta 
et nutrita dal diavolo, a quanta miseria mi hay conducto 
con el tuo ostinato e pazo vedere. Ma non sarà vero 




— 101 — 

che io (ÌDalmente permeta tanta iniuria lassare impuDita » . 
Et non più che cusi dicto, strinse el coltello et cura quello 
passò el core de la moliere sua con tanta velocità et 
presleza, che li servi et altri astanti, che a tal lamento 
ereno concorsi, non poterno retenere la già destesa mane. 
El qual crude! spectaculo non per altra cagione, o ma- 
xime imperatore, interviene se non per la causa antedicta. 
Chi ha orechie da intender, intenda. Ben te dico et cusI te 
predico et per certo . ti affermo, che se per parole de 
tua moliere fai occidere el tuo innocente filiolo, molto 
più miserimo fine sarà el tuo che non fo del pronomi- 
nato medico. Piacete adunque, come prudento et savio, 
melio consiliarte cum chi ama el tuo honore; né ti lassar 
voltare cusi de facile da muliebri abraciamenti, et co- 
gnosse de quanta importanza è de sententiar uno tuo 
filiolo senza debita examinatione. A si crudele et inpìa 
morie qual più condecente cosa esser potrà che in uno 
tanto caso haverti spoliato de pietà paterna et quello re- 
misso al iudilio et sententia de' padri senatori, se pur 
credevi el tuo filiol ha ver manchato contra de tua maestà? 
Ma se sol dire: 

Non fu mai tardo el ben coDsilio 
Quando si trova chi seguitar lo volia (1). 

Né te far sordo a quello che io te dico, che veramente 
non passerà tre giorni, che contento sarai de haver presi 
nostri recordj. Non mi prolungare più oltra a seri verte, 
se non che, per ultima conclusione, queste poche parole 
agiungo: se pur deliberi per prege de tua moliere che 
'1 tuo filiol mora, non ti dìspiacia farci insieme cum lui 
morire. Ma ben ti prego che prima che a tal fine siamo 
conductì ci doni per gratia special che dinanzi a tutto el 
senato possiamo parlare quatro parole. Vale ?. 

(1) Cosi il cod. 



— 102 — 

Serata la litera e sigillata, a una de le guardie la 
porse pregandolo che senza indusio alcuno in man propria 
de r imperatore la dovesse presentare. Era quasi T alba 
dispartita, che già se aparechiaveno li stendardi per la 
executione de la sententia. Or levato l'imperatore più per 
tempo che non soleva, si riscontrò nel portatore de la li- 
tera, la qual presa e lecta et sopra sé stato alquanto, de- 
liberò de uscire de tanti fastidij e tanta causa reducerla 
al senato, prometendo et iurando che se in colpa trovava 
esser el filiolo, facto dar sententia contra de lui, lo farebe 
senza remissione alcuna acompagnare a la forcha da' 
septi phylosophi; et per tanto convocò lo senato, et facti 
comparir li septi phylosophi inseme cum lo suo fiolo le- 
gato, a tuttj li senatori dal primo di fina al presente 
quanto era seguito fu exposto. Sarebe longo exprimere 
le altercatione et oppinione e varie sententie che fumo 
in decto senato, per modo che grande parte del giorno 
fu consumato in tale examine. Fu finalmente concluso 
che se per tutto quello giorno li phylosophi insieme cum 
Erasto cum aperti et evidenti segni [non] demostrassino el 
loro discipulo esser innocente, che la seguente matina tutti 
ad una forcha fussino suspesi. Per la quale cosa retor- 
nati tutti a la presone, comentiò Erasto a star di bona vo- 
glia et similmente li septi phylosophi, veduti adoperar in tal 
modo che senza detrimento alcuno del suo discipulo, cum 
felice sucesso li septi fatali giorni haveveno transcorso. 
Non di meno quanto fussi concluso in senato totalmente 
era ignoto a V imperatrice. La qual veduta redure a la 
pregione el filiastro e li septi phylosophi, oltra modo et 
più che mai fusi dolente el trista , fece subito mandare 
per tutti li parenti et divini et amici; a la presentia de li 
quali facto la sera chiamare el suo sposo imperatore, 
quello che li fusse decto da lei e finalmente concluso, 
nel seguente capitulo più pienamente sarà demostralo. 



— 103 — 

Come Arphrodisa, chiamati li parenti soi, parla a lo im- 
peratore et obtiene inrevocabile sententia contra Erasto 
cum nova parabola, 

Cap. 20. 

Venuto r imperatore dove si ritrovava la sposa acom- 
pagnata da grande parte del parentado, subito che da 
quella fu visto si abondantemente comentiò a piangere 
et lamentarsi et suspirare, che pochi fumo de li circum- 
stanlj, vel astanti, che non si comovessino a lachrime 
per tenereza de quella; la qual poi che alquanto hebe 
rafernalo li singulti et li lamenti, verso del suo sposo 
imperatore prese a dire : « Multi giorni sono che ho su- 
spirato, ma al presente manifestamente mi sono dechia- 
rita che lo amore et dilectione che tu me hay demostrato 
de portare non sera di bon core, ma finto et alieno da 
ogni sincerila , et se questo sie vero, vui padri et 
madre, et vuj altri amici et propinqui , apertamente el 
potete vedere et indicare, concesia cosa che già sono 
seti giorni che rinchiesta, anzi voluta sforciare da lo sce- 
lesto et iniquo filiastro mio a voler aconsentire de pec- 
car cum lui, io, come continentissima et in horrore ha- 
vendo tanta abominatione, volendomi defendere da lui, 
da me si fugi, vedendo non solamente el padre, ma tutta 
la corte; per el qual delieto e manchamento quanta pu- 
nitione ne habia consequito a tutti è noto e manifesto. 
Ben è vero che de parole sono stata più e più volte 
deligiata e schernita; ma solo a le parole de sepli phy- 
losophi scelerati ha pretermiso el mio sposo imperatore 
de non vendicare la iniuria et il saluto contra la sua maestà 
e contra la mia persona facta, non extimando né fede né 
sacramento tante volte a me dato. Onde ludico che tu 



— 104 — 

Clini loro ve siate facto beffe de'facti mei; ma veramente 
tu doveresti pur considerare quale sia slato lo amore o 
fede che io t* ho sempre portato et porto. Dime, se le 
piace, hai tu mai sentito de mi alcuna cosa men che ho- 
nesta? t'ho io mai manchato de fede? Certo non. Sempre 
in tute le cose che me hay comandate hor non ti sono 
io stata obediente et fidele? Et in meterli in executione 
non è da me stato exequito presto et volentiera ? 
è questo el merito che tu mi rendj ? è questo el pa- 
gamento che tu mi dai? Come poi tu sostenere de farmi 
tanto oltragio, iniuria e scherno? è questo quello che 
si dice, che siamo dui corpi in uno e de una volunlà ? 
Per te padre, per te madre cum fratelli parenti et a- 
mici ho habandonato; te solo ho servito, te solo ho a- 
mato; e quale è quella cosa che per le da me non sia 
stata facta? lo ho hauto cura de la casa, conservato el 
thesauro e substanlia tua, el qualunque altra cosa tua 
degna de industria, da me è stata facta. El tuo bene è 
slato el mio; el tuo male è slato dolore e affanno, né 
più qua né più là ho facto ciò che tu li habi voluto. Per 
che adunque non fai tu cusf verso di me? Per che non 
cerchi el mio bene, sf come tu sei ubligato? Chi certo 
sai che con indisolibel nodo Siam ligali el asineli. Chi 
poi tu bavere più fidel in Consilio, che certo conosci che 
centra a ragione non li consiliarei? Ama el mio honore 
e vindica la iniuria a me facta: tu sai ch'io non ti mento; 
tu medesimo vedesti el tuo filiolo che si fugiva; tuta la 
cita n' è piena de la inniquilà che quello contra di me 
volea fare. Che exemplo sarà questo a li altri, se questo 
conporli al tuo fiolo? El lìnalmente io le dico, presso luti 
costoro, che se non deliberi de fare altramente che tu 
non habi facto, io le promelo el iure che io andarò in 
loco ove io non sarò mai conosciuta, et tu del mio male 
e tuo desonore sarai cagione. Imperilo che a la fine 



— 105 — 

tu solo hay a essere el più mal contento che altro de 
Dui qui presenti, che si come io t' ho mostro per molti 
exempli, et al presente intendo anchora demonstrarte, 
questo tuo (ìliolo maligno e tristo insieme cum li septi 
nefandi preceptori te reduceranno a morte con tuo grande 
danno el vituperio ; et che questo habia esser vero, nota 
molto bène el mio parlare. Quante septimane mesi et 
anni sia lassarò pensar a le, per che con tua parola 
più volte ho udito parlare de quello al presente intendo 
refferire; et ben che te sia noto e manifesto, non las- 
sare perhò che da me non ti sia dicto; per che degno 
de reprensione è quello che biasma T altrui deflfecto 
e poi lui medesimo cascha in quello e anchor in magior 
precipitio. Il che cognoscer potrai se nocte el mio parlare. 
Uno francioso signore si ralrovò cum una sagace, 
ancj prudenlissima donna coniuncto in matrimonio; a la 
quale, per le sue optime virtù, fu dado dal decto signor 
suo sposo el governo quasi in tutto el suo dominio. Ben 
è vero che per alcuni anni per avanti, el prefato signore 
essendo soluto e non lìgato a matrimonio, si redusse 
apresso de sé uno filiolo adoptivo ; a comandamento dei 
quale grande tempo si resse el suo stato, et ben che 
molti, anzi infiniti rechiami fusseno de lui facti al prono- 
minato signore, non perhò volse mai una volta coregerlo; 
per la qual cosa, sucedendo el tempo, fu remossa la li- 
bertà del giovene et a la prudenlissima donna fu largita. 
La qual intesa li mali portamenti, li insulti el extorsione 
eh' el dicto giovene aveha operalo et de continuo non 
cessava de perpetrare , fatoli più et più volte materne 
amonitione, non che di quello si emendassi, ma de male 
in pegio andando, preso tanto odio et malivolentia contra 
la prefala donna che nocte e di pensava come dinanzi 
da li ochij levar se la potesse. Onde uno di, ritrovandosi 
per non pochi soi mancamenti in una rocha per coman- 



— 106 — 

(lamento de la gentil donna sostenuto, se deliberò exspe- 
rimentare el suo grande inzegno e venenoso pensiero; 
et facto chiamare a sé el capitanio de la rocha, con molte 
arte e maliciose parole li discoperse el suo concepto ; 
el qual udito e ben inteso quello che per el giovene 
li era stato ragionato, inclinato a la sua dimanda, prese 
tempo de meter ad effecto de quanto era amaestrato. 
Facto adunque prima a sé chiamare septe de* più fidati 
provisionati che havesse, et dacto a tuti sacramento de 
tener secreto quello che a loro intendea manifestare, 
mandò uno de' pronorainati cum grande celerità dal si- 
gnore pregandolo che senza molta demoratione se tran- 
sferisse per cosa de importanza, fino a la rocha: la qual 
cosa fece el credulo signore. Convenutosi adunqne in 
loco secreto el signore et il castelano, da quello per tal 
modo li fu parlato: « Concesia cosa che per singular 
gratia e grande liberalità tua, dignìssimo mio signore, de 
la polvere terena, anzi de lo stercho et putrida fecia de 
miseri vulgari a questo alto et sublime offitio cum in- 
segni militari sia stato exaitato, non posso, anzi ingrata 
cosa sarebe , contra tua excelentia, infidelità alcuna 
usare; et pertanto non oblivioso de' benefizii in me 
collati, quello che sia per tua salute e conservatione 
del tuo felice stato, senza respecto alcuno da me te sia 
palesamenle discoperto. Tu poi sapere quanta volubilità 
et infidelità sia universalmente a tutte le donne; da cia- 
scuno antiquo et moderno historiographo e poeta ha 
scripto cosa veramente vera e utile (1); ricordo da non se 
lo gitare dreto a le spale. Per che tu ligato in matri- 
monio con una de ellegante forma, preso forse da una 
sua certa aparentia, ti cometesti el governo de tutto el 



(1) Cosi il codice. Ma il senso? Se pure queir Aa dopo poeta non 
sia da cangiarsi in è. 



— 107 — 

dominio, sperando et credendo fermamente che quella ti 
dovesse andare in verità. Ma quanto sia vero cognosci 
e legi quello che in queste litere si contiene (una sce- 
lerità de la tua moliereja latra), de non so chi, perman- 
carzi la sottoscriptione di quelle ; el tenor de le quale 
me exortano e confortano e pregeno con largissime 
promesse a doversi fare inpregionare in questa fortissima 
rocha e poi dare lo stato integro ne le mane de la tua 
sposa. Cosa dura me è paruta a creder quella che da 
te è stato tanto amata si sia inclinata a tradir te et lo 
stato tuo; se non che alcuni de li mei prò visionati mi 
si son discoperti, domandandomi perhò in prima perdo- 
nanza e iuramento da me di non li offendere, come cura 
grande quantità de pecunia ereno stati corupti e persuasi 
a doverme amazare e dare la rocha ne le mane de la 
tua sposa. E cusi si manifesta che '1 tradimento era 
dopio. Poi essere facto certo da li deti provisionati se 
voi » . Et fecine chiamare alcuni al suo conspeclo : quelli 
inzenochiati e domandando perdono jurorno essere vero 
quello che per el capitanio era referto. Turbossi oltra 
modo, et che partito se dovesse piliare non sapeva, tanta 
era la fede benivolentia et amore che a la molier por- 
tava questo signor, che udito tal tradimento divene stu- 
pido e quasi insensato. Ma il capitano, che a tanta ma- 
litia era bene amaestrato, subgiunse: « Prhendi conforto, 
excellentissimo signor 'mio, et fa quello che da me sarai 
consiliato. Manda subitamente per tua moliere et facta 
qui dinanzi a te venire in questo locho, senza legere 
processo o più altre inquisitione cerchare, et fali taliare 
la testa , che piatosa cosa è lo esser crudeli in tali casi » . 
El credulo signore spoliatose de ogni amore e pietà 
verso la sposa, fecela chiamar in rocha sostenuta e presa 
da' septi congiurati, e fu decapitata e morta ; né potè 
•mai la innocente donna dir pur una parola; né anchora 



— 108 — 
a tal spectaculu si vulse ritrovare el misero signore. F 
adunque lo ofTìtio de la ctecapitatione, venuto è'I capii 
e li sepli provisiunali ti domatidorno per nome dt 
decapitata donna perdonanza del couiessu Tallo contn 
lui e dicendo che per invidia e malivolentia havea i 
imprigionare el suo filiulo adoptivo. Da la carcere e 
pristino grado restiluido, el giovene, veduto reuscilo 
suo desegno, fece «grandi presentì et doni al capit 
et a li altri conptici et conjurati, et vedendosi non h 
obstacolo alcuno al suo pendere, mesesi in ordine a 
var modo de conseguir l'integro dominio de tal sign 
et de novo convenutosi con el capìtanio et cum li 
provisronati, concluseno insieme de strangolare el mi 
signore, el che poi se desse publica voce e fama qi 
esser finito de morte subitanea ; el tutto questo ha' 
a fare in absentia del diclu giovene. Onde delibera 
tal pensiero demostrò el giovene de abseniarsi per 
gione de solazo da la terra; et il signore andando, e 
de suo consueto era una volta al mese, a la rocha, i 
fra due fortissime porle fu cum uno fazoto slrangol 
et cnsf morto in terra comentiò el capilanio e li al 
piangere, dove concorse el resto de' provisionati e a si 
pianto e lamento si voltorno. El capitanìo adunque 
grande solicitudine spaciò iitere al giovene notificai 
del sucesso; le quale poi che da lui fumo lede, al 
in animo, ma di fora si mostrò molto dolente e t 
e in tanto se proruppe a piangere che quasi tuli 
resto del populo si converti al simile; et montò a cav 
e giunto a la terra la ritrovò lula lugubra e mest: 
chiamato dal castelanu signore e simetmente dal po{ 
de comune concordia prese la bachela de la signoria 
poi ordinò uno bellissimo exequio con molte demostrat 
de dolore de la morte del perduto padre. Ma non p 
molto tempo che ben che havesse facti grandi luaesl 



— 109 — 

castelano e lì conjurati, li fece mal capitare et miseramente 
(ìhire. Ma quello che non lassa lungamente li malfactori 
regnare suscitò uno potente re contra del giovene tiranno, 
et cusi grande exercito strinse li populi et signoria di quello, 
che da li medesimi subditi fu dato e tradito ne le mane 
del suo innimico re. Per li tormenti del quale confessò 
tuta la scelerità e tradimenti, paricidij e tiranide eser- 
citate; per il che fu indicato a morta e suspeso in pa- 
tibulo, tormentato iniquamente, dato* a li latroni e tra- 
ditori. E cusi hebeno fine li boni per non credere a 
chi se conveneva; et finalmente insto iuditio sopra li 
malfactori ancora vene. 

Questo exemplo da me è stato sucintamente narato 
credendo esserti quello anchora a la memoria. Ma ben te 
dico che questo tuo fiolo, se fiolo lo debia nominare, cer- 
cha, insieme cum li sepli soi preceptori, modo de levarmiti 
da lì ochìj, tenendo per fermo che [se] spiro jo, tuo lume, 
tua lucerna, tuo vero e fidele consultore, potranno come 
a lor è piacere seguitar e condure a fine el loro pen- 
siero. E non sarà perhò, se ben capitasseno finalmente 
anchora loro male, che tu et io non havessimo la prima; 
la qual cosa conoscerai esser vera quando in tanta ca- 
lamità e miseria sarai conducto come li pronominati si- 
gnori; non creder perhò che conoscendo in quanto pe- 
riculo sono, non proveda a la conservatione de la vita 
mia. Et per tanto ti dico, se non prepari a la salute tua 
et mia, che io per me non passarà questa bora domane 
eh' io andarò in Iodio non da persona conosciuta; imperhò 
che più tosto volio elegere de vivere apresso de le fiere 
in povertà, che in richi palazi essere conducta a misera 
morte ». Compiuto Arprodisia el suo parlare, acompa- 
gnata da molte lachrime e infiniti singulti, per si facto 
modo che comosse a furore V imperatore, che poco man- 
chò che facesse in quello instante uccidere el filiolo in- 



— 110 — 

sieme cum li septi phylosopbi ; per il che confortato la 
moliere a patientia flne a la matìna, li promise jurò et date 
per seotentia che la matina per tempo Erasto cum li 
septi phylosophì in compagnia Tassino menati a la forcha, 
ditando in questa forma la senlentia: «Erasto incestuoso 
per la mala doctrina insegnata da li phylosophi, coman- 
diamo inrevocabilmente a le forche tutti esser suspesi » . 
Da poi ordinò a tutte le guardie e custodi del palazo 
che non permetesseno alcuno de li phylosophi o amici 
de quelli, la matina seguente non presentarsi dinanzi da 
lui, sotto la disgratìa de la sua corona. Et per ultima 
conclusione da la sua sposa volse remaner a cena et al- 
bergò apresso di quella. Tenendosi per fermo Arphrodisia 
luto dover esser adimputo la matina seguente, et per che 
non manchassi a questo solicitudine alcuna, postò quatro 
de' più affini et propinqui de lei a la executione di tal 
sentenlia. 

Come f imperatore vede in somnio quanto è proceduto 
et ancho et fine, ma non inteso da lui: finalmente 
parla Erasto V octavo di. 

Gap. 21. 

Divulgosi per tutto Roma quanto in senato era 
concluso e quello che T imperatrice obtenulo havea 
per la sentenlia de T imperatore data ; slava ciascuno in 
espeditione de qualche bello sucesso, non persuadendosi 
che tanta sapienlia de' septi phylosophi manchassino 
ad invenire causa da liberare sé medesimi e il loro di- 
scipulo da la crudele data senlentia. Andossine non di- 
meno r imperatore a dormire, et venuto quasi el tempo 
ameno de T aurora, suavemento incomentiò a dormire 
havendo quasi tutta la nocte per li acaduti casi mai preso 



— Ili — 

reposso : parveli adunque al principio del suo somno che 
nel gremio li nascesse una candidissima et bella columba 
a la quale ponea tanto amore che sopra ogni altro ucello 
da lui era amato quello. Onde non cum pocha solicitudine 
la fece nutrire e alevare, et essendo questa columha 
oltramodo venuta bella, pareva a V imperatore da una 
cruenta e venenosa bissa o vipera, per il governo de la 
quale si havea exposto si medesimo (1); ma questa vipera 
parea che molto se delectasse de lo aspecto de la pro- 
nominata columba, con la quale desiderando conpagnarsi, 
la columba desdegnosa del venenoso afflato de la vipera 
totalmente recusò el consortio de quella; per la qual 
cosa instigata la vipera cominciò cum molti mortali morsi 
a insurgere contra la simplice columba. A questo specta- 
culo stava V imperatore e pareva ne lo animo suo la 
impresa viperina favorire e la destructione e morte de 
la columbella desiderare. Ma quella non gemendo, né di- 
fesa alcuna facendo, solo cum animo singulare in tale 
certamine vigorosamente si portava. Era non dimeno 
imposibile che senza altro aiuto o socorso a la fine non 
rimanesse perdente la columba; onde parea che dal cielo 
tacitamente ausilio implorasse. Per il che se apresentorno 
septe animali de tanta ferocità de animo et de aspecto, che 
non pocho dubiosa comentiò a stare la vipera de lo comin- 
tiato conflicto. Ma lei che di veneno era copiosa si dete 
a la offensione de li animali e de la columba ; per modo 
che più volte si credete haverli reducti a misero intento. 
L' imperatore qualche volta li parea condescendere, et 
propososi in animo in defendere la columba e li animali. 
Ma pocho persisteva in tale oppinione. La vipera adunque 
cum septi morsi venenosi et pestiferi si levò contra a' 
supradicti in tal modo, che se non fusse stato el presto 
socorso de li animali tuli, ad una bora In lor vita finivano. 

(1) Manca qualche parola. 



— 112 — 

Vedendosi la cruenta bestia per septi certamini non baver 
potuto redncere a fine el suo intento, cuoi ogni sua forza 
e con il favore e aiuto de V imperatore, tentò mover 
la octava guerra; et veramente conduceva ad effecto el 
suo pensiero, se una secreta virtn de la columba non si 
meteva a la difesa ; la qual non comentiò a fare la 
patiente columba, che da l'imperatore fu favorita et cum 
grande odio la cruenta bestia regitata; per il che non 
restò mai la columba che venuta la vipera a lo extremo 
porlo, sé stessa amazò. Doppo il quale fine et infelice 
sucesso, visseno la columba e li septe animali. Àpena 
r imperatore veduto havea V insomnio che sveliandose 
non senza grande admiratione, eccoti da uno canto so- 
licitare T imperatrice la execntione de la sententia; et da 
r altra parte Erasto, prudenlissimo spechio de continentia 
e de prudentia, venuto 1* bora e il tempo da dimostrare 
sua sapientia, retrovandosi haver passati li fatali giorni, 
facti a sé chiamare le guardie de la presone, cum alegra 
facia e benigno aspecto al capitanio de quella impose e 
disse :« Parteti e va presto e di' al mio padre imperatore 
che, dovendo io fenire de mia zoventù, non mi denegi, 
anci li sia de piacere e de contento prestarmi tanta gratia 
in questo ponto extremo, che da me sia veduto, et per 
filial amore basato; ricordasi che una volta che de quello 
che al presente cercha spoliarmi me ne vestf, e a la sua 
maestà mi racomanda ». El capitanio e le guardie» ad- 
mirative e piene de stupore , coreno a la camera 
de lo imperatore e la imbasiata a loro imposta referis- 
seno. L' imperatore, oltre modo stupido, pensa unde pro- 
ceda che septi giorni sia stato senza favella el filiolo, al 
presente se sia mosso a desiderio de parlarli, et cupido 
de vedere el fin de questa cosa, vincto da un certo af- 
fecto naturale et rememorando anchora lo insomnio poche 
inante hauto, cum paterno amore comandò che '1 filiolo 



— 113 — 

li fosse apresentato. La qual cosa fu facta in quello in- 
stanti. Dìvulgosi per tutta la corte e sucessivamente per 
tutta la cita si dispande come Erasto è conducto per 
dover parlare dinanzi a T imperatore padre suo : conco- 
reno li cortesani , e li nobili potenti e potenti patricij in 
uno subito sono adunati, desiderosi tutti di qualche opti- 
mo fine. Ma la imperatrice, inteso questo, conturbosi in 
animo; mete spie che quanto Erasto parli li referisseno, 
e lei non di meno quasi predisse del suo futuro male, 
in uno penetrabile et secreto habitaculo serata. Giunto 
adunque Erasto cum li septi phylosophi a la presentia 
del padre, di tanta modestia et venustà resplendea che 
non che fusse stato in pregione, ma in tutte le delicatezze 
e piacer pareva. Facto le debite reverentie et deoscula- 
tione verso del padre, cum ardito animo e prompta Io- 
quella a quelli prese a dire : « Non dubito, caro et dilecto 
genitore, che di non pocha admiratione fino al presente 
ti sia stato el nostro passato silentio, e non mancho la 
colpa de l'incesto a me imposto; ma per che qui non 
solo son venuto a scolparmi de le calunnie a me e a 
li mei preceptori date, ma anchora per dechiararti et 
informarti che cosa alcuna da me da' prefati prece- 
ptori non è stata operata senza misterio; imperbò che 
vane sarebeno le scientie e doctrine che l'homo non 
senza grande faticha aquista, se al tempo congruo e 
necessario non supeditassimo el bisogno. Et quanto questo 
sia vero non ti sdignare, prima che particularmiente altri 
di me ti racconta, cum benigna e gratiosa audientia a- 
scoltare quello che per me cum brevità ti sia raconto. 

Retrovandose ne le parte de Costantinopoli uno for- 
tunato et ditissimo mercadante lungo tempo exercitato 
e sulcate le false unde maritime, et havendo fato amae- 
strare uno suo unico fiolo in tutte le scientie pratiche 
el speculative, per modo che pari alcuno non si trova 

ERASTO s 



— 114 — 

a lui ; deliberò anchora che li paesi ignoti a quelli li fus- 
seno cogniti et manifesti. Per il che messo in ordine e 
bene armato una caravella, muntato con el suo Solo 
sopra di quella, date le velie al vento e già discoperte 
molle isole e paesi maritimi, uno giorno acostossi a una iso- 
la eh' era molto delectevola a T ochio si dimostrava (l) ; 
quivi desmontali e trovato molto più che non se bave- 
veno imaginati et retornati al navilio, ecco subito levossi 
(la la dieta isola a volo dui ucelli de tanta belleza adorni 
che diflcile cosa sarebe a imaginarli a chi con Tochio non 
li havessi veduti; et volati più volte sopra del capo del 
prefato giovene, finalmente si poseno in su lo arboro del 
navillio e suavemente comenliorno a cantare. Atendea 
el giovene al concento e armonia di quelli, per il che 
il padre prese a dire: « Non so se è vero o busia 
quello che già molti anni intesi da li homini literati e 
savij che intendeno molte volte quello che li ucelli can- 
tano » . Al qual disse el filiolo : a Molto me maravilio in 
tal domanda, concesia cosa che tu doveresti haver udito 
quello che antiquamente da li gran savij è stato scripto; 
hor non vi recorda haver ledo, o almeno sentito, quello 
che dal grande legifero e Iheologo Moysé, dove nel 
principio de la sua theologia descrive li nostri primi pa- 
renti esser stati inganati dal calido serpente? Et simelmente 
el grande ariolo Balaham intese apertamente el parlare 
de lo asino suo, et molti altri, de li quali al presente ra- 
contar non fa mesterio, li quali chi negasse essere stati 
veri, de ogni recto et bon Consilio mancarebe. Ecco che 
a' tempi nostri, invaso la gente barbara la jnclila e trion- 
phante cita di Roma e preso già de nocte el capitolio , 
fu audito da quelli homini pienj de eloquentia chiaramente 
parlare le oche in questa forma: a Gallj per urbem, 

(i) Cosi il codice. 



— 115 — 

galli per urbein !» E se tu, padre mio, fossi cusi exerci- 
tato ne le lettere come sei ne le mercantie, intenderesti 
apertamente quello che li presenti ucelli cantano et di- 
cono j>. Al quale disse el padre: e Dhe fami, filioi, in- 
tender che cosa li prefati ucelli parlano! » e Et quando sapi 
che li ucelli astanti articulatamente mi dicano che io a 
tanto stato e honore debo venire et essere cusi glorifi- 
cato in questo mundo che padre et madre se teneranno 
a gran felicità e beatitudine se l'uno me potrà dare 
Taqua a le mane e Taltro porgere la tovalia da sugarmi ? » 
El padre inteso quanto dal filiolo era stato narato, mosso 
da grande superbia et invidia, preso el fìliolo e gitollo 
in mare dicendo: « Ben volio veder se tuo padre e tua 
madre haranno de gratia esser tui servitori, che certo 
non sarà vero; et vederemo chi saprà melio, o li ucelli 
io B . Et tirato la hancora de terra et le velie al vento 
date, si dispartirno credendo fermamente el filiolo esser 
anegato. Ma quello che una volta è presento et prede- 
stinato humana forza non può permutare; et per tanto 
el giovene aiutandosi cum el nodare, da le salse unde 
in breve spatio a terra fu regetato sano e salvo su la 
predicta isola, e stete per giorni dui senza mangiare né 
bere. Solo uno conforto li rimase: che da li ucelli era 
exortato a non temere, per che in breve el suo socorso 
vederebe apparere. Et ecco el terzo di apparite una nave 
in mare, la qual se acostò a la isola prenominata per 
fornirse de aqua. Fu pregato el patrone de dieta nave 
dal giovene che seco li dovesse menare che in ogni e 
qualunque cosa obediente li sarebe. Piaque molto lo a- 
specto del giovene e lo affabile suo parlare al patron 
predìcto et condussoli in nave, li fece a ministri dar da 
mangiare e bere , conoscendo la necessità de quello. 
Recreato adunque el giovene e domandato dal patron 
del suo naufragio, narò publicamente el suo processo. 



— 116 — 

comosso universalmente a grande compassione di sé tutti 
li marinari. Per la qual cosa disse el patrone al giovene: 
< Dime, che pensiero è '1 tuo di fare poi che in porto 
saremo desmontali? » Al qual respose el giovene: « Non 
havendo per natura o per accidente de essere ingrato 
de'benefitij recenti, per tanto ve dico che conoscendomi 
esser in vita per vostro aiuto e socorso, sono disposto 
e fermamente in animo ho deliberato, dal tuo benefitio 
e volere mai departirme » . Per la qual resposla , pre- 
senti li altri nochieri, lo adoptò in fìolo e come tìolo in- 
comentiò a tractarlo, et simelmente fece la sposa del pa- 
trone poi che in patria fumo ritornati; e tanto più era 
amato da loro quanto si ritrovavano senza prole alcuna 
et il giovene de di in df reuscendo a quelli obedientis- 
simo. Accade in quello tempo che M re de la predicta 
patria qualunque volta usciva fuora del palazo, tre corvi 
se li ponevano in testa cum grande rumore e cride, et 
questo suferto più giorni e mesi, né modo alcuno tro- 
vato de poterse liberare, si ritrovava in grande affanno 
e dolore, si per riputarselo a cativo augurio, sf an- 
chora per esser infamato dal populo, per che questo li 
advenisse per qualche occulto juditio e nefando peccato. 
Deliberossi non di meno uno giorno de experimentare 
ogni ultimo remedio: fece bandire per gran parte de 
r universo che se persona alcuna li bastava T animo del 
suo infortunio liberarlo, per premio li darebe la fìliola in 
sposa cum la metà del suo reame in docta. Multi et di- 
versi fumo quelli che da diverse parte del mundo ve- 
neno per veder el caso, sperando molti che cum male- 
fitij et incanti e chi per una via e chi per un* altra de 
sanarlo; ma vanne in fumo ogni lor pensieri. La qual 
cosa intendendo lo adoptivo iìliolo, pregò instantemente 
el padre e la madre che lo volesseno dinanzi al re 
loro menare. Il che finalmente impetrò, ben che non 



— 117 — 

senza faticha. Conducto adunque el bon mercadante a 
regia maestà lo adoptivo filiolo, doppo le debite reve- 
rentie dal giovene facte, cum uno alegro aspecto li prese 
a dire: « sacra maestà, alegratì et fa festa che prò- 
metendomi de observare quanto bay facto bandire, in 
breve spatio da T infortunio tuo sarai liberato » . El re 
promise et iurò inviolabilmente observarli quanto havea 
bandito. Agiunse dunque el giovene: < Descende meco 
in piaza ove presenti sopradicti tre corvi se ratrovano » . 
Et cusf fu facto. Né cusi presto aparve el re in piaza 
che da li tre corvi fu asaltato. Albora disse el giovene: 
« Sappi, maximo re, che li presenti corvi in maxima 
diferentia sono fra loro, et per il tuo parere et sententia 
da te sono venuti. Quello corvo che in vedi più vechio 
che li altri, per sua compagnia e molier havea quello 
altro che è de mancho età, la quale è femina : fu ca- 
siata questa al tempo d' una carestia dal corvo vechio, et 
lei partisse e dal terzo corvo più giovene de tutj fure- 
ceuta. Hora, tornato la abondantia, il vechio corvo do- 
manda la descatiata moliere; ma il giovene per modo 
alcuno non vole aconsentire, inferendo che una volta Tè 
da sé liberata, et lui havendola nutrita al tempo de la 
carestia, parimente li pare de fruirla al tempo de la in- 
stante habundantia ; et d' acordo per tal controversia sono 
recorsi da te. Tu adonque indica et poni termino a tal 
lor descordia et vederai che non sf presto la tua sen- 
tentia barai promulgata che da te si despartiranno ». 
El re cusi informato del caso dete per sententia et in- 
dicò che la corva rimanesse cum el giovene; et non più 
che cusi decto si dispartirno li tre corvi, né mai più ri- 
tornorno a darli molestia al re. Grande festa de questo 
fece tutto el populo, ma molto più el re. Per la qual 
cosa publicamente spoliossi le vestimenta sua regale et 
ne revesti el sapiente giovene et la sua filiola in sposa 



— 118 — 

et la mìtà del reame in dccta li dete, come per iura- 
raento havea promesso. Fece chiamare a sé el prea- 
sumplo giovene el suo padre adoptivo et constituilo gu- 
bernatore de tutto el suo bavere. Et sf effabile e mo- 
rigerato si portava verso di tutti governando et admini- 
strando cum ogni sapientia et iustitia, onde advene che 
suo misero re mori et il giovene universalmente fu electo 
in signore e re. Né doppo molto accadete una grande 
carestia ne la terra et patria del giovene ; per la qual 
cosa fu constrecto el padre e la madre sua carnale par- 
tirse de' loro paesi e ne le terre de questo loro filiolo 
re peregrinare, per esser quella fertile e abundante de 
ogni ragione de biave. Et cavalcando uno giorno el re 
per la terra si racontrò ne li soi predicti parenti et su- 
bito li cognobe. Mandò soi donzelli a inquìrere et cer- 
care dove li predicti alogiassino et, del tutto chiarificato, 
la matina seguente el re cum grande cometiva di persone 
pervene a V hostaria et albergo dove li prefati parenti 
dormivano; li quali facti chiamare a sé et quelli ingeno- 
chiandose in terra non cognoscendo quello essere suo 
filiolo, dixe a quelli: < Questa matina sono venuto per 
disenar cum vuj in compagnia » ; et fece subito a T hosto 
meter in puncto uno bello convito. Ma tutto questo non 
era senza grande admiratione de li parenti soi et de 
tutti li altri astanti cortesani. Essendo adunque in ordine 
el convito, comandò el re esser aportata Taqua a le 
mane; per il che corse el padre e prese el bacino e 
Taqua e la madre la tovaliola, e genuflexi dinanzi a 
quello, fu loro probibito tal exercitio dal filiolo e a li 
soi scuderi fu comandato. Dovendose poi poner a mensa 
comandò che M padre fusse messo in capo de tavola e 
la madre dal lato dextro e lui a riscontro e li altri se- 
cundo lor condictione e stati. Lasso considerare a chi 
ha parte alcuna de discretione, quale fussi lo animo e 



— 119 — 

mente de li predicti parenti. Fu abondantissimamente 
celebrato el convito, e mentre che cusi mangiaveno fumo 
da lo filiolo adomandati de lor stato e conditione e se 
fliioli haveveno al mundo vìvi ; et a tutto fu resposto 
secundo la verità, excepto che 'I padre piangendo disse: 
€ Uno filiolo havevamo, el quale pericolò in mare et ne- 
gosse ». A queste parole agiunse el filiolo: e Guardati 
se ninno de voi me riconosci ». El padre considerando 
le effigie di quello indicava esser el suo fiolo, e per 
tanto resposeno che non lo conosceveno. Alhora disse 
el re : « Se tu reducessi a la memoria quello che 1 tuo 
filiolo ti disse in nave exponendoti el parlslìre de li for- 
mosi ucelli, facilmente me poteresti conoscere. Io sono 
el tuo filiolo el qual tu, padre mio, getasti in mare; né 
considerasti che a quello che una volta è ordinato de 
sopra, al fin convien eh' el sia; e perhò considera e 
vedi che de cosa alcuna non ti ho mentito, si come per 
me ti fu pronuntiato ». Già si era ingenochiato in terra 
con la coregia al collo el padre, e la madre simelmente 
prostrata a' piedi del filiolo , quando quello subgiunse & 
disse : « Confidative et non habiate paura » . E benigna- 
mente levandoli in piedi, cum lachrime de alegreza li a- 
brazò e basiò dicendo: e Io t* ho perdonato, genitore 
mio carissimo, et volio che tu come padre sia segnore 
et magiore de tuto el mio bavere e teritorio ». Et cum 
festa e alegreza de tuto el populo li condussi ad habitar 
nel regal palazo. 

Questo exemplo da me Ve stato raconto acciò che 
per quello conprhenda che li bomini de virtù predicti & 
in tutte le scientie bene amaestrati cognosceno e vedono 
le cose future come presente et mediante quelle procu- 
reno a le adversità che potesseno lor occorere, et se a 
felicità alcuna si opponissi di qualche disturbo, loro come 
savij e cum la prudentia e sapientia loro edvitano ogni 



— 120 — 

adversa fortuna. La qual cosa quanto sia vera altro e- 
xempio non fa mistero de indncere se non el prelegato 
et anchora me niedesimo ; imperhò che havendo tu in 
matrimonio conducta una formosa et legiadra femina 
bella del corpo , ma de V anima fetida e puzolente , 
per molte vie e modi se sforciava di reducermi in 
amore al suo volere , bora cum presenti, bora cum 
litere, ora cum ambasciate , le quale ben cbe da me 
non fussino si subito cognosciute, non dimeno el fine 
me ha denotato apertamente quale fussìne li soi prin- 
cipi]; imperhò che tu, genitore mio inclitissimo, forse 
non suspicando in lei malitia alcuna de peccato, mosso 
a' soi pregieri , comandasti et ordinasti a li mei pre- 
ceptori che quelli a Roma me dovessino condurre. Ma 
io, come quello cbe desiderato [ho] exercitar quello cbe da 
me non senza gran faticba era conseguito , calculai e 
vidi per virtù astronomica che questa mia venuta dovea 
esser cagione de mia morte vituperabile, per una [pre- 
potente persona che si poneva a la destructione mia. 
La qual cosa poi che li miei sapientissimi preceptori he- 
beno simelraente calculati e visti, per tal caso de mala- 
voglia steteno, dubitando da una parte non dispiacerti 
non mi menando a Roma, da T altra parte sospectavano, 
conducendomi dinanci a la tua sacra maestà, del mio vi- 
tuperabil fine. Né partito sapendo sopra de questo pi- 
liare, dixi a quelli che, secundo mi demostravano le op- 
posite stelle, se tale infortunio volevo scampare, mi era 
necessario septe integri giorni stare senza parlare, ha- 
vendo non dimeno chi per septe di de morte violente 
me defendisse. A questo fu concluso da li mei honora- 
bili preceptori cbe loro per septe fatali giorni mi scam- 
parebeno, et io me proposi de stare in silentio el pre- 
dicto numero, sculpendo nel core mio quello savio dicto : 
In silentio et in speranza sarà la tua forleza. Et ecco cbe 



— 121 — 

ogi è l'octavo giorno come ogni adversa fortuna dinanzi 
al suo conspecto me ho facto presentare (i). Et perhò 
sapia , inclito mio genitore , che da me non fu mai 
perpetrato tanto scelo e diro peccato in haver vo- 
luto sforzare la mia crudel matrigna; ma per contrario 
modo non volendo aquiescere a le sue lascivie e nefande 
pregiere, per tal modo da lei sono stato incolpato et 
persequitato. Et per che più olirà non mi pare de pro- 
sequire se prima tu non [hai] facto meter le man a- 
dosso a questa nefanda e mostruosa bestia et in oculto 
e tetro carcere factola recludere ; imperhò che non du- 
bito che de li astanti alcuni saranno che de ogni mio 
parlare gè ne daranno haviso, et lei dubitando del suo 
miserabii fine, ascosamente se torà dal partito. Et per 
tanto comando esserti a la presentia qui subito menata 
et da poi, reclusa sotto buona custodia, più chiaramente del 
tutto da me sarai certificato j>. Mossono gran stupore a 
r imperatore et a li astanti le parole del venerando Erasto; 
et parendo quasi a tutti più che vero, non aspectando 
a pena V imperiai precepto, corseno a le camere regie 
et finalmente retrovata Arphrodisia in volto turbolenta e 
spaventata, la condussino dinanzi a la imperiai maestà. 
La qual mossa da la vergogna o timore, fixi li ochij a 
terra, né 'I sposo, né '1 filiastro, né parenti, né amici se 
atentava di guardare. Fu comandato adunque da V impe- 
ratore a Erasto suo filiolo che disponesse di quella al 
suo beneplacito; el quale proseguendo, tale comanda- 
mento inpose: che in obscura carcere fussi reclusa e 
da lei tolto ogni adminiculo da potersi offendere. Per il 
che discinta et ogni altra cosa da occidersi toltali, fu se- 
rata et custodita sotto la cura de vigilanti custodi , sotto 
potestà che homo né donna non li parlasse. 

(1) Il senso? 



— 122 — 



Come concoreno li parenti et il populo romano, intesa la 
eaptura de Arphrodma; e come Bratto promulga 
la sententi a contro de lei. 

Cap. 22. 

Vola la fama per la cita et tutti li amici e parenti 
de Arphrodisia al palazo se aduneno , a T audientia 
del sacro imperio se rapresentano. Nel qual conspecto 
sobgionse Erasto in questa forma: a Inclitissimo impe- 
ratore et caro mio dileclo padre et vui nobili patritij et 
astanti populi mei fedeli , lo ocorso caso da tatti non 
dubito esser stato inteso, ma per che inlicito me pare 
che mai alcuna persona per sola parola de (1) singularmente 
amato. El qual ben che non fussi molto discosto, venuto 
e ingenochiatose denanzi da r imperatore, li fu coman- 
dato manifestasi tutto quello che per nome de Arphro- 
disia havea exequito. La qual cosa publicamente narò et 
de tuto fu facto processo. Li phylosophi deposeno el lor 
dicto, et r imperatore acumulato tutto insieme et aplican- 
dolo a lo insogno et [a] quanto per più volte li era stato 
narato de la incestuosa et adultera muliere, cognobe a- 
pertamente tutto esser vero quanto per Erasto e per li phy- 
losophi e per li altri teslimonij era stato aducto. Onde 
impose a Erasto che de la falsa matregna ne disponesse 
al suo beneplacito. Li parenti et amici et altri astanti, in- 
teso el tutto, demostroseno nel parlare molti crudeli contro 

(1) Qui è impossibile irovare il senso nel testo; X amanuense ha 
saltato alcune righe. Erasto doveva dire: Non dovete credere a me 
che amate singolarmente, ma alle testimonianze; e fa chiamare il servo 
che per Afrodisia gli aveva portato lettere e doni. 



— 123 — 

de Arplirodisia, domandando perdonanza a Erasto e a lo 
imperatore, conciò fusse cosa per loro non esser raan- 
chalo che del filiolo non fusse stato privo, iniiingendo 
et pregando dover esser conlenti che per le loro proprie 
mane vendecla se exequisse. Passi per Roma ingenti ju- 
bilo e alegreza de la acquistata Victoria di Erasto, et per 
che ogni principio è necessario che habia qualche fine, 
per tanto Erasto promulgata la sententia e disse: € Co- 
mandiamo e sententiamo che la subsequente matina Ar- 
phrodisia incestuosa e adultera in exemplo de ciascuno 
altro mortale viva nel focho sia consumpta >. Notificata ad 
Arphrodisia la sententia de lei data, subito opressa de 
grande dolore, gitando uno crido cade in terra tramor- 
tita, et finalmente ritornata, qual fusse la vita sua ne la 
sequente nocte, per relatione de li custodi sia narato. 
Ma ritorniamo a V imperatore e ad Erasto e a tutta 
la corte, la qual per esser già la bora del disenare ve- 
nuta, se apparechiano tultj a celebrar uno digno con- 
vito, non mancho che se renato fìissi in quella matina 
Erasto. Nel populo veramente tanta letitia e gaudio re- 
dundava, che per tutto quello giorno non si cessò de far 
balli feste soni e canti, et se prima cum grande dolore 
se aspectava la morte di Erasto, al presente con grande 
desiderio se expectava el fine de Arphrodisia. 



Come Arphrodisia, da novi accidenti opressa, 
pili volte tramortisse, et revenuta, e li lamenti che lei fa. 

Cap. 23. 

Esendo stata messa Arphrodisia, si come habìamo 
decto, in presone et a quella tolto ogni modo di potersi 
ofi'endere et notificatoli la sententia, et quella già per 



— 124 — 

spatio de due hore stata tramortita, retornata finalmente 
a li proprij sensi, per tal modo si pronipe a piangere e 
a ba tersi la facia e le bionde crine straciarsi, che qua- 
lunque r ascoltava o vedeva pochi ereno che a pietà non 
si movesseno, ben che 'I delieto per lei perpetrato li 
facea mancho verso de sé li amici piatosi. Et poi che 
per grande spatio de tempo questo modo hebe tenuto, 
de novo fixe li ochij a terra tramortita; né havendo 
per altro tanto spatio senso alcuno, fu dubitato da 
le guardie che la misera anima dal corpo fussi dispar- 
tita. Per il che tanto perplexi se notificar lo doveano o no 
a r imperatore o veramente a Erasto, ecco subito uno 
suspiro e uno crido apresso, per tal forma che fece 
quasi stremir tutte le guardie ; e cusi retornata al pri- 
stino esser , doppo multi suspiri e lamenti in questa 
forma cum grandi singiulti e lacrime incomentiò a dire: 
« sfortunata e misera Arphrodisia, qual più de te fu 
donna may al mundo misera e infelice? Ben fu in pes- 
simo ascendente la tua natività! Tutti li parenti in alieno 
domicili] depresi et male irradiati se retrovorno ; ben poi 
de la fortuna e de la natura dolerti e lamentarti poi 
che in si infelice puncto in luce te produxeno ! ; et se ben 
per lor colpa a questo extremo sono reducta, io sola 
perhò per loro ne portarò la pena. Hor chi è quello che 
nato zoppo o atracto possi caminare o andar dricto? Hor 
chi è quello che nato orbo, mutto, sordo possi per suo 
arbitrio vedere, parlare o udire? Hor chi è quello che 
nato sotto diversi influxi possi, come voliano alcuni, col 
proprio libero arbitrio declinare da quelli? Et che libero 
arbitrio può esser in nuj che semo da loro e non da 
nui plasmati? lo naqui per amare, e per amare perire? 
iniqua legie del Cielo, poi che per amare debo morire ! 
sexo fragile, caduco e frivole, quanta più gloria sarebe 
a te lo esser uno de* minimi vermicelli mansueto, che 



— 125 — 

la più gloriosa sustantia creata femina! Ah per che, cieli, 
a qualche pietà per me non vi moveti? vostra blasma sodo ; 
da vuj li spiriti vitali in questo misero e sfortunato corpo 
fumo introclnsi; per vui amene de questa carne tenebrosa 
e obscura (1) ; comandate che dipartiti a vui si rapresentano, 
in altro loco vagabundo vadano, pur che da tale in- 
fortunio corpo si dividano. Ahymé non voliate permetere 
in publico ludibrio siano spenti!; perche a me sola uno 
de' vostri minimi aiuti denegate? Vui pur donasti co- 
modo ad Hereo inamorato che da l'alta torre se gitasse; 
vui pur a Philide V infelice capestro aparechiasti, a Bi- 
done lo ampio rogo e'I coltello concedesti, a Progne e 
Philomena la vostra potentia in transformale fu demo- 
strata, a Cleopatra li venenati anguj producesti. Da me 
sola ogni vostra pietà subtrahele. Non udì may dire che 
a li humili pregi li Dei non se inclinasseno. Quale ma- 
chia è quella che sia si grande che cum lachrime e do- 
lore non si possa in parte levare e mitigare? Voi tu, 
fortuna, esser in me sola si seva e crudele ? Ah por- 
gime un poco del tuo aiuto! Non domando che mi con- 
ceda vita, ma che mi dia modo da torla da me. Dbe 
non voler né conportar che questo tuo da te persegui- 
tato corpo in publico spectaculo sia consumpto ! Se non 
mi socori maledirò quanti Dei è nel cielo asisteno ; forse 
che per tal sacrilegio sarò deglutita ne la cavernosa terra. 
Datan e Ahiron, per che più di me gratia dal cielo 
obtenesti? lo sola sopra tutte le altre creature sono in- 
felicissima. seva, per che a me è facta piatosa che non 
tronchi el male per me facto filo? furie infernale, 
quale de vui si demostrarà più piatosa che li obstinatt 
superiori? Quanto più verso de me vi descoprite crudeli, 
tanto più vi comendarò de pietà, lo chiamo pur et ninno 

(1) Per me in questo periodo manca qualche parola, e del resto 
tutto il passo è oscuro. 



— 126 — 

responde; per me sola è sarate le porte del Cielo e de 
lo abisso. corpo mio maledecto e male predestinato, 
anima infelice, per che presto l'uno da l'altro non vi a- 
lontanati? anima, che già due volte a pietà ti movisti, 
qoal crudele destino in me V ha retornata? Non co- 
gnoscbi che io son priva de ogni socorso? Tu sola si 
bay potentia et poi contentarmi; separati da questo mio 
misero corpo et in altro men infelice te colega; almeno 
se fion voi per te sola questo fare, demostrami, inse- 
gnami modo e via cbe te e me contentare possi. 
caro, si caro ad altri, a me facto inimico, quante volte più 
per amore ti demostrasti strugere ! Hora per cbe in tanta 
angonia posto, non crepi e schioppi ?» E cusf dicendo e 
la man mitendo al core si distese tramortita in terra. 

Come ArphrodisiUy doppo grande lamento, 
se amazò cum una aguchia. 

Cap. 24. 

Jace in terra Arpbrodisia e ne lo imperiai palazo par 
esser Pbebo a lo occidente giuncto. Se incomentiano appa- 
rechiare le mense; non se babandona la incomentiata ale- 
greza. Solo Arpbrodisia, vagabunda da sensi, in tetro car- 
cere demora; tramonta el sole e la factal nocte ad Ar- 
pbrodisia s' è apropinquata. Remangeno le guardie a la 
pregione, né cbi de la carcerata se ricorda non si trova. 
Convivano li altri e lei sola de amaritudine è piena. Ma, 
non più che passate le due bore de nocte, retornomo 
ad Arpbrodisia li smariti sensi e rememorando el suo futuro 
damno, de novo aperta la fonte de le lacbrime et de li 
soliti suspiri cum grande emissione de voce se proruppe 
a dire: « Non sei anchora de me satia, maledecta for- 
tuna? Come può esser questo che la tua natura per mi 



— 127 — 

habi mutata ? Ciascun altro ti chiama volubile e instabile ; 
io sola costrecta sodo veridicameute a dire e appelarti 
troppo severa e stabile. Tu dal di che io misera fui 
concepta mi tolesti a perseguitarme, né mai fina a que- 
sta bora hai cessato. Chi t' ha mosso a revocarme in 
vita al presente, stata già tante bore alienata de' mei 
sensi? Non ti bastava havermi reducta nel stato misero 
nel quale io sono? Ahymé, anima, come bay potuta re- 
tornare, in sf infortunato corpo? Può esser che una per- 
sona men de me sfortunata non si trovi con la quale 
ti dovessi per mancho mio male compagnare? fiolo 
de Citarea (1), come mai non ti moveno hor may le mie in- 
gente lachrime, li accesi et fulti suspiri, le mie lamen- 
levol voce? Io sono pur una del numero de' toi servi! 
Se deità regna alcuna in te, cognosci che la tua potentia 
a questo extremo m' ha conducta, prhende una de le tue 
pharetrate sagite et questo mio core, che col tuo focho 
già infìamasti, ferisse et speza; non aspectar, ti prego, 
che in tanto ludibrio e spectaculo vada. Venere madre 
e dea di amore, per che non t' inclini al mio scampo? 
Scampo chiamo subita e instante morte. Tu pur co- 
gnosci che io porto del tuo nome insegna ; altro voi dire 
Arphrodisia in greco se non venerea in latino? Come 
puoi adunque denegarmi el tuo aiuto? Debio esser sola 
priva del tuo nume e favore, se comporti che in tanto 
spectaculo pera. Chi sarà quello che da la tua corte non 
si disparta? Non fa mistero narare quanti altri tu habi 
sobvenuti: chi con veneno; chi comanda de alto precipi- 
tarsi; chi coltello e chi cum spada e focho , et chi cum 
altri diversi efifecti, secundo che a te è paruto e pia- 
ciuto. Po' tu adunque come sola denegare uno de li toi 
favori? » E queste e molte altre simile parole dicendo, 

(1) Citarta. 



— 128 — 

deliberata cum le proprie mane straciarsi el pedo per 
fino che al penetrai core agiongesse, et già prese le ve- 
stimenta e quelle incomentiando a stradare, ecco per 
sorte li vene messe le mane sopra a una agucbia pome- 
rola, e secundo el modo tuscho, uno spileto, el quale 
era oltra modo lungo et cum el quale era consueta con- 
tessere reticelle per suo deporto e spasso. « Questo, 
cusi disse, ben volìo conoscere, Arphrodisia, quanto habi 
potuto in te el dolore, havendo indarno tanti lamenti 
sparti; cognossi troppo male de fortuna esserti doluta 
e de qualunque altra deità celeste e infernale. Quale 
cosa più acomodata de questa a la mia fine trovar po- 
tea ? Questa è T aguchia cum la quale texete le reticelle 
male per me già mandate ad Erasto. Onde se con esse 
le rete de mia morte cagione texete, e contrario modo 
in piccolo spatio di tempo le desolverà. Non esser a- 
dunque, o man mia, timida a penetrare con essa ne lo 
angoscioso core ; melio t' è per te medesima privar de 
senso, che con tanto vituperio in angusto focho viva es- 
ser spencta, e tu o cor tuo , mal predestinato e nato , 
aspecta el fine de ogni tuo tormento. Tu anima infelice, 
apparechiate andare errando per li obscuri lochi, per fin 
che forse a piata si moverà qualchuno che darà a questo 
tuo inhabitato corpo sepoltura. Che più dimori in tanta 
angonia? Ecco che denudato èM pecto: spaciati e sotto 
la sinistra mamella pone la poncta; non penetrare, a- 
specta anchora un pocho, lassami prima el crudel Erasto 
nel mio fine chiamare d. E con oribel cride vocato E- 
rasto e con la dieta man passando el core, non si presto 
fini la ultima litera de Erasto, che exanimata in terra 
iaque. A questo stridore corseno le guardie e vedendola 
in terra destesa iudicorno simile accidente esser avenuto 
che per avanti li era incontrato; non di meno de comune 
Consilio, mandorno el tutto a notificare al loro signore 
Erasto. 



— 129 — 



Come, ritrovata morta Arphrodisia, 
a pregiere de F imperatore, li concesse in fine sepultura. 

Cap. 25. 

Camina el nuntio al regal palazo e retrovato ìd 
grande festa e giochi tatta la corte, non li parve locbo 
né tempo a desturbare tanto piacere, et preso partito, al 
suo oflitio fece ritorno. Passa finalmente la nocte, e la 
matina per tempo se apparecchiano li ministri de la in- 
stitia, et ne la più ampia piaza uno ingentissimo focho e 
machina de legno se ordina et acumula ; et venuta la hora 
data, tutta Roma, picoli et homini, grandi et donne, già 
a tal spectaculo adunati, vanno a la pregione ; aprono, en- 
trano dentro e ninno responde; trovano Arphrodisia di- 
stesa che nel sembianto suo parea che dormisse; pren- 
donla per la mano per descedarla, e li membri da* vitali 
spiriti habandonati cognoscono; stupiscono. Alcunj, pa- 
rendo a loro impossibile che per affanno fusse perita, 
fanno molti experimenti, troveno fermamente quella es- 
ser morta. Denuntiano a Erasto. Torbassene quello et 
da incuria de le guardie et de' ministri advenato questo 
esser existima; per la qual cosa comanda a' medici et 
a li soi phyosophi e maestri che vadeno e perscutano 
diligentemente la causa e fine de tale accidente. Vanno 
li preasumpti phylosophi e li medici, e tracto a luce el 
spencto corpo, investigano cum accurato ochio ; et veduto 
el denudato pecto, in quello mirano et sotto la mamella 
dal sinistro lato apare alcuna machia de cruore ; tochano 
e sentano el pomerolo de la aguchia, et tracto quello 
fora, cognobeno apertamente el caso advenuto, e tanto 
più quanto per le guardie e' precidenti accidenti e pa- 

ERASTO 9 



'•-'* 



— 130 — 

role erano narale. Referito el lutto ad Erasto vanno in- 
sieme da lo imperatore et il sucesso acertano. Non po- 
tete r imperatore contenersi che alquanto non se intene- 
risse: per il che obtennfo in dono lo exanimato corpo, 
quello non dimeno in infima sepoltura recluse cum l'in- 
frascripti versi : 

tu che miri questo fragii saxo, 
Qui de Arphrodisia el corpo se reclude 
Che per incesto è de honor privo e casso. 

El spirto che mie man veloce et crude 
Spinse el ferirme nel sinistro lato. 
Ne le profunde el zenose palude 

Vive cum morte, e morir li è negato. 

Né doppo molto spacio de tempo Io imperatore passò 
de questa vita ; al qual sucesse Erasto. Ma per che ne 
lo asumpto imperio mutò nome e vita, per tanto non 
deturpandolo nel preasumpto compendio, tacendo hor maj 
de lui, faremo qui el nostro fine. 

AMEN. 

Incomentiaj a scriver questo a dj .26. de octóbre 
.1517. et Vò finito de scriver el dj de sancto Martino, a 
meza hora de nocte del .1517. de novetnbrio in Brexa. 

Fr. Hieronymus Broylus scripsit 
raptissime. 



— 131 — 



^ 



SONETO AD LECTORExM 



Quel che, leclor, tu leggi iu queste carthe, 
laude o dishonor, o fiilso o vero, 
Non è già scripto qui per vitupero; 
Che ciò è palese iu più de mille parte. 

Ma sol per nostra industria, inzegno et arte, 
Per recrear la mente e il gran pensiero 
Di questa mortai vita. Et cossi spero 
Ogni ocio, ogni passion, habbia a lassarte. 

Perhò qui varie istorie insieme unite 
Tu vedi : in biasmo, in laude, in versi e prosa, 
Per fugir ocio, tedio e ogni altra lite. 

El cor distingue ogni secreta cosa 
Qual Dio sol vede, et tute nostre vite. 
Et come è il merto, al Gn di là si posa. 

Hor cum fronte gioiosa 
Leggi pur quel che trovi, acciò che attendi 
Dal mal guardarti e nel ben far te accendj. 



NOVELLA 



DELLA MOGLIE DEL VISCONTE 



(DAL COD. PADOVANO MISC. 255, I). 



Me debbo la ti-nscrizione diplomatic^i alla cortesia del 
dott Pier Liberale Kambaldi dì Padova; il quale ringrazio. 



LO SAVIO PESEM 

Comenzia la sua Dovela e dise : < Miser el fo una 
flata in Pugnia uno vìscbonte, lo quale si era zovene et 
era molto belo et avea una sua moier la qual iera molto 
belisima femina ; per la qual cosa questo vischonte cbon 
questa sua molier se portava tanto amore a insieme, che 
tuta fiata che ly era in chasa, eli non stava se non abra- 
ziati r uno chon 1' altro raxionandose et strenziandose 
per fino amor. Or si vene uno zorno che lo vischonte 
si stava in chaxia e tiegniva in man uno chortelo pezolo 
e una mazoleta et con el cortelo andava taliando per 
chaxa; e la dona era fuora de chasia e quando la fu zonta 
[in] curte lo marito tosto li chorse sopra e comenza a zugar 
con elo, e lo vischonte con eia; onde che con el cbor- 
telin, eh' elo aveva in man, taglia uno puocho el dedo a la 
dona, si gè vene in sy sangue. E quando lo visconte si 
ne fo achorto de quel sangue, lo molto tristo, sf che el 
non volse mai manzar né bevere e dese tanta melan- 
conja che V altro zorno el se ne mori. Per la qual cosa 
i parentj de questo vischonte el feze sepelir onorevole 
mente in quella sepoltura che sepelitj era ly altrj suo' 
parentj, la qual era da lonzy da la zita ben doa miglia. 
E sua moier andà chon lui fina a la sepoltura con gran 
pianty et lamenlj et voze e molte done sf la compagnia. 
E quando al fo soterato, sua moier dise: « Signiorj e 
done, jo ve referischo laude e grazia de V onor che vui 
avete fato a mio marito; andevene luty con Dio che jo 
non me parterò maj de qua fina a tanto che jo non mo- 
rerò ; in però eh' el nijo marito è morto per mj e jo vo- 
glio morer per luj ». E quando ly suo' parenti aldf dir 
cusy, si ne de* gran meraveia e dise: « Dolze madona ^ 



t»k 



— 136 — 

vuj dite gran male, che questo fato non ly zoverà niente 
a vostro marito; vuj se' frescha dona e poré tuor uno 
altro marito, e poré ancora aver fiolj e sy porete anchora 
aver del ben asaj ». Dise la dona: < Mio marito me volse 
tanto ben, ch'el non daveva(l) puj al mondo; e jo si ly 
volse ben siando vivo e sf Ij voio siando morto e maj 
non me partirò de qua a la mia vita ». E vedendo ly 
suo' parenti eh' eia ne voleva pur stare, de presente fese 
fare uno pocho de chaseta eh' eia podese star choverta 
e serata si che le bestie salvadege non ly podese nuo- 
xer né far mal et delj pan et vino e legnie quante li 
feze luogo ; e tuty se parti : eia remase. E quando eia 
fo stata cusy tre zornj, in la zita fo zudegà tre laroni 
ch'i fose pichaty per la ehola. E le forche fo fate fuora 
de la zita, forsy el quarto d' uno meglio lonzi da questa 
dona ; e quando ly laroni fo irapichati, el romase uno cha- 
valier a la guardia de le forche , per caxon che l' era 
tal nxanzia, che quando el se apichava alguno laron el 
se zitava per tesere fra i chavalierj e quel che la to- 
chava doveva star a guardar Ij apichaty tulo quel zorno e 
la note; e se lo apichato ly fose tolto, el ehavalier do- 
veva esere messo in suo luogo. Ora avene che el eha- 
valier, che era ramaso a vardare ly apichati, s' era ben 
armato, e stete tuto lo zorno; e quando vene la sera 
nel chontorno del primo sono, el se feze sy grande el 
fredo che 'l ehavalier non podeva star ne' so' fari; e 
comenziò a vardar a torno e vete luze de fuogo ly ove 
stava questa dona, per che eia se aveva fato bon fuogo 
e schaldavase. El ehavalier se n' andà in quela parte e 
andà a la porta: euarda per le sfendadure de la porta 
e vete la dona star apreso el fuogo , e parseli molto 
bela e raesise a bater. E quando la dona aldi bater el 
ave gran paura e disse: « Chi bate? » El cavalier 

(1) Forse il d di doveva è pleonasmo eufonico; daveva = aveva. 



— 137 — 

dise: < Dolze Madona, avrime che jo son ano chavalier 
lo qual son stato a vardar questi tre laroni che è api- 
chaty su le forche ; io ò si gran fredo eh' io non poso 
sofrir; priegove ch'el ve vegnia piatate de mj >. E tanto 
prega la dona ; e per ch'eia era dolze del chuor, eia averse 
el chavalier. E asentase intra[ra]bi do apreso del fuogo e 
chomenzò a rasonar insenbre T uno con T altro, sf che 
el chavalier fo tuto reschaldado; e dise: « Do[lze] madona, 
^he fb vuj, sola qua in questo luogo? » Dise la dona: 
« Mio marito me amava tanto che elo s' è lasà morir per 
mi; e jo sf me voglio lasar sopra la sua sepoltura morir 
per luj >. Dise el chavalier: « Madona, vuj fate gran 
pecato, perché el non zoverà niente a vostro marito 
questo fato , et a vuj ve nuoxe tropo imperò che 
vuj sete molto bella e frescha e pose aver marito 
ancora con el quale vuj pose aver de gran ben ». 
E chusy stete questo chavalier a raxonar una grande ora 
con questa dona; e poy dise: « Madona, jo voglio andare 
a tegner a mente de questi apichatj »: Disse la donna: 
€ Andate con Dio et tornate quando serete afredato ». 
Et chusy monta a chavalo el chavalier et andà verso le 
forche; e vardà et vite che li era sta tolto zoso uno de 
gly apichaty da le forche, che i suo' parenty l'aveva de- 
spigato e portato via, e lo chavalier fo molto smarito e 
molto gramo de questo fato; e tosto andà zercando se '1 
trovava chi l' avesse tolto ; e non potè trovar niente ; 
onde eh' el torna da la dona per domandar conseio. E 
quando la dona el sentf a vegnir si fo a la porta et a- 
versili; e chome lo chavalier fo dentro sf dise: « Io ò 
fato mal , eh' io son per esere morto per chaxon eh' el 
m' è sta tolto uno de li laroni ; e se io no '1 trovo jo sf 
serò meso in suo pe' » . Dise la dona : « Non abiate pen- 
sier de questo, che io sf ve ne aiderò ben > ; e quando lo 
chavalier 1' aldf cusf parlare sf se chonfortà e dise: « Ma- 



— 138 — 

dona, chome me aidarevi vuj ? » Dise la dona : « Vui fare 
chusy: mio marito fo meso pnr l'altro df in questa se- 
poltura; vuj s*el trarete fuora e porterelo a le forche». 
E tanto se fadiga intrambi do, che elj el trase fuora de la 
sepultura el avelo apichato. a Hora, dise la dona, vui 
sete fuora de pericholo ». Dise el cavalieri « Zerto, ma- 
dona, non son, che el laro che fo tolto zoxo de le forche 
si aveva uno segnio sul vixo, sy che el sera chogniosuto 
che el non sera deso ». Dise la dona: « Tolé la tostra 
spada e farcii uno segnio sul vixo, si che nien[te] per 
questo porte pericholo ». Dise el chavalier: « Madona, 
tolé la spada vuj e felj el segnio ». E la dona tolse e 
monta su le forche e ferf el marito et fezeli uno segnio 
suso el fronte et dise: « Hora vuj sete schapolato ». 
Dise el cavalier: « Zerto non son anchora, imperò che 
r altro eh' è sta portado via si aveva do denti meno e 
per quello el sera cogniosuto ». Dise la dona: « Nien[te] 
per questo seralo cogniosuto »; e tolse una piera e delj 
tanto per Ij denti- che eia ly trase do denti de bocha e 
dise al cavalier: « Miser, vote vuj ch'io fazia altro? » 
El chavaliero dise: « Zerto, madona, jo cognioscho che 
vuj sete degnia de morire et de arder a le negre spine 
per chaxon che vuj se' la mazor putana de questo mondo, 
che pur 1' altr' ierj vuj sotorasti vostro marito che mori 
per vuj, si avete soferto a farli tanto mal ». Per la qual 
cosa la dona fo tuta presa de vergognia e de melinconja. 

Or podé vuj veder , signior mio , che merito ave 
questo vischonte de la morte eh' el tolse per sua moier; 
et chusy intravignierà a tuty queglj che crederà a sua 
moier; et a vuj intravignierà el similiante, che zerto 
quando vuj averele fato morir vostro fio e nnj per el dir de 
vostra moier, vuj ne saré gramo et dolente fin a la morte; 
e fate sf come ve piaze. 



^ 



OPERA NUOVA 

BELLISSIMA DA INTENDERE 

Di una donna chiamata Angeletta, lamentandosi di non 
trovare amante che la volesse amare. In fine si maritò, 
et impiccò lo marito con le sue proprie mani; dopo 
morto gli tagliò la faccia per contentare il nuovo 
amante. 

(Una vignetta rappresenta una forca ; un uomo con gli occhi bendati 
viene avanti la scala accontpagnato da tre uomini, dei quali Tuno regge, o 
sembra, un crocelisso, gli altri due lianno la lancia; segue un altro soldato 
a cavallo). 

POSTA IN LUCE 



PKR 



GIOSEPPE LANZILLOTTO 

Stwmpata Tonno 1621 



Debbo la conoscenza dì quesla novella alla cortesia del 
prof. Severino Ferrari. 

La stampa è scorreUissima. Io, volendo dare una lezione 
ragionevole, olire a pummodernare l'ortografia, son costretto a 
emendare, troncando o compiendo, anche molti versi fino a che 
il rabberciare non importi mutamenti troppo gravi. 




Amor di varie sorte si ritrova. 
Come si vede sempre chiaro effetto. 
Tristo colui che lo gusta e prova 
Quando T amor non è vero e perfetto : 
Con gran pensìer disface e si rinnova; 
La fucina di Vulcan tiene nel petto, 
lo Ange letta gustar lo vorria ; 
Sto sola in casa, et marito vorria. 

Tutto lo giorno sto avanti lo specchio 
Con bianco e rosso e fina recentata ; 
Con una bionda testa m'apparecchio 
'Na ligatura che paro una fata; 
E mai non trovo giovene, né vecchio 
Che mi guardasse quando sto affacciata, 
E r altre son amate più dell'oro: 
Io dicendo < marito », mamma, moro! 

Io veggio donne andare per le slrate 
Con li mariti, con gran conlentezza : 
Catene d'oro, et veste profumate 
Senza gratia nessuna, over bellezza ; 
Con tanta obedientia son stimate, 
E son tenute con molta grandezza: 
Vanno contente come principesse : 
Io dicendo « marito » f alma m' esce ! 

E quando vanno a spasso a li giardini, 
(Or che ci penso, da l' invidia moro) 
Per sotto gli arbuscelli e' gelsomini 
Si van pigliando li solazzi loro 
Con famosi vestiti pellegrini. 
Chi verde e bianchi e chi a color de V oro ; 
E poi se colcan sopra l' erbe fresche 
Facendo mille giuochi e mille tresche. 



— 142 — 

Mamma, Ta ch'io non mora disperata. 
Mi veggio da l'amore consumare: 
Ogn' altra vigna è bona a covernare, 
Nessun la vigna mia venne a zappare. 

La madre 

Zitto, figliuola mia, die l'ho trovato 
Uno che [te] la sa ben covernare: 
Eccolo qua, eh' [egli] è polito e netto. 
Et è un dilìgente giovinetto. 

AXGELETTA 

Per mille volte siate il ben trovato. 
Degno amator de la persona mia; 
La vigna e lo giardin vi sia donato, 
E ogn' altro ben post' ho in vostra balla. 
Giorno felice, giorno segnalato : 
Oggi gusto amor che cosa sia : 
Quando, amante, vói correre la giostra 
L'arme e la chinea per voi sta imposta. 

Amante 

Angeletta, mio chiarito Sole, 
Al vostro bel giardin vo' sollazzare : 
Cogliere gigli, fior, rose, e viole, 
De gli altri frutti ancor non vo' lassare 
La rosa conservala onde star suole. 
Anima mia, ancor spero giostrare 
De la giostra d' amor ; poi mi vedrai : 
So che nel mio servir lieta sarai. 

Angeletta 

Più non invidio quelle che lian marito. 
Né anco quelle che han l'innamorato: 



— 143 — 

È ristorato lo mio cor ferito, 

Non più d'amore il petto è impiagato; 

Ha sadisfatto amore il mìo appetito ; 

[Et] oggi gionta son a lieto stato: 

Ho pur chi puta, e chi zappa la vegna: 

Gusta de Tuva quando la vendegna. 

Amante 

Angeletta mia, male mi sento, 
E con 'na febre assai cocente e dura 
Mi viene meno il flato stracco e lento. 
Temo non moro et vado in sepultura, 
E trovasse novo amante il tuo talento, 
E quel godesse le toie membra pura. 
S' io moro pur, cor mio, dammi la fede, 
Di tua beltà nuli' altro farne erede. 

Angeletta 

Amante mio, vi fo giuramento. 
Se mai mi si levasse la fortuna, 
Servar la fede senza tradimento, 
E mai sguardare più |)ersona alcuna ; 
Anzi piangere ogn' ora e far lamento 
Con una veste adosso nera e bruna ; 
Sopra lo sasso de la sepullura 
Con pianto flniria mia vita scura. 

Amante 

Ohimè, che gionto son a V ultim passo ! 
Gionta è la morte col falcion tagliente: 
Angeletta mia, lo cor ti lasso : 
Cor mio, dopoi la morte abbime a mente. 
Quanto fo breve V amoroso spasso ! 
Non fu gran tempo lo mio amor contento. 



— 144 — 

Dei viver mio fìnisco l' Dltim' ore ; 
L' alma Del ciel, ad Aogeletta il core. 

It POETA 

Dae miglia stante de la terra, qaaoo 
Il giovinetto atterrato stia, 
A mezza notte sola per qael piano 
La bella giovinetta a pianger ^a; 
Sopra la sepoltara baltea la mano. 
< Sorgile, amante » piangendo dicfa ; 
Facea latta la notte il gran lamento 
Senza timor alcun, senza spavento. 

Seguita 

Poco distante, sopra d'an montetto, 
CI era le forche con nn nomo impiccato. 
La parte de l' impiso stea sospetto 
Che non ne Tosse l' impiso levato. 
Ogni sera un aom aveva eletto 
Guardar l' impiso molto bene armato ; 
Lo gnardian cbe guardava l' impiso 
Sentea quel pianto e stea mollo conquiso. 

Seguita 

Lo guardiano gran spavento avia : 
Stea ad or ad or per lo impiso lassare. 
Perché la voce vicin li paria. 
Che cosa Tosse non potea pensare. 
Verso la voce il guardiano già ; 
Al Ad s' incominciò a sicui'are : 
Quano fu gionto presso a una stradella, 
Trovò che piangea 'na donna bella. 



— 144 — 

IJ rjM u^ì ckL dd Afi^rekrtta ìi core. 

Il kjcta 

Doe lùi^ ftUfiU; de b U:n^, qoaDo 
Il ^tUffittKÌU} ziU:mUj sto, 
A mezza riolte sola per qoel piano 
(^ bella ^Mivinetta a piaoger già; 
S^ipra la M^poltara baUea la mano. 
<" SurgiU;, amante » piangendo dicla ; 
Facea tutta la notte il gran lamento 
Senza timor alcun, senza spavento. 

Séclita 

VoiU) distante, sopra d*un montetto, 
(a era le forche con un uomo impiccato. 
La (larte de Timpiso stea sospetto 
CAut non ne fosse Timpiso levato. 
Ogni sera un uom aveva eletto 
(juardar T impìso molto bene armato ; 
Lo guardian che guardava Timpiso 
Sentea quel pianto e stea molto conquiso. 

Seguita 

Lo guardiano gran spavento avia : 
St(M ad or ad or per lo impiso lassare, 
iNiH'Jié la voce viciri li paria. 
(Ihe cosa fosse non potea pensare. 
Vnrso la voce il guardiano già; 
Al fin s* incominciò a sicurare : 
(Juano fu gionto presso a una stradella, 
Trovò che piangea *na donna bella. 



— 145 — 

Guardiano 

Dile, madonna mia, che cosa fate? 
Come in sto loco a piangere venete? 
Perché la vostra vita consumate? 
Che animo di donna voi tenete? 

Angeletta 

Uomo da bene, non mi conturbate ; 
Pei fatti vostri voi ve ne andarete, 
Ch' io ho ragione di me lamentare : 
El ben che ho perso noi posso trovare. 

Guardiano 

Donna, non vi mostrate come un orso ; 
Si suole spesse volte col parlare 
Trovar dove non credi alcun soccorso: 
La lingua è fatta pe M cor sodisfare. 

Angeletta 

Il vo' dir, poi noi siamo a sto discorso, 
Perchè vo' mia vita consumare : 
Ho perso l'amor mio, e qua sta morto; 
Non trovo più riposo né conforto. 

Guardiano 

Donna mia bella, voi fate gran errore: 
Per questa cagion piangi si forte? 
Forsi si voi gustassi un altro amore 
A mano gionte laudari la morte? 

Angeletta 

Non cercaria farli disonore; 

Ma si pure trovasse maggior sorte, 

KRASTO in 



Ctic lo mio core potesse quietare, 
A sto loco non verrei a lacrimare. 

Guardiano 

Sopra Ali] petto mio fo giuramento 
Seguirli, vita mia, per ogni loco: 
Lasciamo tante pene e tal tormento : 
Fa che ogni pena sia riversa in gioco. 

Angeletta 

Ecco la vita mia al tuo talento: 

Fa che ammorsi lo mio ardente foco. 

Il Poeta 
Et Angeletta gionto il guardiano 
Dannosi spasso e gioco per quel piano. 

Guardiano 
Il guardiano disse: < Io voglio andare 
A donarmi a l' impiso, che ho lasciato. 
Da voi ritornerò senza tardare ; 
Aspettami, cor mio, sopra del prato ». 

Il Poeta 

Gionse dove l' impiso solea slare ; 
Trovò r impiso n' era sta' levato. 
Lo guardiano cominciò a dire: 
* Perso ho l' impiso e me convien fugire 

Angeletta 
Cominciò Angeletta a lagriniare 

Malidicendo amor, la sorte e '1 fato. 
Disse Angeletta : i Core, si vi pare, 
Qua il mio marito sta atterrato; 



— 147 — 

Dalla sepullura el potrem cavare : 
Portiamolo onde steva T impiccato ». 
Per far Angeletta il novo amor satollo 
Il marito impiccò col chiappo al collo. 

Seguita 

Ogn' un di lor stea lieto e contente, 
Poich' Angeletta il marito ha impiccato. 
Poi disse il guardiano: <i Ohimè dolente! 
Quello impiccato era in faccia tagliato i>. 
Disse Angeletta : « Non ti dar spavento » 
Sopra le forche come un can rabbiato, 
Per sodisfar magiore il suo appetito, 
Impiccò e tagliò la faccia al suo marito. 

GUAHDIANO 

Il povero guardian restò spantato 
Deir animo de si donna acerba e dura : 
Avendo il marito suo proprio impiccato, 
Cavatol con soi man da sepoltura 
Impìso il marito, e in faccie tagliato. 
Maledisse 1' amor che non ha cura : 
Tal donna la lascio di simil sorta 
Per mai vederla più viva né morta. 



Il fine. 




— 150 — 

Conte Euprosigoro, primo philosopho, cum dco- 
inodata parabola scampa per el primo dì 
Erasto. Gap. 7." p. 25 

Come Arphrodisia, cum una sua paràbola, in- 
duce V imperatore che la matina seguente 
sia morto Erasto. Gap. 8.** > 29 

Come Dimurgo, 2,^ phylosopho, cum nova para- 
bola, fa suprastare la sententia per il 2.^ dì. 
Gap. 9." > 31 

Come Arphrodisia induce de novo Vimperatore a 
comandare che la 3.^ matina sia morto E- 
rasto. Gap. 10.° > 35 

Come Termo, 5.° phglosopho^ obtiene cum sua nova 
parabola che soprastata sia la sententia con- 
tro Erasto. Gap. 11." » 38 

Come Arphrodisia, cum novo modo e cum nova 
parabola, fa revocare le sententia contra E- 
rasto. Gap. 12.^ » 44 

Co7ne Oionoscopo, 4.^ jìhylosopho, cum grande in^ 
genio e arte, fa revocare la sententia per el 
quarto dì cum una sua nova parabola. Gap. 13,° » 48 

Come r imperatore partito da Roma, Arphrodi- 
sia cum sue littere lo induce a revocar la 
sententia. Gap. 14.® » 57 

Come li phylosophi seguitano la corte, et come 
Philantropo, 5.^ phylosopho, cum nova para- 
bola fa soprastare la sententia per el quinto 
di. Gap. 15.® * 61 

Come ritornato Vimperatore a Roma trova Ar- 
phrodisia malenconiosa, et da quella ascoltata 
nova parabola, innova la sententia. Gap. 16.® p. 72 

Come Agatho, sexto phylosopho, cum la sua elio* 
quentia e nova parcd)ola, in publico Consilio 
obtiene la revocatione de la sententia data. 
Gap. 17.® » 75 

Come Arphrodisia, andata a ritrovare Vimpera- 
tore, cum sue lachrime et nova parabola, fa 



— 151 — 

impregionare li phylosophy, et revocar la sen- 

tentia. Gap. 18.° p. 89 

Come Erasto, presentendo la captura de li phy- 
losophi^ alquanto se contrista ; et per che via 
Leuco^ septimo phylosopho, scrivendo a V im- 
peratore et nova parabola proponendo, dal 
senato è prolungata la sentenza. Gap. 19.° . » 95 

Come Arphrodisia , chiamati li parenti soi , 
parla a lo imperatore et obtiene inrevocabile 
sententia contra Erasto cum nova parabola. 
Gap. 20." » 103 

Come r imperatore vede in somnio quanto è pro- 
ceduto et ancho el fine, ma non inteso da lui: 
finalmente parla Erasto Vociavo dì. Gap 21.° » HO 

Come concoreno li parenti et il populo romano , 
intesa la captura de Arphrodisia; et come Era- 
sto promulga la sententia contro de lei. Gap. 
22.° » 122 

Come Arphrodisia, da novi accidenti opressa, più 
volte tramortisse, et revenuta, e li lamenti 
che lei fa. Gap. 23.° )> 123 

Come Arphrodisia^ doppo grande lamento, se a- 

mazò cum una aguchia. Gap. 24.° .... > 126 

Come, ritrovata morta Arphrodisia, a pregiere de 
l'imperatore, li concesse in fine sepultura. 
Gap. 25.° - 129 

Soneto ad leclorem » 131 

TAVOLA DELLE NOVELLE 

Novella l.'*: Canis p. 26 

2.\- Arbor > 29 

3.\- Medicus » 32 

i.'^: Aper » 36 

5/*: Tentamina » 39 

6/": Sapientes » 45 






— 152 — 

Novella T^: Un cavaliere, per inganno della fan- 
tesca, credendo aver trovata la moglie 
in adulterio con uno servitore, vinto 
dalla passione, amendue gli uccide; 
poi chiarita Y innocenza loro, amnftazza 
la fantesca e da sé stesso per dispe- 
razione s* impicca p. 50 

* 8*: Gaza » 58 

» 9*: lucusa » 63 

10.\- Roma » 73 

» 11.": Un cittadino modenese è ucciso dalla 
moglie, la quale voleva pigliarsi un 
giovane di che era innamorata; ma 
scoperto il delitto essa è decapitata . » 79 
Novella 12/: Virgilius » 90 

> 13*: Un medico milanese, rimasto privo d'un 

llgliolo unico per non gli aver la ma- 
dre lasciato dare una cipolla che dal 
fanciullo nel male era per istinto di 
natura addimandata e dai medici per- 
messa ; veduto dopo a caso per prova 
che quella l'avrebbe salvato, vinto 
dal dolore uccide la moglie .... > 98 
» 14*: Un giovane adottato in figliolo da 

un signore francese, per odio contro 
la matrigna, quantunque innocente, 
con false invenzioni trova modo di 
farla morire; poi per ingordigia di to- 
sto signoreggiare, fa anche di nascosto 
strangolare chi F aveva adottato. . . > 107 

> 15.*: Vaticinium » 113 



— 153 — 



APPENDICE 



Novella della moglie del Visconte (dal cod. pad. mise 

255, 1) |). 135 

Opera nuova bellissima da intendere di una donna cliia- 

mata ÀngeletLi ecc. (da vecchia stampa 
posta in luce |)cr Giuseppe Lanzilotto 
r anno 1621) » 141 



NOTA 

A proposito del cod. pad. mise. 255, 1, di cui si dio larga no- 
tizia nella introduzione, non sarà inutile avvertire che la Biblioteca 
comunale di Padova possiede nitrì mss. dello stesso Andrea Vituri, 
quali: 256, 1, Leggenda di Josafat e de Verlam , e ?o6, 10. Vita 
della Beala Guielmj, regina di Hongaria. 



CORREZIONI 



p. XXXIX , linea 24.": Historia septem sapientum: ^ Le 

Sindibàd ecc. 
p. LXXXXIV, 2/'^ linea: (voi. VII e X). 
p. LXXXXVII, nota : Romania, voi. VII e X. 
p, CU, 21.^ linea: De Ubris ecc. 

p. CLV, 4.° dei versi francesi : a plorer et A grant dnel faire, 
p. CLVIIl, linea 11.*: inopronto. 
p. CCXXVIII, linea 24.^^- realistica, 
p. 3, lO.a linea: per sé medesima se priva de vita, 
p. 25, 12.^ linea: Prima adonque basiate ecc. 
p. (K>, 15.*^ linea: desonestarsi ecc. 

Altri errori di stampa corregjjerà, a cadute di lettere 
supplirà la benevolenza del lettore. 






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